Come quando sai che l’estate sta ppe fini’

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Magari sto a parla’ e lei è distratta, ‘vasiva, con l’occhio perso chissà ‘ndove. Come faccio a spiegàttelo? Ce so cose che nun se spiegano, a Ughe’. Però te dico che Adelaide nun è più la donna de prima. Che è cambiato, dirai te. Eh, so cosette imparpabbili, che te devo di’. E’ come quando sai che l’estate sta ppe fini’: sì, il sole ce sta sempre però nun c’è gnente da fa, nun lo senti. Hai capito, Ughe’? Oh ma che fai, arzi gli occhi ar cielo? So cose serie, a Ugo!
Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca, Ettore Scola  (1970)

Mi rendo conto, non si tratta di un pensiero che cambierà le vostre vite in chissà quale modo, lo immagino. Ma cercate di capire che Oreste fa il muratore, e non il muratore barra filosofo: fa proprio il muratore trattino muratore, senza offesa. Eppure, tra una cazzuolata e l’altra in compagnia del riluttante e poco comunicativo Ugo, Oreste la spiega proprio bene la fine di un amore.
Dramma della gelosia è un film per ragazze confuse che tendono alla tristezza, ragazze come Adelaide, io invece sono una ragazza confusa che tende al panico. Le ragazze che tendono al panico, quando finisce loro l’estate non è una cosetta propriamente imparpabbile: forse ci fai meno caso se qualcuno ti nasconde un pagliaccio nella tazza del gabinetto. Insomma, dramma della gelosia non ha mai raccontato niente che mi riguardasse da vicino, niente con cui potessi empatizzare più di tanto. A dirla tutta, Adelaide m’è sempre sembrata un po’ scema: non riuscire in nessun modo a farsi passare l’amore per uno che è pulcioso, è povero, t’ha menata e ti costringerà a una vita di concubinato…certo, come no.
Eppure mai dire mai: siamo tutte un po’ Adelaide, anche quelle di noi che tendono al panico. Un Nello prima o poi ti arriva: quel fidanzato nuovo nuovo, ancora da aggiustare, un po’ troppo smargiasso forse, di difficile gestione, ma che da tempo ti manda segnali  inequivocabili e promettenti (tipo pizze a cuore o una vera vita lavorativa) nonostante tutti i tuoi sforzi di ignorarli. E poi lì è veramente un casino.
Come quando Nello bacia Adelaide per la prima volta, lei gli dice “aò, che ffai?” lui le dice “io ti amo” e lei lancia uno sguardo disperato nel vuoto, sussurra “che oròre…” e scappa via.
E’ così quando ti arriva un fidanzato nuovo che è evidentemente migliore di quello vecchio, che con la sua sola presenza nella tua mente evidenzia tutte le zozzerie di quel cretino che ti dorme accanto. Il problema è se tu quel cretino lì lo ami, in quel caso è proprio come dice Adelaide: è un oròre.
Bologna è il mio Oreste, è il fidanzato inetto dal quale sono sempre tornata nonostante tradimenti, delusioni, pure qualche manata in faccia, nonostante la nostra estate abbia cominciato a finire già verso il 2008 tipo. Mi sveglio tutte le mattine al suo fianco, la guardo nel suo pigiama di mattoni rossi, con l’alitosi di cantieri stradali che stanno lì da tre anni e sembra la tela di penelope.
Parla in continuazione, Bologna, insopportabile.
Parlano davanti al mio portone le madri quarantenni della scuola elementare sotto casa, dandomi una ulteriore conferma che sarà meglio affidare il sangue del mio sangue alle cure di un gattile piuttosto che alla scuola pubblica italiana inevitabilmente piena di figli di italiane ultraquarantenni.
Parla di immigrati, Bologna, di pakistani, di zingari, ne parla continuamente mentre ordina a ottobre i tortellini di Natale perché sia mai non si riesca ad averne in tempo per la vigilia. Bologna vuole la sfoglia sottile che si deve vedere san Luca in trasparenza, oppure la vuole che si deve sentire bella ruvida, oppure vuole più prezzemolo per favore li voglio quasi verdi, oppure il ripieno per favore senza noce moscata perché ho il bambino iperattivo e col deficit di attenzione e la noce moscata è eccitante, e attenzione mi raccomando a tagliare perché qui vengono gli apostoli della tagliatella e non sai mai chi sono e se le tagliatelle non sono perfette gli apostoli della tagliatella ti fanno una croce sopra e tu non lavori più. Bologna chiude le trattorie storiche con la mezza porzione ma apre locali baby friendly dove puoi comprare le piante da giardino mentre fai l’aperitivo e nessuna di queste cose (nè le piante, nè l’aperitivo, nè il baby) verrà interamente pagata dal frutto del tuo lavoro perché nessuna delle persone che conosco guadagna tanto da potersi permettere tutte queste tre cose contemporaneamente senza l’ausilio dei genitori, che probabilmente sono anche apostoli della tagliatella.
Io non lo sapevo, perché non ho mai smesso di amare un cretino (ho avuto un paio di cretini, anche tre, ma non amavo nessuno di loro) ma è proprio così: all’improvviso lo vedi per quello che è, cioè un cretino, e la sensazione è quella di mangiare la farina col cucchiaio.
O questa

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Disaffezione

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Proprio come Frances Ha, ad un certo punto anche io mi sono risolta a tirare fuori dalla cantina la mia vita in perenne assetto da trasloco. Non è stata esattamente una passeggiata di salute, capire di essere tra quelli che rimangono. Io ci ho messo un anno, non esattamente il migliore della mia vita, tre anni fa. Dopo quell’anno è arrivato un quadro lungo tre metri e alto circa uno, il quadro che c’era nel salotto della casa in cui sono cresciuta, regalo di mio padre. E’ arrivato dentro una grossa cassa inchiodata che il salvatore delle mie penne ha schiodato, un chiodo alla volta, mentre io mi facevo venire una crisi isterica in cucina farneticando su eventuali noleggi di seghe elettriche.
Abbiamo attaccato il quadro. La cassa non l’abbiamo buttata perché non avevamo voglia di chiamare quelli dei rifiuti ingombranti, quindi l’abbiamo messa in cantina.
Forse mi sono concentrata un po’ troppo sul portare a termine l’obiettivo, cosa che del resto mi capita piuttosto spesso, lasciando completamente fuori fuoco tutto il resto. Dunque, mentre mi guadagnavo la felicità stanziale, mentre mi affezionavo ad alcune persone, proprio quando per ben due cambi di stagione dell’armadio la vertigine del pensiero “chissà se sarò ancora qui quando avrò bisogno di questi vestiti” non mi aveva più stuzzicata, proprio allora si rendeva evidentissimo un fatto: il lavoro – quella cosa che si fa da grandi – non è qui, non ancora, e non è detto che lo sarà.
“Se non lo sarà, dovrai rifare gli scatoloni, tata. Lo sai, vero?”
“Ma io non posso, ho il quadro. Che ne faccio del quadro? Non posso portarmelo in giro”
“Lo so che hai il quadro ma nessuno continua a fare tre lavori contemporaneamente di cui neanche uno vagamente certo perché non ha voglia di staccare un quadro e rispedirlo indietro. Non è tempo per appendere quadri”
“Ma non posso rispedirlo indietro!”
“La cassa è ancora in cantina, ti ricordi? Siete stati previdenti, per una volta”.
Questo contributo ci è stato gentilmente offerto da Sally Albright e Joey Potter, entrambe autrici della parte più controversa della mia personalità, quella che sarà rivalutata dai fan solo dopo la mia morte.
Insomma, da qualche tempo c’è un nuovo obiettivo ed è la disaffezione: ci sono altri odori per le stesse stagioni che cambiano, altri mercati il sabato mattina, altro sole, altra nebbiolina, altre strade belle, altri bar del cuore, sei sicura di volerti tenere questi?
Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, non ti mette ansia? Un po’ sì, confessa. Non hai voglia di una città con una metropolitana? Con dei tram, magari, così è proprio sicuro che ti perdi.
Quella libreria scura che hai ficcato dentro casa a suo tempo – perché i libri dovevi pur posarli da qualche parte – è orrenda e lo sai. Era la tua prima libreria e non avevi alcuna competenza per scegliere un oggetto del genere. Nella casa nuova potrai averne una fatta a modino, per scegliere la quale avrai frequentato corsi serali di arredamento d’interni e avrai battuto tutti i mercatini delle pulci della tua regione. Se resti qui ti devi tenere quel casciabanco nero che ogni volta che lo guardi ti si rivolta lo stomaco e ti ricordi di quando l’hai ordinato in piena notte dal sito Ikea sperando di beccare le misure e che il muro fosse largo abbastanza.
Magari scegliere un posto con la testa – quel grosso bozzo che hai sopra al culo – porta a risultati migliori. Magari le viscere e i muscoli involontari dovrebbero rimanere quello che sono: carne di ultimo taglio, non strumenti che dovresti usare per scegliere dove vivere e cosa fare da grande.
Magari, in un altro paese, un tizio promotore di eventi che introduce un cortometraggio in un cinema non farnetica di prossime venture proiezioni cinematografiche baby-friendly grazie alle quali i genitori di bambini da zero a tre anni saranno incoraggiati a portare i propri pargoli in sala – sala che sarà attrezzata con fasciatoi e cuscini morbidi per le zone allattamento –  grazie a una geniale idea avuta di concerto da lui, da sua moglie e dal loro bambino di un anno e mezzo e trovata sensazionale dal gestore del cinema che se ne è detto entusiasta. Magari, in un altro paese, il gestore del cinema avrebbe chiamato la neuro deliri, il telefono azzurro, il telefono rosa, telefono giallo come per le rivelazioni sulle stragi di stato, i carabinieri, batman. O magari no, ma certamente non avrebbe consentito che il co-ideatore di un anno e mezzo rimanesse in sala a gorgheggiare per tutti e 25 i minuti di cortometraggio. Forse, in un paese diverso, il pubblico avrebbe trovato assurdo da parte dei genitori costringere un bambino di un anno e mezzo (per quanto co-ideatore) in sala anche per i successivi 92 minuti di Still Life di Uberto Pasolini.
Se da qui non te ne vai, questi prodotti di un’ educazione impartita da padri porto alegre social forum a ridosso dell’andropausa e da madri ben più che quarantenni stritolate dai trattamenti per la fertilità, ecco, questi prodotti cresceranno. E poi voteranno. E il loro voto varrà quanto il tuo. Pensaci.

‘a rricerca

Dopo 12 giorni a Palermo, posso affermare pubblicamente alcune cose. Altre cose, al contrario, preferisco tenerle per me.
Tra quelle che mi sento di affermare pubblicamente:

La bruttezza può essere considerata bella, certo. Purtroppo è altrettanto facile che, per qualche incomprensibile ragione, anche la bellezza venga all’improvviso considerata brutta. E’ una possibilità che andrebbe tenuta in maggiore considerazione dai panormiti. Se non si fidano di me di me potrebbero almeno chiedere, che so, a Sandra Milo.
C’è gente che va in bicicletta.
C’è gente che fa bambini.
C’è gente che apre negozi nel centro storico.
C’è gente che apre negozi fuori dal centro storico.
C’è gente che esce di casa anche se è buio e non passa molta gente da questa strada.
C’è gente che usa la cintura di sicurezza. Davvero.
C’è gente che va a correre alla Favorita, perché correre fa bene e se ci sono gli alberi è meglio. Davvero.
C’è gente che cresce bambini.
C’è gente che va al lavoro, tutti i giorni. O lo cerca, al limite, tutti i giorni. Davvero.
C’è gente che attraversa la strada con dei passeggini. Davvero.
C’è gente che usa gli anticoncezionali. Sempre. Davvero.
C’è gente che getta il sacco dell’immondizia dentro il bidone dell’immondizia. O ce la mette tutta per farlo, al limite. Davvero.
C’è gente che fa cioccolatini e torte fatte in casa, in un piccolo bar. Da ben 5 anni. Davvero.
C’è gente che fa la dieta.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde. Davvero.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde ma sa che non funzionerà.
C’è gente che va a limonare a villa Trabia, anche oggi. Davvero.

C’è gente che cerca parcheggio. Davvero.
C’è gente che paga tutte le tasse, anche quelle su cose come i rifiuti o la sanità. O il possesso degli unicorni. 

C’è tutta questa gente, insomma, che si comporta come se vivesse in un posto normale.
Davvero.

E poi c’è la pasta coi tenerumi, il mio alimento proustiano. Sì, Proust. Quel francese che si è impossessato della paternità di un libro, altrimenti scritto da un palermitano e ambientato a Partanna Mondello. Quello che comincia con un tizio che mangia una pasta coi tenerumi – forse cucinata da tale Maddalena, nome che infatti viene furbescamente mantenuto anche nel plagio del francese – e inizia a ricordare cose. Il titolo originale era ” ‘a rricerca rú tiempu pirdùtu”.

Neutro

– Stai scherzando?
– Purtroppo no. Guarda, anche a me sembra assurdo, ma sono richieste precise che ci fa l’azienda e non possiamo prescindere. Alla prima selezione con l’agenzia sei andata bene e sei passata. Ma per il colloquio successivo con l’azienda devi fare questa cosa.
–  Ma qual è la ragione?
– Sai, lì allo sportello vanno in prevalenza persone anziane…
– E quindi?
– E quindi ci viene richiesto di selezionare solo candidati dall’aspetto neutro
– Neutro?
– Ti puoi tenere solo gli orecchini, altrimenti niente.

Questo dialogo avveniva 5 anni fa tra me e il fidanzato della mia amica Elisa. Io mi ero  laureata da due mesi e cercavo lavoro, uno qualunque. Lui lavorava in un’agenzia interinale che seleziona candidati per lavori qualunque, tipo fare la cassiera al c.u.p. di uno degli ospedali cittadini.

– Ti rendi conto? Alla Pam c’è una cassiera transessuale, e giustamente non ho mai visto nessuna nonnina bolognese fare un plissè riguardo alla faccenda. Te l’immagini l’anziano che si rifiuta di farsi prenotare da me! Dev’essere proprio la priorità di ogni vecchio con la prostata infiammata e l’incontinenza notturna quella di assicurarsi che la tizia che gli prenota l’esplorazione digito rettale non abbia alcun anellino d’argento nella narice sinistra. Per me possono anche morire, io non me lo tolgo, mi rifiuto, non ci vado.

Questa invece sono io che spiego al mio fidanzato dell’epoca le ragioni del mio rifiuto. Lui, che da circa tre anni andava ai colloqui con le lunghe chiome sciolte sulla maglia degli Opeth e i pantaloni infilati dentro gli anfibi, non ebbe assolutamente niente da ridire sul mio ragionamento che, invece, gli sembrò ineccepibile.



Immagine

Questa sono io 5 anni dopo, poche ore prima di un nuovo colloquio nella stessa agenzia per la stessa azienda.
Questa volta il lavoro è in ufficio, come scansionatrice di documenti. Per sì e per no, anche se non ci sarà il fidanzato della mia amica a dirmelo, visto che ha cambiato lavoro e poi si sono pure lasciati, mi tolgo l’anellino. Decido di immortalare il momento, prima di toglierlo.
Del resto, l’anellino (nelle sue varie reincarnazioni e sostituzioni) ha resistito per tredici anni al consiglio paterno sempre uguale, a volte più a volte meno veemente, “togliti quella cosa là dal naso, non è serio”, spesso seguito anche da “e poi magari questa volta ti compri un tailleur“. Ha resistito ad una maturità, due discussioni della tesi (mie), una discussione della tesi (di mia sorella, “Lo sai che la famiglia dice molto su di noi. Quindi se proprio non te lo vuoi levare almeno mettiti il tailleur, fallo per lei”), esami, colloqui, presentazioni.
Anni di lavoro retribuito hanno difeso la sua presenza sulla mia faccia, il suo luccichìo è diventato un grosso faro puntato sul provincialismo e sull’inadeguatezza delle convinzioni familiari.
Da qualche tempo però erano le mie, di convinzioni, che non riusciva più a smentire. E siamo arrivati così ad oggi.

Incidentalmente, oggi è anche il giorno in cui – per un lavoro in cui bisogna scansionare un foglio dopo l’altro, salvare le immagini in una cartella e bòn – ho affrontato un test cronometrato di 40 minuti sull’uso di word che sarebbe stato assolutamente utile per la selezione del ruolo di segretaria particolare di Dio in persona.

il maestro e le margheritine

Ci ho provato. Mi sono messa un paio di grandi lenti rosa, ma il signor Instagram A.S.C. non ha assunto la direzione della fotografia della mia vita.
Daria Morgendorffer Consepevolezza morettiana post 44° compleanno     1-0
Ma come fai a pensarla diversamente? Dico davvero.
C’è questo ufficio al secondo piano di un bel palazzo. Un palazzo storico, davvero molto bello, con un cortile interno profumato di gelsomini e pieno di edera rampicante, uno di quei cortili dove non puoi tenere le biciclette perché creano il degrado. In effetti, in quell’ufficio ci si occupa del bene, quello comune, quello culturale. In questo bel palazzo sono entrata io, a piedi, senza bicicletta. Sono entrata per chiedere informazioni su determinate cose che hanno a che fare con il bene mio personale ma che, incidentalmente, a ‘sto giro storicamente disgraziato, sono andate ad intrecciarsi coi destini del bene culturale*.
Il portinaio quasi pensionabile, forse di Ficarazzi (PA), non si sente preparato abbastanza per rispondere alla mia domanda e dunque chiama la responsabile. La chiama proprio al telefono, col numero interno.  L’emozione per la serietà con cui viene presa in considerazione la mia domanda e il brivido della legittimazione della necessità mi frastornano: quando arriva la responsabile sto iperventilando.
La responsabile ha una cinquantina d’anni e le palpebre pitturate di blu elettrico con un ombretto glitterato. Anche il contorno delle labbra è blu elettrico, in pendant con l’ombretto. L’interno delle labbra invece è di un color rosa antico, matte.
L’orrore è molte cose, certo.
La sintesi dell’orrore, il riassuntino, l’orrore spiegato a me stessa in tre secondi, però è questa cosa qui: dare del Lei, rispettosamente, a una donna di mezza età con le bocce de fòri e un trucco da viado. E intendo non incontrata all’interno di una struttura pubblica per i casi gravi di diagio sociale e non come volontaria in un gattile: incontrata in qualità di mia interlocutrice su una faccenda che riguarda il bene mio personale ma che, incidentalmente, a ‘sto giro storicamente disgraziato, è andato ad intrecciarsi coi destini di quello culturale.

*Perché per quando ne verremo a capo io potrei essere già in t.s.o. o incenerita dall’olocausto nucleare, allora che poi non si dica che non ve l’avevo detto.
C’è questo bando, si vince un pacchetto di caramelle, però sai di ‘sti tempi eccetera (per approfondire sul tema dell’importanza delle caramelle nei tempi difficili eccetera, si guardi l’ottimo Una tomba per le lucciole di Isao Takahata).
Siccome appunto di ‘sti tempi eccetera, la possibilità di ottenere ben un pacchetto di caramelle genera un certo entusiasmo e così i partecipanti alla gara sono molti e infatti ci sono le eliminatorie in base ai curricula. D’altro canto i banditori – forse semplicemente per titillare la fragile autostima dei gareggianti onde sobillarli e rendere più avvincente la competizione – imbastiscono un apparato di regole incredibilmente complicato e pretendono dai selezionati che venga prodotta una documentazione cartacea di entità notarile a certificare che l’assegnazione del pacchetto di caramelle è avvenuta sotto la benedizione della meritocrazia più inconfutabile. In questo modo, i gareggianti il cui orizzonte di realtà non è stato ancora del tutto raso al suolo dal difficile momento storico e che quindi si renderebbero anche conto – in condizioni normali, in una vita non sceneggiata da Bulgakov in persona – di stare gareggiando per un pacchetto di caramelle, sono troppo impegnati a chiedere al liceo Umberto I di Palermo di certificare che la candidata Priscilla Cocilovo ha effettivamente studiato francese. Sono troppo impegnati a telefonare al segretario signor Festa per percepire la presa per il culo come dato fenomenico.
Da quasi due mesi, una commissione selezionatissima sta esaminando – foglio per foglio – la veridicità delle dichiarazioni dei gareggianti mediante attento esame della documentazione da essi prodotta. Quando si accorgeranno che la candidata Cocilovo non è riuscita effettivamente a ottenere alcuna dichiarazione ufficiale dal liceo Umberto I di Palermo, e come lei molti altri candidati, i commissari escluderanno dalla gara la Cocilovo e tutti gli altri. A quel punto la graduatoria slitterà e ad altri candidati – inizialmente esclusi in fase di eliminatoria – verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione, che noterà che  alcuni dei selezionati hanno prodotto una documentazione lacunosa rispetto alle richieste e quindi li escluderanno. E la graduatoria slitterà e ad altri candidati ancora verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione, che noterà che  alcuni dei selezionati hanno prodotto una documentazione lacunosa e quindi li escluderanno. E la graduatoria slitterà e ad altri candidati ancora verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione.
E poi l’asteroide finalmente ci colpirà.