Bologna la scema

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La cosa che mi provoca più tiramento di culo è che, comunque io la racconti, la storia di questi mesi sembrerà sempre scritta da Pif.
Pif – e quelli come Pif – hanno il rarissimo dono di farmi provare imbarazzo per persone e/o concetti che invece teoricamente dovrei apprezzare e/o caldeggiare, e viceversa.
Pif mi fa venire voglia di affiliarmi alla malavita organizzata. Dopo la puntata in cui Pif – novello maestro del sospetto – insolentiva Fabio Volo, mi è venuta voglia di essere Fabio Volo.
Comunque questa premessa era per dire che mi dispiace per tutti voi che usavate venire qui in cerca di ottima prosa e di cronache scanzonate: per quanto la possiamo fare leggera, quello che ho da dire in questo periodo è che il summenzionato tiramento di culo è grande. Tira un casino. Tira come un camino.
Quindi, se non sei Pif e/o non stai raccogliendo materiale autentico sulle trentenni bonissime con gli occhi come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre: cambia pure canale e risintonizzati quando sarò nuovamente in grado di intrattenerti e scanzonarti. Se invece sei Pif: suca Pif, ti detesto.

L’altro giorno pensavo a mia zia Ina che, anni fa, così commentò le lamentele di una coppia di suoi conoscenti che avevano votato per Berlusconi un paio di volte e che adesso erano delusi ma adducevano la seguente giustificazione per il loro voto: “siamo stati ingenui”. La zia Ina scosse la testa “se sei ingenuo devi andare a fare la dama di carità in chiesa, allora”.
L’altro giorno è venuta la NHK in negozio a riprendere le mie titolari. Per chi non lo sapesse, la NHK è la televisione pubblica giapponese.
La NHK ha deciso di fare un servizio su Bologna e ha deciso di dedicare ampio spazio alla pasta fresca e ai tortellini. Siccome l’interprete della produzione conosceva le mie titolari, dalle quali aveva già accompagnato un’altra troupe tempo fa, ha suggerito alla produzione di concentrare le riprese in QUEL particolare negozio. E’ così, per puro e semplice culo, che rischi che il mercato internazionale venga a conoscenza di quello che fai nel tuo negozio e si convinca che quello è il miglior tortellino di Bologna, che tu sei simpaticissima e che insegnerai a tutto l’estremo oriente a mangiare bolognese se solo ti invitano in trasmissione, ti pagano un cachet in yen e ti permettono di dire il nome del tuo negozio ogni 200 parole: è solo culo.
Ma noi non abbiamo corso questo rischio perché, per la successiva ora di permanenza della troupe in negozio, una delle mie titolari ha sbuffato perché le ingombravano il negozio e perché non aveva voglia e doveva finire il ripieno, quindi ha dato direttamente le spalle alla camera e si è rintanata nel retrobottega. L’altra ha trascorso venti minuti al telefono col marito cercando di approntare una strategia di marketing per lanciarsi nel mercato internazionale – ma che, davéro? sì ragazzi, davéro – e creare un franchise per esportare quell’esclusivissimo brand che è un negozio di pasta fresca di 35 mq. Nell’indifferenza generale, la televisione nazionale giapponese continuava a riprendere me e la Rosa al lavoro.
Ad un certo punto è entrata la signora S., moglie di un ricco mercante d’arte nonché amica personale di Vittorio Sgarbi, entrambe le mie titolari si sono ovviamente staccate dalle precedenti occupazioni perché bisogna riconoscere le priorità. E leccare il culo per mezz’ora a una miliardaria nullafacente moglie di un massone è certamente una priorità.
Intanto, la NHK finiva di riprendere me e la Rosa, sempre nella più cortese delle indifferenze, quindi salutava e andava via. La signora S. otteneva una chiarissima spiegazione a due voci sulla migliore ricetta per il pollo in gelatina.
A chi ha chiesto “ma chi erano tutte quelle persone in negozio stamattina? C’era la televisione?” hanno risposto “Sono venuti quattro cinesi a fare delle riprese, sono stati tra i piedi un’ora. Quattro mostri, uno sembrava il figlio dell’uomo lupo. Ma quanto sono brutti i cinesi?”

Ecco, ho deciso che mi sento molto vicina a Gesù come stile, quindi d’ora in poi scriverò delle brevi parabole per spiegare dei concetti molto complessi. Questa che avete appena letto, per quanto mi riguarda, esaurisce tutto ciò che ho da dire sul berlusconismo degli italiani.
E anche sulle dame di carità.
E anche sul chitemmuorto, visto che siamo in tema di tiramenti di culo.

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Spararle grosse

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Inverno 1997
“Pronto?”
“Ciao, Sono Valentina, chiamo da parte di Bottega Verde e vorrei parlare con la signora Agrippina Cucuzzata che è già una nostra cliente”
“Mi spiace ma mia mamma non è in casa”
“Quando posso trovarla?”
“Tornerà molto tardi”
“Verso le otto?”
“No, più tardi”
“Allora domattina”
“No, senta…”
“Vorrei proporre alla mamma una promozione davvero vantaggiosa. E visto che è già nostra cliente, come ti dicevo…”
“Senta, mia mamma è morta”
“…”
“…sì, a settembre”
“Guardi signora, non so se sto davvero parlando con sua figlia oppure con lei. Ad ogni modo dovreste vergognarvi: diteci che non siete interessati, diteci che non volete parlarci, ma inventarvi queste cose è troppo!”
“Signorina, guardi che davvero…”
“No, voi non potete dire queste cose, accidenti! Vergogna! Vi dovete vergognare…”
clic

Nei due anni che seguirono la morte di mia madre, chiamarono molte operatrici di call center. Anche se allora non si chiamavano così ma qualcosa tipo “signorine del telefono”. Ho quasi sempre cercato di non dire loro “mi spiace, ma è morta”, e non solo perché già allora l’imbarazzo altrui mi gettava in qualcosa di simile al panico. Non lo dicevo principalmente perché ero convinta che non mi avrebbero creduto, era una bomba troppo grossa, era veramente una granata.
Anche oggi provo spesso questo sentimento, raccontare tutta la storia di come si sia arrivati ad oggi mi sembra veramente troppo. Sono abbastanza convinta che chiunque, senza una documentata conoscenza dei fatti e di me, penserebbe che io sia una mitomane. O una cui piacciono Virzì e la Murgia. O una che potrebbe piacere a loro, che è pure peggio.

La mattina vado a lavorare in un piccolissimo pastificio, mi hanno presa come apprendista. La Rosa mi insegna a tirare sfoglie che prima o poi certamente si stenderanno come lenzuola ad un solo plastico gesto delle mie braccia e del mio mattarello. Per il momento non accade, ma prendo velocità. Giovedì pomeriggio la Rosa ha mostrato di volermi bene per la prima volta: c’era da sanificare il negozio e ho lavato una quantità di pentole e utensili pari forse al triplo di quelli che io e le tre generazioni precedenti alla mia abbiamo posseduto nel corso delle nostre vite. La Rosa in quell’occasione mi ha detto “Brava che sei, tesoro”.
Le due padrone sono due sorelle simpatiche, meno ruvide della Rosa ma pratiche: gente che smette giustamente di ascoltarti se la descrizione del lavoro che hai perduto supera le dieci parole. Quando sono andata a bussare alla loro porta chiedendo se avevano bisogno di una garzona cui insegnare il mestiere, alla fine dello scorso inverno, sono stata molto attenta a non superare quelle dieci parole. Ne avrò usate otto, erano una parte di tutta la verità ed erano quelle giuste, perché non hanno chiamato la polizia per allontanarmi e anzi mi hanno aiutata. Fa un po’ Almodòvar, eh? Anche un po’ Romanzo di Mildred. Eh sì, anche secondo me.
Il lunedì e il mercoledì sera insegno italiano a un gruppo di universitari, in una scuola di lingue in centro. Ho mandato un curriculum a giugno e mi hanno chiamata. Questa sembra una palla ancora più grossa di “la mamma è morta”, vero? Eppure è così: mi hanno chiamata per delle sostituzioni, poi richiamata per l’estate, poi richiamata ancora, e ora farò i serali agli universitari in erasmus.

Tutto quello che è accaduto prima di questi giorni di inizio ottobre del duemilaquattordici non mi è ancora del tutto chiaro. Mi è invece assolutamente chiaro che il vero scopo del resto della mia vita, fino all’ultimo giorno, sarà impedire che succeda di nuovo. Non importa come, non importa cosa.
L’altro scopo – che credo riuscirò a raggiungere in un tempo inferiore al resto della mia vita – sarà accettare che l’adulto da negare al telefono sono io adesso, anche perché sono l’unico adulto in circolazione: gli altri sono tutti diventati vecchi.
Ora in casa ci siamo solo noi, se qualcuno vuole vendere qualcosa è con noi che deve parlare.

“I sound stoned, I’m not stoned” – Frances Ha

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A me non è mai successo di telefonare a un ex fidanzato per fargli uccidere un ragno. Anche se lo avessi fatto, è probabile che nessuno di loro mi avrebbe chiesto, trovandomi in lacrime subito dopo l’esecuzione della quale ero stata mandante, “Che fai, cosa c’è da essere tristi? Cosa volevi, che lo catturassi e lo riabilitassi?”
E se avessi un padre con una perversione per il nano da giardino, difficilmente rapirei il nano e lo farei viaggiare per il mondo affinché il rosicamento per il fatto di avere una vita meno interessante di quella di un soprammobile spingesse mio padre a diventare normale. Più probabilmente – dopo un opportuno percorso di psicoterapia – mi godrei la mia scusa passe-partout per tutte le manie e le nevrosi di ieri oggi e domani.
Non danzerei mai e poi mai in un bar davanti a sconosciuti. Non senza essere a un passo dal coma etilico, almeno.

Voglio dire, non è che non mi piacerebbe essere come loro, ma non lo sono. Davvero,  posso empatizzare solo fino a un certo punto con Annie, Amélie e Nana, nonostante la mia gatta sia stata battezzata in onore di una di loro.

Se è per questo non ho mai neanche seguito i miei sogni fino al punto di rischiare l’indigenza. Però mi sono anche sentita sola da morire in alcuni posti davvero bellissimi. Non era proprio Parigi, ma insomma…
Ho smesso di fare ordine in giro appallottolando i miei vestiti in fondo all’armadio intorno al 2002 e non riesco neanche a lavarmi i denti se non rifaccio prima il letto. Però ho dei ridicoli e adorabili vestitini fiorati e mi ostino ad arrotolare i leggins a un terzo di polpaccio, che non è una grande idea se sei alta sotto il metro e ottanta.
Per quanto innamorata io sia di Adam Driver, gli avrei spaccato la testa a bottigliate già durante la cena. Cena che comunque difficilmente gli avrei offerto. Però ho tenuto le mie cose in una cantina di Bologna per 5 anni, per non fare mille traslochi in attesa di trovare un posto definitivo che chi lo sa se sarà qui o boh: intanto gli scatoloni sono fatti, sono in cantina, vanno solo spediti.
Ma soprattutto: io ho delle amiche.
Quasi nessuna cosa mi ha dato la stessa angoscia, lo stesso sentimento di disperazione, di quando che ho sentito davvero che una di loro era andata troppo avanti, o che invece era rimasta indietro, o che se ne stava fuori, o che magari fuori c’ero io.
Insomma, che questo posto mio e della mia amica fosse qualunque altro posto tranne che una accanto all’altra. Ecco, quasi nessuna cosa.

‘a rricerca

Dopo 12 giorni a Palermo, posso affermare pubblicamente alcune cose. Altre cose, al contrario, preferisco tenerle per me.
Tra quelle che mi sento di affermare pubblicamente:

La bruttezza può essere considerata bella, certo. Purtroppo è altrettanto facile che, per qualche incomprensibile ragione, anche la bellezza venga all’improvviso considerata brutta. E’ una possibilità che andrebbe tenuta in maggiore considerazione dai panormiti. Se non si fidano di me di me potrebbero almeno chiedere, che so, a Sandra Milo.
C’è gente che va in bicicletta.
C’è gente che fa bambini.
C’è gente che apre negozi nel centro storico.
C’è gente che apre negozi fuori dal centro storico.
C’è gente che esce di casa anche se è buio e non passa molta gente da questa strada.
C’è gente che usa la cintura di sicurezza. Davvero.
C’è gente che va a correre alla Favorita, perché correre fa bene e se ci sono gli alberi è meglio. Davvero.
C’è gente che cresce bambini.
C’è gente che va al lavoro, tutti i giorni. O lo cerca, al limite, tutti i giorni. Davvero.
C’è gente che attraversa la strada con dei passeggini. Davvero.
C’è gente che usa gli anticoncezionali. Sempre. Davvero.
C’è gente che getta il sacco dell’immondizia dentro il bidone dell’immondizia. O ce la mette tutta per farlo, al limite. Davvero.
C’è gente che fa cioccolatini e torte fatte in casa, in un piccolo bar. Da ben 5 anni. Davvero.
C’è gente che fa la dieta.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde. Davvero.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde ma sa che non funzionerà.
C’è gente che va a limonare a villa Trabia, anche oggi. Davvero.

C’è gente che cerca parcheggio. Davvero.
C’è gente che paga tutte le tasse, anche quelle su cose come i rifiuti o la sanità. O il possesso degli unicorni. 

C’è tutta questa gente, insomma, che si comporta come se vivesse in un posto normale.
Davvero.

E poi c’è la pasta coi tenerumi, il mio alimento proustiano. Sì, Proust. Quel francese che si è impossessato della paternità di un libro, altrimenti scritto da un palermitano e ambientato a Partanna Mondello. Quello che comincia con un tizio che mangia una pasta coi tenerumi – forse cucinata da tale Maddalena, nome che infatti viene furbescamente mantenuto anche nel plagio del francese – e inizia a ricordare cose. Il titolo originale era ” ‘a rricerca rú tiempu pirdùtu”.

Neutro

– Stai scherzando?
– Purtroppo no. Guarda, anche a me sembra assurdo, ma sono richieste precise che ci fa l’azienda e non possiamo prescindere. Alla prima selezione con l’agenzia sei andata bene e sei passata. Ma per il colloquio successivo con l’azienda devi fare questa cosa.
–  Ma qual è la ragione?
– Sai, lì allo sportello vanno in prevalenza persone anziane…
– E quindi?
– E quindi ci viene richiesto di selezionare solo candidati dall’aspetto neutro
– Neutro?
– Ti puoi tenere solo gli orecchini, altrimenti niente.

Questo dialogo avveniva 5 anni fa tra me e il fidanzato della mia amica Elisa. Io mi ero  laureata da due mesi e cercavo lavoro, uno qualunque. Lui lavorava in un’agenzia interinale che seleziona candidati per lavori qualunque, tipo fare la cassiera al c.u.p. di uno degli ospedali cittadini.

– Ti rendi conto? Alla Pam c’è una cassiera transessuale, e giustamente non ho mai visto nessuna nonnina bolognese fare un plissè riguardo alla faccenda. Te l’immagini l’anziano che si rifiuta di farsi prenotare da me! Dev’essere proprio la priorità di ogni vecchio con la prostata infiammata e l’incontinenza notturna quella di assicurarsi che la tizia che gli prenota l’esplorazione digito rettale non abbia alcun anellino d’argento nella narice sinistra. Per me possono anche morire, io non me lo tolgo, mi rifiuto, non ci vado.

Questa invece sono io che spiego al mio fidanzato dell’epoca le ragioni del mio rifiuto. Lui, che da circa tre anni andava ai colloqui con le lunghe chiome sciolte sulla maglia degli Opeth e i pantaloni infilati dentro gli anfibi, non ebbe assolutamente niente da ridire sul mio ragionamento che, invece, gli sembrò ineccepibile.



Immagine

Questa sono io 5 anni dopo, poche ore prima di un nuovo colloquio nella stessa agenzia per la stessa azienda.
Questa volta il lavoro è in ufficio, come scansionatrice di documenti. Per sì e per no, anche se non ci sarà il fidanzato della mia amica a dirmelo, visto che ha cambiato lavoro e poi si sono pure lasciati, mi tolgo l’anellino. Decido di immortalare il momento, prima di toglierlo.
Del resto, l’anellino (nelle sue varie reincarnazioni e sostituzioni) ha resistito per tredici anni al consiglio paterno sempre uguale, a volte più a volte meno veemente, “togliti quella cosa là dal naso, non è serio”, spesso seguito anche da “e poi magari questa volta ti compri un tailleur“. Ha resistito ad una maturità, due discussioni della tesi (mie), una discussione della tesi (di mia sorella, “Lo sai che la famiglia dice molto su di noi. Quindi se proprio non te lo vuoi levare almeno mettiti il tailleur, fallo per lei”), esami, colloqui, presentazioni.
Anni di lavoro retribuito hanno difeso la sua presenza sulla mia faccia, il suo luccichìo è diventato un grosso faro puntato sul provincialismo e sull’inadeguatezza delle convinzioni familiari.
Da qualche tempo però erano le mie, di convinzioni, che non riusciva più a smentire. E siamo arrivati così ad oggi.

Incidentalmente, oggi è anche il giorno in cui – per un lavoro in cui bisogna scansionare un foglio dopo l’altro, salvare le immagini in una cartella e bòn – ho affrontato un test cronometrato di 40 minuti sull’uso di word che sarebbe stato assolutamente utile per la selezione del ruolo di segretaria particolare di Dio in persona.

il maestro e le margheritine

Ci ho provato. Mi sono messa un paio di grandi lenti rosa, ma il signor Instagram A.S.C. non ha assunto la direzione della fotografia della mia vita.
Daria Morgendorffer Consepevolezza morettiana post 44° compleanno     1-0
Ma come fai a pensarla diversamente? Dico davvero.
C’è questo ufficio al secondo piano di un bel palazzo. Un palazzo storico, davvero molto bello, con un cortile interno profumato di gelsomini e pieno di edera rampicante, uno di quei cortili dove non puoi tenere le biciclette perché creano il degrado. In effetti, in quell’ufficio ci si occupa del bene, quello comune, quello culturale. In questo bel palazzo sono entrata io, a piedi, senza bicicletta. Sono entrata per chiedere informazioni su determinate cose che hanno a che fare con il bene mio personale ma che, incidentalmente, a ‘sto giro storicamente disgraziato, sono andate ad intrecciarsi coi destini del bene culturale*.
Il portinaio quasi pensionabile, forse di Ficarazzi (PA), non si sente preparato abbastanza per rispondere alla mia domanda e dunque chiama la responsabile. La chiama proprio al telefono, col numero interno.  L’emozione per la serietà con cui viene presa in considerazione la mia domanda e il brivido della legittimazione della necessità mi frastornano: quando arriva la responsabile sto iperventilando.
La responsabile ha una cinquantina d’anni e le palpebre pitturate di blu elettrico con un ombretto glitterato. Anche il contorno delle labbra è blu elettrico, in pendant con l’ombretto. L’interno delle labbra invece è di un color rosa antico, matte.
L’orrore è molte cose, certo.
La sintesi dell’orrore, il riassuntino, l’orrore spiegato a me stessa in tre secondi, però è questa cosa qui: dare del Lei, rispettosamente, a una donna di mezza età con le bocce de fòri e un trucco da viado. E intendo non incontrata all’interno di una struttura pubblica per i casi gravi di diagio sociale e non come volontaria in un gattile: incontrata in qualità di mia interlocutrice su una faccenda che riguarda il bene mio personale ma che, incidentalmente, a ‘sto giro storicamente disgraziato, è andato ad intrecciarsi coi destini di quello culturale.

*Perché per quando ne verremo a capo io potrei essere già in t.s.o. o incenerita dall’olocausto nucleare, allora che poi non si dica che non ve l’avevo detto.
C’è questo bando, si vince un pacchetto di caramelle, però sai di ‘sti tempi eccetera (per approfondire sul tema dell’importanza delle caramelle nei tempi difficili eccetera, si guardi l’ottimo Una tomba per le lucciole di Isao Takahata).
Siccome appunto di ‘sti tempi eccetera, la possibilità di ottenere ben un pacchetto di caramelle genera un certo entusiasmo e così i partecipanti alla gara sono molti e infatti ci sono le eliminatorie in base ai curricula. D’altro canto i banditori – forse semplicemente per titillare la fragile autostima dei gareggianti onde sobillarli e rendere più avvincente la competizione – imbastiscono un apparato di regole incredibilmente complicato e pretendono dai selezionati che venga prodotta una documentazione cartacea di entità notarile a certificare che l’assegnazione del pacchetto di caramelle è avvenuta sotto la benedizione della meritocrazia più inconfutabile. In questo modo, i gareggianti il cui orizzonte di realtà non è stato ancora del tutto raso al suolo dal difficile momento storico e che quindi si renderebbero anche conto – in condizioni normali, in una vita non sceneggiata da Bulgakov in persona – di stare gareggiando per un pacchetto di caramelle, sono troppo impegnati a chiedere al liceo Umberto I di Palermo di certificare che la candidata Priscilla Cocilovo ha effettivamente studiato francese. Sono troppo impegnati a telefonare al segretario signor Festa per percepire la presa per il culo come dato fenomenico.
Da quasi due mesi, una commissione selezionatissima sta esaminando – foglio per foglio – la veridicità delle dichiarazioni dei gareggianti mediante attento esame della documentazione da essi prodotta. Quando si accorgeranno che la candidata Cocilovo non è riuscita effettivamente a ottenere alcuna dichiarazione ufficiale dal liceo Umberto I di Palermo, e come lei molti altri candidati, i commissari escluderanno dalla gara la Cocilovo e tutti gli altri. A quel punto la graduatoria slitterà e ad altri candidati – inizialmente esclusi in fase di eliminatoria – verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione, che noterà che  alcuni dei selezionati hanno prodotto una documentazione lacunosa rispetto alle richieste e quindi li escluderanno. E la graduatoria slitterà e ad altri candidati ancora verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione, che noterà che  alcuni dei selezionati hanno prodotto una documentazione lacunosa e quindi li escluderanno. E la graduatoria slitterà e ad altri candidati ancora verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione.
E poi l’asteroide finalmente ci colpirà.

“Hai due euro?” – Finniche avventure

– Sentisentisenti fermati un attimo. Non ti mangio
– [bene, io invece potrei. Tra 10, 9, 8…] dimmi
– Ti sembrerà incredibile…
– [7, 6, 5…]
– …davvero, sto a ffa’ ‘na figura demmerda chebbàsta mezza…
– [4, 3, 2…]
– m’hanno rubbato i’pportafoglio e i’ccellulare e tutta labbòrza e ora devo tornare a casa essè mme puoi dare uno anzi due, facciamo tre euri…
– […1, 0]  Capisco. No. Ciao.

Insomma, sarà capitato anche a voi, come cantava la Carrà.
Immagino che le vostre risposte nei confronti del questuante abbiano spaziato dal pedagogico “Vieni, ti porto al posto di polizia, lì sapranno aiutarti” al buttanamente democristiano “te lo compro io, non c’è problema. Dove devi andare?”. E avete fatto bene, perché quasi certamente il questuante altro non era che un mariuolo e malfattore.
Tuttavia, da qualche anno ormai, i siparietti sopra descritti mi fanno tornare in mente un lietissimo aneddoto che riportai in un pregevole scritto che oggi vi ripropongo in versione director’s cut 2014 special edition.

Amsterdam, autunno 2009

Oggi è il mio ultimo giorno intero nella casa del crucco e della finlandese. Poi mi trasferirò nella casa definitiva a Overtoom. Una ventina di giorni fa il crucco mi ha annunciato che sarebbe andato in vacanza in Grecia.
– Bello, faccio io.
– Già, fa lui.
– Da dove prendi l’aereo? faccio io.
– Niente aereo, faccio iccìking. Fa lui
– Cosa fai? faccio io
– ICCIAKING! Fa lui, forte
– Hitchhiking? Vai in grecia in autostop? da Amsterdam?!
– Yes.
Auguri. Dio sia con te. In tutto questo la finlandese che lo guarda con occhi d’amore – per quanto consentito dalla sua finnicità – e che da diverse settimane ormai gli dorme sul sofa e pratica nudismo casalingo, non ha neanche provato a impedirgli di compiere l’impresa. Anzi, probabilmente la trova persino noiosa. Sembra che io sia l’unica abitante della casa ad essere attraversata dal sospetto che tra qualche giorno qualcuno potrebbe trovarsi a dover raccattare i pezzi del cadavere del crucco, smembrato come Osiride e sparpagliato per l’Europa. Insomma, dopo nemmeno 12 ore dalla partenza del suo teutonico amore, la finlandese ha colonizzato l’intero sofa e ha persino accolto in casa il suo efebo fratellino minore in gita dalle finniche terre. Purtroppo non posso narrare niente su di lui, dal momento che il giorno dopo il suo arrivo sono partita a mia volta verso altre destinazioni per tornare solo per scoprire – contro ogni previsione – che il crucco era tornato, sembrava in salute e non mostrava segni evidenti di asportazione di organi interni.
Invece pare che il fratello finnico ci abbia lasciati per sempre.
Ma niente paura, l’uscita di scena è stata affascinante, tormentata e piena di colpi di scena, per questa ragione ospiteremo un coro greco all’interno di questo racconto.
Il finlandesino viene messo dalla sorella su un autobus. L’autobus va a Eindhoven, città dalla quale partono aeroplani alla volta delle finniche terre. Tuttavia questo autobus  non è diretto perché il diretto costa troppo e i finnici sono parchi e piuttosto si fanno un cambio. “Certo, fai un cambio!” dice il coro greco. “Se solo ne fossi capace, sventurato!” gli fa eco il corifeo. Infatti giovane finnico sbaglia autobus di cambio e finisce dove Cristo perse le scarpe.
Di notte.
No autobus.
Aereo perduto.
Ciao.
Anzi, suca.
Il giovane finnico, munito di pazienza di Giobbe, non si perde d’animo: gironzola lonely as a cloud fino all’alba e all’alba prende un autobus e torna ad Amsterdam dalla sorella. Costei, nel frattempo, ha elaborato un piano B per rimpatriare il fratello, purtroppo l’ipotesi – assolutamente percorribile e fondatissima nelle sue ragioni – di domandare e ottenere l’accompagnamento di un assistente sociale non viene minimamente presa in considerazione.
Il piano B prevede che il giovane vada in autobus, stavolta diretto, fino a non so dove e da lì – che comunque è un posto lontanissimo – prenda un aereo per la Finlandia. Ok, facile. “Facile ‘sta minchia! Facile se tu fossi normale!”, risponde il coro. “Se tu fossi normale sarebbe facile! E se mio nonno avesse tre palle sarebbe un flipper” fa eco il corifeo. Infatti l’autobus, sebbene diretto, prevede una infausta sosta di due ore. Il giovane finnico decide di impiegare la sosta come una qualunque persona normale farebbe: c’è un mercato, vuoi non farci un giro? Vuoi non sgranchirti le gambe e rilassarti? “No, non vuoi! Perché tu non sei normale” interviene il coro. Insomma, il nostro eroe si rilassa talmente tanto che lascia incustodito zaino contenente oggetti come denaro, vestiti, biglietti aerei e documenti di identità. Torna a cercarlo, non lo trova, non perde la pazienza di Giobbe. Giobbe probabilmente era un giovane finnico e non un anziano ebreo. Non perde la pazienza, dicevamo, tuttavia perde l’autobus. E di conseguenza l’aereo. Abbiamo già detto che ha perso lo zaino con tutto il suo contenuto, vero?
Nel giro di due ore gli si scarica anche la batteria del cellulare.
Per darvi un’idea del dramma, posso solo dire che ci sono testimonianze inconfutabili di  una  madre finnica che, in videoconferenza con la figlia finnica in merito all’incerto destino di un giovane figlio finnico, è scoppiata in LACRIME.  Stiamo parlando di lacrime finniche.
Alla fine viene elaborato un ulteriore piano: la sorella finnica chiama un amico che abita a tipo tre ore di macchina dal luogo in cui ipoteticamente dovrebbe essersi smarrito il giovane eroe delle nordiche terre. L’amico recupererà l’eroe, gli farà fare la denuncia di furto in modo da fargli ottenere almeno un foglio in sostituzione dei documenti che ne provi l’identità, e lo scorterà – armato di fucile a pompa pronto a far fuoco al primo tentativo di autodeterminazione  del giovane finnico, presumo –  in un non meglio identificato  porto. “Era ora!” esulta il coro “Lo baratterà dunque con un più utile barile di aringhe?” si esalta il corifeo. No: lo mette effettivamente su una nave. Di quali prodigi, in termini di favori sessuali, si sia resa protagonista la sorella finnica perché l’amico le fosse debitore di un’impresa come quella sopra descritta è un mistero tra i più appassionanti. Quello che invece sappiamo con certezza è che il giovane finnico è infine giunto a destinazione a bordo di una specie di peschereccio.
Ora mi auguro che stia soggiornando in una comunità di recupero per foche con deficit cognitivi e problemi di dipendenza.

E anche la luminosa certezza sulla natura malfattrice della questua fu per sempre insozzata dal sospetto.