Zaandam (zan zan!)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Mi rendo conto che la mia guarigione dalla psicosi e il mio ingresso nel mondo dei sani passa per l’accettare che questo è solo un blog, non il grande romanzo americano. Non c’è la regia di Sergio Leone.
Del resto nessuno di voi, immagino, si aspetta nè sospetta il contrario, no?
E, nel caso in cui invece sì, sareste voi quelli da ricoverare: non io a dover aspettare di avere due o trecento ore a disposizione per poter produrre ottima prosa. No?
Ad ogni modo.
Una delle monomanie preferite dai miei familiari è sempre stata quella di coltivare la convinzione che fuori dall’isola non sia presente tutta una serie di cose. Una serie molto lunga, molto. Negli anni è stata ridimensionata, ma restano incrollabili tre punti: fuori dall’isola non c’è il pane, non c’è il sole e non c’è il gelato. Dunque a che vale vivere?
Io ho sempre trovato molto ridicola questa cosa: tenetevi il cazzo di gelato, ho sempre pensato, così avrete qualcosa di buono da leccare mentre date il soldino al parcheggiatore che a sua volta dà il soldino a uno che sua volta dà il soldino a uno che a sua volta dà il soldino a uno che però ha anche un panificio dove fanno il pane buono. E andate anche a cacare, aggiungevo, se non aveste almeno clima mite e picchi glicemici si mobiliterebbe Amnesty International, il Live Aid l’avrebbero dedicato a voi.
Questo per dire che mi sono stupita molto quando ho cominciato realmente a sentirmi un poco meglio il giorno in cui ho scoperto che le ciliegie olandesi sono buone proprio come quelle italiane, e ne ho mangiate talmente tante da non ricordarmi se il plurale si scrive con o senza “i”.

Zaandam 29.06.2015

Zaandam 29.06.2015

A parte questo, due giorni dopo il mio compleanno qualcuno mi ha lasciato dei mandarini nella borsa della bicicletta. La prima cosa che ho pensato è stata “Ma i mandarini?! Siamo a luglio quasi!”. Questo pensiero stronzo mi pone ancora di fatto in salvo dalla zona-cucciolosa delle Amelié Poulain di stocazzo.

A fine maggio sono andata all’anagrafe di qui per chiedere di fare una cosa, salta fuori che serve il mio certificato di nascita in originale.
“In cartaceo, mi raccomando!”, mi ammonisce l’impiegata comunale zaandamese, “lo so che ormai è tutto informatizzato e digitalizzato ovunque, ma purtroppo per questo tipo di pratiche ci serve ANCORA la carta…mi dispiace, spero DAVVERO non sia un problema”.
E’ mortificata, letteralmente.
“No”, vorrei risponderle, “per me non è assolutamente un problema. Per voi invece è un problema ospitare il cavallo del messaggero che il Comune di Carini (PA) invierà per trasmettervi ufficialmente il mio certificato di nascita? Il messaggero può dormire da me”.

Lo scorso mese ho deciso di fare la sauna in palestra, anche a Bologna la facevo ogni tanto. E’ la mia prima sauna qui, quindi leggo con molta attenzione il regolamento prima di entrare, perché qualcuno potrebbe notare la mia inadeguatezza e darmi così un brutto voto. Insomma per fortuna lo leggo, perché viene fuori che bisogna entrare nudi. Io penso “ok, meno male che l’ho letto altrimenti sai che figura tutte nude e io l’unica col costume” (perché alla fine ho sempre, sempre, SEMPRE ragione), ed entro.
Come prima cosa c’è un uomo nudo davanti a me.
Io non ho grossi problemi con la nudità di nessuno, in generale – anche se non so proprio come facciano gli uomini ad accettare di essere così ridicoli e indifesi quando sono nudi. Dico davvero: per quanto uno possa essere fico, immaginarlo nudo mi fa sempre venire voglia di mettergli addosso una coperta e dargli una tazza di brodo – men che meno con la mia.
Tuttavia, devo ammettere che mantenere la compostezza e il piglio autoritario non è stata proprio una cosa da ridere in quei 35-40 secondi che sono passati quando ho infine intravisto la prima bernarda à la Jackson Five, prova che no: non mi ero infilata per sbaglio nella sauna degli uomini. O che almeno non ero la sola ad averlo fatto.

Zaandam, 01.07.2015

Zaandam, 01.07.2015

Comunque prima o poi mi calmerò e farò le cose una alla volta. Quel tizio grasso che mi si è seduto sul petto finalmente se ne andrà. Andrà tutto bene, e i miei studenti a fine corso mi regaleranno mazzi di fiori: sarò un’insegnante da mazzo di fiori.
Ma va bene anche se resto quella da vino e formaggio.

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Oggi no – No cars go

La mia amica Lavinia è la donna più pigra del mondo.
Quando andavamo a scuola, l’ultimo anno, Lavinia poteva firmarsi le giustificazioni da sola, quindi le sarebbe bastato uscire per andare a scuola e poi non andare a scuola.
Ma perché uscire? Non c’era motivo.
Quindi faceva così – i suoi genitori si svegliavano circa un’ora dopo di lei – Lavinia si alzava, andava in bagno e fingeva di lavarsi, apriva e richiudeva la porta. Dunque, in punta di piedi, tornava in camera sua, e si rimetteva a dormire sotto il letto – un lettone matrimoniale alto – dove aveva predisposto tutto il necessario: un paio di coperte, musica in cuffia, cibo e acqua. Quando i suoi genitori uscivano per andare a lavorare, lei usciva dal suo nascondiglio e proseguiva la sua mattinata casalinga in santa pace. A volte anche per tre giorni di fila, senza mai uscire di casa.
Un giorno, rintronata dal sonno, Lavinia si rintanò sotto il letto subito dopo il passaggio in bagno, dimenticando la faccenda di aprire e chiudere la porta. Quando suo padre, valigetta da docente universitario alla mano, si avviò ad uscire, trovò la porta di casa chiusa dall’interno: il mistero era fitto.
Ci misero dieci minuti a trovarla, Lavinia disse che le loro ultime parole prima di sollevare il copriletto furono: “No, non è possibile”.

Questo aneddoto mi torna spesso in mente perché capisco perfettamente lo stato d’animo della mia amica. E capisco che la sua scelta, all’epoca, non aveva più di tanto a che fare col sonno o con la pigrizia.
Per come me la figuro io, è come se lo spazio in cui ci muoviamo fosse attraversato continuamente da proiettili vaganti che però viaggiano solo tra il metro e il metro e venti dal suolo: se restiamo sdraiati non ci colpiranno mai. Dev’essere per questo che tutte le sante mattine, ma tutte, ho il nodo alla gola quando suona la sveglia. Il mio fidanzato barbuto sostiene che questo non accadrebbe se io sostituissi no cars go con un’altra canzone da sveglia magari non di merda, parole sue. Non so, forse.
Ad ogni modo, ogni mattina, il monologo è questo: “No, dai. Non può essere capitato di nuovo. Devo rifarlo VERAMENTE?!
No, oggi no, oggi NO.
No dai, sì. Sì, ma solo per oggi: domani no.
Domani però no, promesso, domani a casa: dico che sto male.
Oggi vado, ma solo oggi. Così se vado oggi domani posso non andare”.
Sempre.
Mi passa durante la colazione, di solito. E il giorno in cui veramente “oggi no”, non arriva mai.

L’ultimo anno e mezzo bolognese è stato come un eterno giorno dell’oggi no, come stare sotto il letto di Lavinia.
Questi primi mesi qui sono un po’ come vivere il momento del “Dai, solo per oggi, domani no. Domani resto a letto, promesso”, ma tutto il giorno, durante ogni singolo istante delle mie attività da sveglia, con la stessa intensità.

E’ una rottura di coglioni, vi dirò. Ma tanto domani resto a letto.

I carciofi

Quando ero più giovane di così facevo una fantasticheria sulla malinconia.
Stando alle mie ricostruzioni dev’essere stato tra il quarto e il quinto ginnasio, quindi avrò avuto quattordici o quindici anni. Lo so con certezza perché nella mia fantasticheria studiavo da veterinaria, quindi dev’essere stato necessariamente prima del mio incontro con la professoressa di scienze Marcella Militello la quale fugò ogni dubbio sul fatto che io fossi in grado – in presente o in futuro – di poter affrontare non dico uno studio ma neanche una banale conversazione che implicasse una qualche conoscenza delle scienze naturali.
Insomma, nella mia fantasticheria io sto viaggiando da Palermo (dove ho appena trascorso il fine settimana) verso Messina, città nella quale sto studiando appunto veterinaria. Sono in treno, questo mi fa pensare che la fantasticheria sia stata formulata in un periodo di veramente totale innocenza, quando ancora vivevo in un mondo iperuranico fatto di studi di veterinaria che portano – come è naturale e inevitabile – all’accudimento di cuccioli di elefante e di treni che si muovono all’interno della Sicilia.
E’ buio, nella fantasticheria. E’ una domenica pomeriggio, io viaggio in uno scompartimento vuoto, ho con me dei libri da studiare e un trasportino con dentro il mio gatto. Guardo fuori dal finestrino buio, talmente tanto buio che posso decidere di mettere a fuoco il mio riflesso e specchiarmi,  sono malinconica perché è domenica pomeriggio, è buio appunto – quindi tardo autunno o inverno, quindi freddo – e sto andando in un posto in cui va bene stare perché c’è qualcosa da fare, ma è il posto in cui vai e non il posto in cui torni. Non riesco bene a definire i contorni di questa malinconia  ma la malinconia è proprio la protagonista di questa fantasticheria, dove l’unica cosa che faccio è essere triste in treno con un gatto. Ma non tanto triste, un po’ triste. Una cosa che non è neanche disagio, e non è le pigne in testa: è tipo come avere nel cervello il retrogusto dei carciofi.
Ovviamente per capire questa cosa che ho appena scritto si dovrebbe avere un rapporto bizzarro coi carciofi (e io naturalmente ce l’ho) quindi non è solo questione di un retrogusto dolciastro, no. E’ un retrogusto dolciastro che fa abbastanza schifo, ma solo dopo un po’. Il carciofo è buono in sé, e quando lo hai appena masticato e mandato giù sembra fatta: pensi che il dolciastro schifoso quella volta non arriverà, o che se arriverà tu saprai fartelo andare bene comunque e quindi potrai continuare a mangiare il carciofo ignorando il retrogusto.
Quando ero bambina, i carciofi erano l’unico cibo che rifiutavo in qualunque forma me lo si presentasse. Ciò era ovviamente accettato e rispettato, ma siccome si trattava di una cosa fuori dal comune – sia perché a parte quello io ho sempre mangiato anche le gambe dei tavoli, sia perché il resto del mio clan familiare era accomunato da un dissennato amore per i carciofi – veniva sottolineato come una bizzarria, come un elemento caratterizzante della mia personalità: lei è quella che odia i carciofi, e in più è anche stranetta.
Negli anni ho sempre provato ad assaggiare i carciofi di tanto in tanto, per vedere se avevo cambiato idea, ma niente: pensavo ogni volta di avercela fatta – “ehi, mi piace! Sono adulta!” –  fino a che non arrivava il dolce che poi montava e montava e montava, e non c’era modo di farlo andare via.

Fin qui mi piaceva molto quello che avevo scritto. Ora da qualche parte devo mettere che oggi potrei mangiare carciofi ad ogni pasto e che il loro odore mentre cuociono mi calma istantaneamente, e questo sputtanerà irrimediabilmente tutto il componimento rendendolo un’ignobile favoletta.

Se i cretini fossero fiori

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“Ma sei contenta?”
“Sono stanca”

“E’ una buona notizia, che bello!”
“Sì, è una buona notizia”

“Il barbuto è contento?”
“Sì, lui è contento”

“Ma perché non stai saltando di gioia?”
“Perché non volevo questo”

Ho iniziato a comunicare alle persone che incontro e di cui mi frega qualcosa che tra un mese esatto noi due non vivremo più qui, almeno per qualche mese e forse mai più. Per ora mi concentro sulla versione “almeno per qualche mese” che mi viene meglio come esecuzione e mi dispensa dalla cosa dei saluti.
La mia amica Giuliana, che è l’unica fino ad ora ad avermi vista realmente arrabbiata e vagamente lacrimosa, ha detto che è come se avessi pescato la carta “vai avanti di cinque caselle” nel grande gioco da tavolo cui stiamo tutti giocando, mentre tutti gli altri stanno ancora a tirare i dadi e se la chiacchierano sfumacchiando e finendo la bottiglia di amaro del capo.

Io non volevo andarmene, volevo restare. Non sono contenta di andarmene, perché non volevo andarmene: sarei stata contenta di restare. Purtroppo, restare avrebbe significato zero possibilità, invece andarsene significa qualche possibilità, e quindi me ne vado. Ma quello che io volevo fare era restare, non andare. La buona notizia sarebbe stata restare, non andare.
Non me ne sto andando perché è andata bene qualcosa “di là”, me ne sto andando perché è andato tutto male “di qua”.
Chiara la differenza?
Ditemi ancora “beata te” e vi trasformo in un fiore, ve lo giuro: ditemelo e sarete dei tulipani del cazzo per il resto della vostra vita.

In questi giorni, tra l’altro, sto maturando questa nuova convinzione del tutto inedita.
Fino a questo momento ho sempre sperimentato questa sensazione di essere circondata da cretini. Questo mi faceva soffrire: percepisco l’idiozia del prossimo come un attacco personale contro di me, non ci posso fare niente. Mi sembra una forma di tradimento del tipo “ma come? Mi avete detto che avrei dovuto essere BRAVA, mi avete giurato che se lo fossi stata sarebbe andato tutto BENE. E allora che diamine è QUESTO?”.
E’ tradimento, cazzo.
Negli ultimi tempi invece si sta facendo strada una nuova percezione: la gente non è cretina. La gente è pazza. Tutto qui.