While we were young

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Questa sono io i primi di novembre. C’era mio padre in visita. Mio padre ha questa cosa che non parla inglese, anche se tecnicamente sarebbe in grado di verbalizzare concetti come tenchiù e mineraluòter. Quando un cameriere gli porta qualcosa lui dice “grazie!” perché teme che il cameriere, tratto in inganno dalla sua impeccabile pronuncia del tenchiù, possa in qualche modo replicare e così smascherarlo.

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Questo è Erasmusgracht sotto la nostra nuova casa a Bos en Lommer, Amsterdam. E’ un pomeriggio di inizio dicembre.

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Questo è il mio anello di fidanzamento. Quella sera siamo andati a cena fuori e, quando siamo tornati a casa dal ristorante, siamo saliti sul treno sbagliato che non ci ha portati a Zaandam ma da qualche parte verso Almere. Mentre il mio promesso sposo picchiava forte sui finestrini del treno, l’urlo acuto di due ragazzine lacerava l’aria: anche loro avevano sbagliato treno. Entrambe sono velate e truccatissime, una parla inglese, l’altra no. Anche loro avrebbero dovuto tornare a Zaandam. In realtà, ci spiega l’anglofona, loro non avrebbero mai dovuto lasciare Zaandam: per i loro genitori sono in piazzetta a sfondarsi di redbull e patatine lay’s gusto pollo. Invece sono salite senza biglietto su un treno per Amsterdam e ora stanno tornando, sempre senza biglietto. What the fuck, dice l’anglofona, odio questi cazzo di treni olandesi e odio questo posto: dove vive mia madre, in Inghilterra, è tutto molto meglio. Dieci minuti dopo si sente un grande odore di bruciato: sta andando a fuoco uno dei bagni. Il treno si ferma a Almere Poort. Le due ragazzine chiedono una sigaretta a un passeggero. Torniamo verso la città con un autobus gremito di quelli che probabilmente sono il frutto di generazioni di matrimoni tra consanguinei. Le due ragazzine sono sparite nel nulla.

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Questi sono gli scatoloni del trasloco da Zaandam ad Amsterdam, il primo gennaio. Li ho trasportati a bordo un camioncino guidato da un russo che parlava solo olandese.

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Questa è la nostra cucina. Sul frigo c’è il disegnino fatto da Laura, che è anche l’invito per il nostro matrimonio. Quella settimana ho spedito gli inviti ma molti sono tornati indietro perché ho scritto gli indirizzi dal lato sbagliato della busta. Questo ha dato origine a una performance isterica che sarebbe stata assolutamente in linea col personaggio se solo avessi avuto anche le damigelle coi vestiti a sirena e i tavoli coi nomi degli animalucci preferiti dagli sposi.

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Queste sono tutte le nostre cose che avevamo impacchettato prima di partire, esattamente un anno fa. Sono arrivate i primi di febbraio in un camioncino guidato da Nello. C’era uno scatolone supplementare con sei bottiglie di gutturnio e da qualche parte mia suocera ha imboscato un tupperware con la lingua in umido.

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Questo è come mi prende di andare in giro conciata questo inverno.

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Questa è la lavagna il giorno dell’unità sulla contestazione giovanile in Italia, a febbraio. Per scaldarli, prima di cominciare, ho distribuito alcuni slogan di piazza spezzettati e mischiati, i miei studenti li hanno riordinati. “Io sono mia” hanno fatto molta fatica a ricostruirlo perché dicevano che una cosa così ovvia non poteva essere uno slogan.

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Queste sono le scarpe con cui la sposa è andata a sposarsi.

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Questo è il raccapricciante ritratto della Nana, regalo di nozze del nostro amico Matteo.

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Questo è Llomo, la lampada cowboy che ho comprato in autunno al mega mercato delle pulci Ij-Hallen a Noord. Il tizio che me l’ha venduto non credeva alle sue orecchie quando gli ho chiesto il prezzo. I candelabri di cristallo di boemia accanto a Llomo sono il dono di nozze di determinati colleghi di mio padre dichiarati cerebralmente morti intorno al 1986.

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Io e la Nana, all’inizio della primavera.

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Un giovedì pomeriggio di fine maggio alla stazione di Sloterdijk, da dove prendo il treno per un corso serale che faccio in un’altra città. E’ stata la prima settimana veramente calda. Questo vestito l’avevo comprato in Montagnola, a Bologna, il secondo anno di università. Non lo mettevo tanto spesso però perché pensavo mi ingrassasse e quindi a un certo punto l’ho dato via nelle campane dei vestiti. Quest’inverno l’ho ritrovato in un negozio di vestiti usati a peso, a Kinkerstraat. Pesava 12 euro, l’ho ricomprato.

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Tutto questo non sarebbe mai successo se fossimo rimasti a Bologna. Ora, non è che questo tutto questo sia tutta questa gran cosa, ma non sarebbe comunque successo. Il fatto che per far succedere tutto questo, che appunto non è niente di straordinario, noi si sia dovuto fare tutto questo casino…mah, mi domando se non abbiamo un po’ esagerato. Purtroppo la risposta è ancora no: non abbiamo esagerato. Se avessimo esagerato tornerei anche domani.

Non sono più arrabbiata come prima e non ho più paura, a volte sono molto triste perché mi mancano tanto alcuni posti e alcune persone e la mia vecchia casa.
Negli ultimi mesi, non so perché, mi è preso di guardare compulsivamente tutte le puntate di “amore criminale” e pare che questa cosa sia tipica delle relazioni abusanti. Tipo sindrome di Stoccolma.

Grazie a chi è passato da qui di tanto in tanto, anche se non ha trovato scritto niente. Questo è più o meno tutto quello che è successo.
Facciamo che se passate ancora vi faccio trovare qualcosa di scritto, a ‘sto giro.

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La piazza è mia, la piazza è mia! (Alfredo, vaffanculo)

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Proprio ieri la stagista bionda e hippie della scuola mi ha detto, esclamativa: “sei come il bambino di Nuovo Cinema Paradiso!”.
Vi siete impressionati? Io non molto, lì per lì: ho sempre empatizzato di più con Alfredo, anche quando in effetti avevo l’età di Totò. Anzi, soprattutto in quel periodo.

Nuovo Cinema Paradiso circolò in casa mia in un’edizione vhs piratata dal misterioso collega di mio padre denominato “quello delle cassette”, personaggio mitico e dall’ancor più mitica fama di duplicatore di film, al quale i figli dei dipendenti dell’azienda del gas di Palermo debbono la visione di svariati classici Disney e le loro mogli quella di Patrick Swayze all’apice della carriera.
Comunque, il film venne visto una domenica pomeriggio. Io e mia sorella venimmo allontanate dal luogo della proiezione durante la scena dell’incendio, che era ritenuta eccessivamente violenta.
Negli anni successivi ho consumato la cassetta pirata di quello delle cassette, letteralmente: adoravo quel film. Tra l’altro, quella copia era quella della primissima edizione: quella prima dell’oscar, quella con i 40 minuti più superflui della storia del cinema. Da adolescente provavo una intima vergogna per questa storia di Nuovo Cinema Paradiso, mi sarei sentita molto più a mio agio se avesse smesso di piacermi a un certo punto, ma purtroppo non accadde. Ancora oggi non è che proprio abbia fatto pace con questa passione: Tornatore è pur sempre lo stesso regista di Malena e di altre stronzate successive di sorprendente coefficiente di nullità. Ma soprattutto, è autore di tutta quella enorme parte del film che va ben oltre i sopracitati 40 minuti e che è altrettanto trascurabile. Insomma, i minuti veramente buoni di Nuovo Cinema Paradiso – tipo quelli dell’esame di licenza elementare – sono forse una trentina e io resto tutt’ora convinta che li abbia scritti il fratello talentuoso di Tornatore, quello rinchiuso nella cantina della casa come Johnny Freak.
Quel film mi piace perché non c’è alcun particolare talento ma un amore immenso. Che questo amore sia di Tornatore o di Johnny Freak, m’importa assai.

Ma poi, posso mai perdere tempo io a giustificarmi per Nuovo Cinema Paradiso quando c’è in giro gente che sostiene di avere un cervello e contemporaneamente sostiene che Dallas Buyers Club è un bel film e in tutto ciò nessuno fa irruzione in casa loro, li trascina fuori, li denuda e li cosparge di pece e piume?
Veramente?

Ieri la stagista ha commesso l’imperdonabile errore di chiedermi quale secondo me sia il migliore cinema di Bologna. Quale vuoi che sia? La piazza, dannazione. Anzi “santo diavolone!”, come direbbe Alfredo. Non riesco neanche a descriverla a parole agli studenti, la piazza quando c’è il cinema, senza che mi si rompa la voce. E allora lei ha esclamato quello di cui sopra.
Domani danno il restauro di Nuovo Cinema Paradiso in piazza maggiore, e io non potrò andare a vederlo perché non vivo più lì. E mi viene da piangere da quanto non è giusto.

Bologna la scema

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La cosa che mi provoca più tiramento di culo è che, comunque io la racconti, la storia di questi mesi sembrerà sempre scritta da Pif.
Pif – e quelli come Pif – hanno il rarissimo dono di farmi provare imbarazzo per persone e/o concetti che invece teoricamente dovrei apprezzare e/o caldeggiare, e viceversa.
Pif mi fa venire voglia di affiliarmi alla malavita organizzata. Dopo la puntata in cui Pif – novello maestro del sospetto – insolentiva Fabio Volo, mi è venuta voglia di essere Fabio Volo.
Comunque questa premessa era per dire che mi dispiace per tutti voi che usavate venire qui in cerca di ottima prosa e di cronache scanzonate: per quanto la possiamo fare leggera, quello che ho da dire in questo periodo è che il summenzionato tiramento di culo è grande. Tira un casino. Tira come un camino.
Quindi, se non sei Pif e/o non stai raccogliendo materiale autentico sulle trentenni bonissime con gli occhi come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre: cambia pure canale e risintonizzati quando sarò nuovamente in grado di intrattenerti e scanzonarti. Se invece sei Pif: suca Pif, ti detesto.

L’altro giorno pensavo a mia zia Ina che, anni fa, così commentò le lamentele di una coppia di suoi conoscenti che avevano votato per Berlusconi un paio di volte e che adesso erano delusi ma adducevano la seguente giustificazione per il loro voto: “siamo stati ingenui”. La zia Ina scosse la testa “se sei ingenuo devi andare a fare la dama di carità in chiesa, allora”.
L’altro giorno è venuta la NHK in negozio a riprendere le mie titolari. Per chi non lo sapesse, la NHK è la televisione pubblica giapponese.
La NHK ha deciso di fare un servizio su Bologna e ha deciso di dedicare ampio spazio alla pasta fresca e ai tortellini. Siccome l’interprete della produzione conosceva le mie titolari, dalle quali aveva già accompagnato un’altra troupe tempo fa, ha suggerito alla produzione di concentrare le riprese in QUEL particolare negozio. E’ così, per puro e semplice culo, che rischi che il mercato internazionale venga a conoscenza di quello che fai nel tuo negozio e si convinca che quello è il miglior tortellino di Bologna, che tu sei simpaticissima e che insegnerai a tutto l’estremo oriente a mangiare bolognese se solo ti invitano in trasmissione, ti pagano un cachet in yen e ti permettono di dire il nome del tuo negozio ogni 200 parole: è solo culo.
Ma noi non abbiamo corso questo rischio perché, per la successiva ora di permanenza della troupe in negozio, una delle mie titolari ha sbuffato perché le ingombravano il negozio e perché non aveva voglia e doveva finire il ripieno, quindi ha dato direttamente le spalle alla camera e si è rintanata nel retrobottega. L’altra ha trascorso venti minuti al telefono col marito cercando di approntare una strategia di marketing per lanciarsi nel mercato internazionale – ma che, davéro? sì ragazzi, davéro – e creare un franchise per esportare quell’esclusivissimo brand che è un negozio di pasta fresca di 35 mq. Nell’indifferenza generale, la televisione nazionale giapponese continuava a riprendere me e la Rosa al lavoro.
Ad un certo punto è entrata la signora S., moglie di un ricco mercante d’arte nonché amica personale di Vittorio Sgarbi, entrambe le mie titolari si sono ovviamente staccate dalle precedenti occupazioni perché bisogna riconoscere le priorità. E leccare il culo per mezz’ora a una miliardaria nullafacente moglie di un massone è certamente una priorità.
Intanto, la NHK finiva di riprendere me e la Rosa, sempre nella più cortese delle indifferenze, quindi salutava e andava via. La signora S. otteneva una chiarissima spiegazione a due voci sulla migliore ricetta per il pollo in gelatina.
A chi ha chiesto “ma chi erano tutte quelle persone in negozio stamattina? C’era la televisione?” hanno risposto “Sono venuti quattro cinesi a fare delle riprese, sono stati tra i piedi un’ora. Quattro mostri, uno sembrava il figlio dell’uomo lupo. Ma quanto sono brutti i cinesi?”

Ecco, ho deciso che mi sento molto vicina a Gesù come stile, quindi d’ora in poi scriverò delle brevi parabole per spiegare dei concetti molto complessi. Questa che avete appena letto, per quanto mi riguarda, esaurisce tutto ciò che ho da dire sul berlusconismo degli italiani.
E anche sulle dame di carità.
E anche sul chitemmuorto, visto che siamo in tema di tiramenti di culo.

Spararle grosse

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Inverno 1997
“Pronto?”
“Ciao, Sono Valentina, chiamo da parte di Bottega Verde e vorrei parlare con la signora Agrippina Cucuzzata che è già una nostra cliente”
“Mi spiace ma mia mamma non è in casa”
“Quando posso trovarla?”
“Tornerà molto tardi”
“Verso le otto?”
“No, più tardi”
“Allora domattina”
“No, senta…”
“Vorrei proporre alla mamma una promozione davvero vantaggiosa. E visto che è già nostra cliente, come ti dicevo…”
“Senta, mia mamma è morta”
“…”
“…sì, a settembre”
“Guardi signora, non so se sto davvero parlando con sua figlia oppure con lei. Ad ogni modo dovreste vergognarvi: diteci che non siete interessati, diteci che non volete parlarci, ma inventarvi queste cose è troppo!”
“Signorina, guardi che davvero…”
“No, voi non potete dire queste cose, accidenti! Vergogna! Vi dovete vergognare…”
clic

Nei due anni che seguirono la morte di mia madre, chiamarono molte operatrici di call center. Anche se allora non si chiamavano così ma qualcosa tipo “signorine del telefono”. Ho quasi sempre cercato di non dire loro “mi spiace, ma è morta”, e non solo perché già allora l’imbarazzo altrui mi gettava in qualcosa di simile al panico. Non lo dicevo principalmente perché ero convinta che non mi avrebbero creduto, era una bomba troppo grossa, era veramente una granata.
Anche oggi provo spesso questo sentimento, raccontare tutta la storia di come si sia arrivati ad oggi mi sembra veramente troppo. Sono abbastanza convinta che chiunque, senza una documentata conoscenza dei fatti e di me, penserebbe che io sia una mitomane. O una cui piacciono Virzì e la Murgia. O una che potrebbe piacere a loro, che è pure peggio.

La mattina vado a lavorare in un piccolissimo pastificio, mi hanno presa come apprendista. La Rosa mi insegna a tirare sfoglie che prima o poi certamente si stenderanno come lenzuola ad un solo plastico gesto delle mie braccia e del mio mattarello. Per il momento non accade, ma prendo velocità. Giovedì pomeriggio la Rosa ha mostrato di volermi bene per la prima volta: c’era da sanificare il negozio e ho lavato una quantità di pentole e utensili pari forse al triplo di quelli che io e le tre generazioni precedenti alla mia abbiamo posseduto nel corso delle nostre vite. La Rosa in quell’occasione mi ha detto “Brava che sei, tesoro”.
Le due padrone sono due sorelle simpatiche, meno ruvide della Rosa ma pratiche: gente che smette giustamente di ascoltarti se la descrizione del lavoro che hai perduto supera le dieci parole. Quando sono andata a bussare alla loro porta chiedendo se avevano bisogno di una garzona cui insegnare il mestiere, alla fine dello scorso inverno, sono stata molto attenta a non superare quelle dieci parole. Ne avrò usate otto, erano una parte di tutta la verità ed erano quelle giuste, perché non hanno chiamato la polizia per allontanarmi e anzi mi hanno aiutata. Fa un po’ Almodòvar, eh? Anche un po’ Romanzo di Mildred. Eh sì, anche secondo me.
Il lunedì e il mercoledì sera insegno italiano a un gruppo di universitari, in una scuola di lingue in centro. Ho mandato un curriculum a giugno e mi hanno chiamata. Questa sembra una palla ancora più grossa di “la mamma è morta”, vero? Eppure è così: mi hanno chiamata per delle sostituzioni, poi richiamata per l’estate, poi richiamata ancora, e ora farò i serali agli universitari in erasmus.

Tutto quello che è accaduto prima di questi giorni di inizio ottobre del duemilaquattordici non mi è ancora del tutto chiaro. Mi è invece assolutamente chiaro che il vero scopo del resto della mia vita, fino all’ultimo giorno, sarà impedire che succeda di nuovo. Non importa come, non importa cosa.
L’altro scopo – che credo riuscirò a raggiungere in un tempo inferiore al resto della mia vita – sarà accettare che l’adulto da negare al telefono sono io adesso, anche perché sono l’unico adulto in circolazione: gli altri sono tutti diventati vecchi.
Ora in casa ci siamo solo noi, se qualcuno vuole vendere qualcosa è con noi che deve parlare.

Disaffezione

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Proprio come Frances Ha, ad un certo punto anche io mi sono risolta a tirare fuori dalla cantina la mia vita in perenne assetto da trasloco. Non è stata esattamente una passeggiata di salute, capire di essere tra quelli che rimangono. Io ci ho messo un anno, non esattamente il migliore della mia vita, tre anni fa. Dopo quell’anno è arrivato un quadro lungo tre metri e alto circa uno, il quadro che c’era nel salotto della casa in cui sono cresciuta, regalo di mio padre. E’ arrivato dentro una grossa cassa inchiodata che il salvatore delle mie penne ha schiodato, un chiodo alla volta, mentre io mi facevo venire una crisi isterica in cucina farneticando su eventuali noleggi di seghe elettriche.
Abbiamo attaccato il quadro. La cassa non l’abbiamo buttata perché non avevamo voglia di chiamare quelli dei rifiuti ingombranti, quindi l’abbiamo messa in cantina.
Forse mi sono concentrata un po’ troppo sul portare a termine l’obiettivo, cosa che del resto mi capita piuttosto spesso, lasciando completamente fuori fuoco tutto il resto. Dunque, mentre mi guadagnavo la felicità stanziale, mentre mi affezionavo ad alcune persone, proprio quando per ben due cambi di stagione dell’armadio la vertigine del pensiero “chissà se sarò ancora qui quando avrò bisogno di questi vestiti” non mi aveva più stuzzicata, proprio allora si rendeva evidentissimo un fatto: il lavoro – quella cosa che si fa da grandi – non è qui, non ancora, e non è detto che lo sarà.
“Se non lo sarà, dovrai rifare gli scatoloni, tata. Lo sai, vero?”
“Ma io non posso, ho il quadro. Che ne faccio del quadro? Non posso portarmelo in giro”
“Lo so che hai il quadro ma nessuno continua a fare tre lavori contemporaneamente di cui neanche uno vagamente certo perché non ha voglia di staccare un quadro e rispedirlo indietro. Non è tempo per appendere quadri”
“Ma non posso rispedirlo indietro!”
“La cassa è ancora in cantina, ti ricordi? Siete stati previdenti, per una volta”.
Questo contributo ci è stato gentilmente offerto da Sally Albright e Joey Potter, entrambe autrici della parte più controversa della mia personalità, quella che sarà rivalutata dai fan solo dopo la mia morte.
Insomma, da qualche tempo c’è un nuovo obiettivo ed è la disaffezione: ci sono altri odori per le stesse stagioni che cambiano, altri mercati il sabato mattina, altro sole, altra nebbiolina, altre strade belle, altri bar del cuore, sei sicura di volerti tenere questi?
Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, non ti mette ansia? Un po’ sì, confessa. Non hai voglia di una città con una metropolitana? Con dei tram, magari, così è proprio sicuro che ti perdi.
Quella libreria scura che hai ficcato dentro casa a suo tempo – perché i libri dovevi pur posarli da qualche parte – è orrenda e lo sai. Era la tua prima libreria e non avevi alcuna competenza per scegliere un oggetto del genere. Nella casa nuova potrai averne una fatta a modino, per scegliere la quale avrai frequentato corsi serali di arredamento d’interni e avrai battuto tutti i mercatini delle pulci della tua regione. Se resti qui ti devi tenere quel casciabanco nero che ogni volta che lo guardi ti si rivolta lo stomaco e ti ricordi di quando l’hai ordinato in piena notte dal sito Ikea sperando di beccare le misure e che il muro fosse largo abbastanza.
Magari scegliere un posto con la testa – quel grosso bozzo che hai sopra al culo – porta a risultati migliori. Magari le viscere e i muscoli involontari dovrebbero rimanere quello che sono: carne di ultimo taglio, non strumenti che dovresti usare per scegliere dove vivere e cosa fare da grande.
Magari, in un altro paese, un tizio promotore di eventi che introduce un cortometraggio in un cinema non farnetica di prossime venture proiezioni cinematografiche baby-friendly grazie alle quali i genitori di bambini da zero a tre anni saranno incoraggiati a portare i propri pargoli in sala – sala che sarà attrezzata con fasciatoi e cuscini morbidi per le zone allattamento –  grazie a una geniale idea avuta di concerto da lui, da sua moglie e dal loro bambino di un anno e mezzo e trovata sensazionale dal gestore del cinema che se ne è detto entusiasta. Magari, in un altro paese, il gestore del cinema avrebbe chiamato la neuro deliri, il telefono azzurro, il telefono rosa, telefono giallo come per le rivelazioni sulle stragi di stato, i carabinieri, batman. O magari no, ma certamente non avrebbe consentito che il co-ideatore di un anno e mezzo rimanesse in sala a gorgheggiare per tutti e 25 i minuti di cortometraggio. Forse, in un paese diverso, il pubblico avrebbe trovato assurdo da parte dei genitori costringere un bambino di un anno e mezzo (per quanto co-ideatore) in sala anche per i successivi 92 minuti di Still Life di Uberto Pasolini.
Se da qui non te ne vai, questi prodotti di un’ educazione impartita da padri porto alegre social forum a ridosso dell’andropausa e da madri ben più che quarantenni stritolate dai trattamenti per la fertilità, ecco, questi prodotti cresceranno. E poi voteranno. E il loro voto varrà quanto il tuo. Pensaci.

“I sound stoned, I’m not stoned” – Frances Ha

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A me non è mai successo di telefonare a un ex fidanzato per fargli uccidere un ragno. Anche se lo avessi fatto, è probabile che nessuno di loro mi avrebbe chiesto, trovandomi in lacrime subito dopo l’esecuzione della quale ero stata mandante, “Che fai, cosa c’è da essere tristi? Cosa volevi, che lo catturassi e lo riabilitassi?”
E se avessi un padre con una perversione per il nano da giardino, difficilmente rapirei il nano e lo farei viaggiare per il mondo affinché il rosicamento per il fatto di avere una vita meno interessante di quella di un soprammobile spingesse mio padre a diventare normale. Più probabilmente – dopo un opportuno percorso di psicoterapia – mi godrei la mia scusa passe-partout per tutte le manie e le nevrosi di ieri oggi e domani.
Non danzerei mai e poi mai in un bar davanti a sconosciuti. Non senza essere a un passo dal coma etilico, almeno.

Voglio dire, non è che non mi piacerebbe essere come loro, ma non lo sono. Davvero,  posso empatizzare solo fino a un certo punto con Annie, Amélie e Nana, nonostante la mia gatta sia stata battezzata in onore di una di loro.

Se è per questo non ho mai neanche seguito i miei sogni fino al punto di rischiare l’indigenza. Però mi sono anche sentita sola da morire in alcuni posti davvero bellissimi. Non era proprio Parigi, ma insomma…
Ho smesso di fare ordine in giro appallottolando i miei vestiti in fondo all’armadio intorno al 2002 e non riesco neanche a lavarmi i denti se non rifaccio prima il letto. Però ho dei ridicoli e adorabili vestitini fiorati e mi ostino ad arrotolare i leggins a un terzo di polpaccio, che non è una grande idea se sei alta sotto il metro e ottanta.
Per quanto innamorata io sia di Adam Driver, gli avrei spaccato la testa a bottigliate già durante la cena. Cena che comunque difficilmente gli avrei offerto. Però ho tenuto le mie cose in una cantina di Bologna per 5 anni, per non fare mille traslochi in attesa di trovare un posto definitivo che chi lo sa se sarà qui o boh: intanto gli scatoloni sono fatti, sono in cantina, vanno solo spediti.
Ma soprattutto: io ho delle amiche.
Quasi nessuna cosa mi ha dato la stessa angoscia, lo stesso sentimento di disperazione, di quando che ho sentito davvero che una di loro era andata troppo avanti, o che invece era rimasta indietro, o che se ne stava fuori, o che magari fuori c’ero io.
Insomma, che questo posto mio e della mia amica fosse qualunque altro posto tranne che una accanto all’altra. Ecco, quasi nessuna cosa.

‘a rricerca

Dopo 12 giorni a Palermo, posso affermare pubblicamente alcune cose. Altre cose, al contrario, preferisco tenerle per me.
Tra quelle che mi sento di affermare pubblicamente:

La bruttezza può essere considerata bella, certo. Purtroppo è altrettanto facile che, per qualche incomprensibile ragione, anche la bellezza venga all’improvviso considerata brutta. E’ una possibilità che andrebbe tenuta in maggiore considerazione dai panormiti. Se non si fidano di me di me potrebbero almeno chiedere, che so, a Sandra Milo.
C’è gente che va in bicicletta.
C’è gente che fa bambini.
C’è gente che apre negozi nel centro storico.
C’è gente che apre negozi fuori dal centro storico.
C’è gente che esce di casa anche se è buio e non passa molta gente da questa strada.
C’è gente che usa la cintura di sicurezza. Davvero.
C’è gente che va a correre alla Favorita, perché correre fa bene e se ci sono gli alberi è meglio. Davvero.
C’è gente che cresce bambini.
C’è gente che va al lavoro, tutti i giorni. O lo cerca, al limite, tutti i giorni. Davvero.
C’è gente che attraversa la strada con dei passeggini. Davvero.
C’è gente che usa gli anticoncezionali. Sempre. Davvero.
C’è gente che getta il sacco dell’immondizia dentro il bidone dell’immondizia. O ce la mette tutta per farlo, al limite. Davvero.
C’è gente che fa cioccolatini e torte fatte in casa, in un piccolo bar. Da ben 5 anni. Davvero.
C’è gente che fa la dieta.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde. Davvero.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde ma sa che non funzionerà.
C’è gente che va a limonare a villa Trabia, anche oggi. Davvero.

C’è gente che cerca parcheggio. Davvero.
C’è gente che paga tutte le tasse, anche quelle su cose come i rifiuti o la sanità. O il possesso degli unicorni. 

C’è tutta questa gente, insomma, che si comporta come se vivesse in un posto normale.
Davvero.

E poi c’è la pasta coi tenerumi, il mio alimento proustiano. Sì, Proust. Quel francese che si è impossessato della paternità di un libro, altrimenti scritto da un palermitano e ambientato a Partanna Mondello. Quello che comincia con un tizio che mangia una pasta coi tenerumi – forse cucinata da tale Maddalena, nome che infatti viene furbescamente mantenuto anche nel plagio del francese – e inizia a ricordare cose. Il titolo originale era ” ‘a rricerca rú tiempu pirdùtu”.