Analfabétere

“…Credo che mettersi a lanciare bombe a mano potrebbe 
essere interpretato come un segno di maleducazione”
Daria Morgendorffer, 2002

L’altro giorno ho origliato una conversazione in tram, erano due ragazze italiane.
Una stava dicendo all’altra “…perché sai, io ho sempre pensato di poter contare più sulla mia intelligenza che sulla mia bellezza”.
Un grande classico.
Questo episodio – identico a decine di altri episodi analoghi origliati sui mezzi pubblici italiani e rimasti impuniti per sciocche convenzioni sociali che impediscono al saggio di redarguire e talvolta addirittura sanzionare l’idiota – ha insinuato in me il forte sospetto che l’assenza di fastidio che sperimento ormai da qualche mese (sostituita, non temete, da una grande tristezza) sia da mettere direttamente in relazione con il fatto che, nella maggior parte dei casi, non comprendo la lingua di queste persone.
Questa consapevolezza mi spinge a considerare con meno entusiasmo uno dei grandi propositi per l’anno venturo – che, come tutti sanno, comincia a settembre con la riapertura delle scuole – ovvero iscrivermi al corso gratuito per immigrati.

Poi adoro anche tantissimo quando dico qualcosa tipo “eh, com’era bello quando la normalità era un valore” e una degli astanti mi risponde “intendi quella normalità secondo cui gli omosessuali andavano incarcerati? eh? eh? eh?” con cigolii ovarici a profusione.
Quella stessa astante che non mangia quando ha fame perché “eh, noi mamme siamo abituate a soffrire”. E che “..Fellini chi?”. E che “l’olio di palma”. E che “ora mi coniughi tutto il verbo! Sai chi parla usando l’infinito, in Italia – segue imitazione di negro parlante italiano stile mami, governante di Rossella ‘O Hara – eh? sai chi? Gli immigrati! Vuoi parlare come un immigrato, tu?!”.

Che due coglioni, guarda.

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Tirapiedi (minarsela)

Ho letto per la prima volta la parola tirapiedi nel 1993, in una delle didascalie dell’ album di figurine del film Disney La bella e la bestia. Il tirapiedi in questione era LeTont: un giovane obeso e chiaramente deficitario a livello cognitivo, che idolatra Gaston il bulletto. La didascalia diceva proprio così “LeTont, il tirapiedi di Gaston”. Ricordo di aver cercato la parola sul dizionario Palazzi, di averla trovata, e di aver pensato le solite due cose che penso sempre – in rapida successione e sempre nello stesso ordine – quando mi trovo di fronte a qualcosa che mi fa ribrezzo:
1.”Poveretto, che schifo di vita”
2. “…Ma non è che anche io?”
Prese velocemente in esame tutte le relazioni amicali che avevo stabilito nel corso della mia giovane vita e stabilito che non ero stata fino a quel momento la tirapiedi di nessuno – fiiiuuuu… – decidevo una volta per tutte che mai lo sarei stata.

Ieri in negozio è entrato un giovane obeso e chiaramente deficitario a livello cognitivo. Aveva la sciarpa e il cappellino del bologna, coordinati. E’ venuto per annunciare – per ANNUNCIARE, permettetemi di scriverlo maiuscolo – l’imminente arrivo di un consigliere comunale eletto con la Lega Nord.
Ha proprio detto “Buongiorno, signore. Sta per arrivare il consigliere comunale eletto con la Lega Nord”.
E la mia titolare ha detto “Certo, lo aspettiamo”.
E il tirapiedi è andato via.
Cinque minuti dopo è entrato il consigliere comunale eletto con la Lega Nord e ha conversato con titolare e clienti.

Ultimamente mi è presa questa nostalgia del tutto inedita per alcune espressioni panormite di sopraffina bellezza. Forse, più che la bellezza delle espressioni, sopraffino è il disprezzo sotteso.
Di quel disprezzo non c’è traccia qui, tra questa gente così civile e bene educata. Non c’è speranza di trovare disprezzo tra quelli che mi raccontano, tra una chiacchiera e l’altra, di che bella serata è stata quando il presidente della nota fondazione bancaria è venuto a visitare la nostra casa di famiglia in campagna in quanto amico del marito della cugina Bruna, e che bella figura abbiamo fatto visto che avevamo appena cambiato i mobili del giardino, e poi la zia mamma della Bruna era una cuoca eccezionale, e mettici anche che la cugina Bruna non aveva ancora subito l’operazione di ricostruzione dell’esofago – che si era lacerata ingoiando dell’acido come protesta contro le corna che le metteva il marito n.d.r. – e quindi era magra e in formissima come non era mai stata.
Questa gente non disprezza, figurati.

Io sì che disprezzo.
E quindi, per tutta la permanenza del consigliere comunale eletto con Lega Nord in negozio, io ho fatto andare in loop la mia personale versione del precedente dialogo:
“Buongiorno, signore. Sta per arrivare il consigliere comunale eletto con la Lega Nord”
“Ora nna minamu”*

*Letteralmente, “Adesso ci masturbiamo”.
Espressione usata per esprimere aperto disinteresse verso un avvenimento annunciato invece come rilevante o addirittura spaventoso.
E.g. “Sta per arrivare il consigliere Manes Bernardini”  “Ora nna minamu”.

Disaffezione

foto

Proprio come Frances Ha, ad un certo punto anche io mi sono risolta a tirare fuori dalla cantina la mia vita in perenne assetto da trasloco. Non è stata esattamente una passeggiata di salute, capire di essere tra quelli che rimangono. Io ci ho messo un anno, non esattamente il migliore della mia vita, tre anni fa. Dopo quell’anno è arrivato un quadro lungo tre metri e alto circa uno, il quadro che c’era nel salotto della casa in cui sono cresciuta, regalo di mio padre. E’ arrivato dentro una grossa cassa inchiodata che il salvatore delle mie penne ha schiodato, un chiodo alla volta, mentre io mi facevo venire una crisi isterica in cucina farneticando su eventuali noleggi di seghe elettriche.
Abbiamo attaccato il quadro. La cassa non l’abbiamo buttata perché non avevamo voglia di chiamare quelli dei rifiuti ingombranti, quindi l’abbiamo messa in cantina.
Forse mi sono concentrata un po’ troppo sul portare a termine l’obiettivo, cosa che del resto mi capita piuttosto spesso, lasciando completamente fuori fuoco tutto il resto. Dunque, mentre mi guadagnavo la felicità stanziale, mentre mi affezionavo ad alcune persone, proprio quando per ben due cambi di stagione dell’armadio la vertigine del pensiero “chissà se sarò ancora qui quando avrò bisogno di questi vestiti” non mi aveva più stuzzicata, proprio allora si rendeva evidentissimo un fatto: il lavoro – quella cosa che si fa da grandi – non è qui, non ancora, e non è detto che lo sarà.
“Se non lo sarà, dovrai rifare gli scatoloni, tata. Lo sai, vero?”
“Ma io non posso, ho il quadro. Che ne faccio del quadro? Non posso portarmelo in giro”
“Lo so che hai il quadro ma nessuno continua a fare tre lavori contemporaneamente di cui neanche uno vagamente certo perché non ha voglia di staccare un quadro e rispedirlo indietro. Non è tempo per appendere quadri”
“Ma non posso rispedirlo indietro!”
“La cassa è ancora in cantina, ti ricordi? Siete stati previdenti, per una volta”.
Questo contributo ci è stato gentilmente offerto da Sally Albright e Joey Potter, entrambe autrici della parte più controversa della mia personalità, quella che sarà rivalutata dai fan solo dopo la mia morte.
Insomma, da qualche tempo c’è un nuovo obiettivo ed è la disaffezione: ci sono altri odori per le stesse stagioni che cambiano, altri mercati il sabato mattina, altro sole, altra nebbiolina, altre strade belle, altri bar del cuore, sei sicura di volerti tenere questi?
Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, non ti mette ansia? Un po’ sì, confessa. Non hai voglia di una città con una metropolitana? Con dei tram, magari, così è proprio sicuro che ti perdi.
Quella libreria scura che hai ficcato dentro casa a suo tempo – perché i libri dovevi pur posarli da qualche parte – è orrenda e lo sai. Era la tua prima libreria e non avevi alcuna competenza per scegliere un oggetto del genere. Nella casa nuova potrai averne una fatta a modino, per scegliere la quale avrai frequentato corsi serali di arredamento d’interni e avrai battuto tutti i mercatini delle pulci della tua regione. Se resti qui ti devi tenere quel casciabanco nero che ogni volta che lo guardi ti si rivolta lo stomaco e ti ricordi di quando l’hai ordinato in piena notte dal sito Ikea sperando di beccare le misure e che il muro fosse largo abbastanza.
Magari scegliere un posto con la testa – quel grosso bozzo che hai sopra al culo – porta a risultati migliori. Magari le viscere e i muscoli involontari dovrebbero rimanere quello che sono: carne di ultimo taglio, non strumenti che dovresti usare per scegliere dove vivere e cosa fare da grande.
Magari, in un altro paese, un tizio promotore di eventi che introduce un cortometraggio in un cinema non farnetica di prossime venture proiezioni cinematografiche baby-friendly grazie alle quali i genitori di bambini da zero a tre anni saranno incoraggiati a portare i propri pargoli in sala – sala che sarà attrezzata con fasciatoi e cuscini morbidi per le zone allattamento –  grazie a una geniale idea avuta di concerto da lui, da sua moglie e dal loro bambino di un anno e mezzo e trovata sensazionale dal gestore del cinema che se ne è detto entusiasta. Magari, in un altro paese, il gestore del cinema avrebbe chiamato la neuro deliri, il telefono azzurro, il telefono rosa, telefono giallo come per le rivelazioni sulle stragi di stato, i carabinieri, batman. O magari no, ma certamente non avrebbe consentito che il co-ideatore di un anno e mezzo rimanesse in sala a gorgheggiare per tutti e 25 i minuti di cortometraggio. Forse, in un paese diverso, il pubblico avrebbe trovato assurdo da parte dei genitori costringere un bambino di un anno e mezzo (per quanto co-ideatore) in sala anche per i successivi 92 minuti di Still Life di Uberto Pasolini.
Se da qui non te ne vai, questi prodotti di un’ educazione impartita da padri porto alegre social forum a ridosso dell’andropausa e da madri ben più che quarantenni stritolate dai trattamenti per la fertilità, ecco, questi prodotti cresceranno. E poi voteranno. E il loro voto varrà quanto il tuo. Pensaci.

il maestro e le margheritine

Ci ho provato. Mi sono messa un paio di grandi lenti rosa, ma il signor Instagram A.S.C. non ha assunto la direzione della fotografia della mia vita.
Daria Morgendorffer Consepevolezza morettiana post 44° compleanno     1-0
Ma come fai a pensarla diversamente? Dico davvero.
C’è questo ufficio al secondo piano di un bel palazzo. Un palazzo storico, davvero molto bello, con un cortile interno profumato di gelsomini e pieno di edera rampicante, uno di quei cortili dove non puoi tenere le biciclette perché creano il degrado. In effetti, in quell’ufficio ci si occupa del bene, quello comune, quello culturale. In questo bel palazzo sono entrata io, a piedi, senza bicicletta. Sono entrata per chiedere informazioni su determinate cose che hanno a che fare con il bene mio personale ma che, incidentalmente, a ‘sto giro storicamente disgraziato, sono andate ad intrecciarsi coi destini del bene culturale*.
Il portinaio quasi pensionabile, forse di Ficarazzi (PA), non si sente preparato abbastanza per rispondere alla mia domanda e dunque chiama la responsabile. La chiama proprio al telefono, col numero interno.  L’emozione per la serietà con cui viene presa in considerazione la mia domanda e il brivido della legittimazione della necessità mi frastornano: quando arriva la responsabile sto iperventilando.
La responsabile ha una cinquantina d’anni e le palpebre pitturate di blu elettrico con un ombretto glitterato. Anche il contorno delle labbra è blu elettrico, in pendant con l’ombretto. L’interno delle labbra invece è di un color rosa antico, matte.
L’orrore è molte cose, certo.
La sintesi dell’orrore, il riassuntino, l’orrore spiegato a me stessa in tre secondi, però è questa cosa qui: dare del Lei, rispettosamente, a una donna di mezza età con le bocce de fòri e un trucco da viado. E intendo non incontrata all’interno di una struttura pubblica per i casi gravi di diagio sociale e non come volontaria in un gattile: incontrata in qualità di mia interlocutrice su una faccenda che riguarda il bene mio personale ma che, incidentalmente, a ‘sto giro storicamente disgraziato, è andato ad intrecciarsi coi destini di quello culturale.

*Perché per quando ne verremo a capo io potrei essere già in t.s.o. o incenerita dall’olocausto nucleare, allora che poi non si dica che non ve l’avevo detto.
C’è questo bando, si vince un pacchetto di caramelle, però sai di ‘sti tempi eccetera (per approfondire sul tema dell’importanza delle caramelle nei tempi difficili eccetera, si guardi l’ottimo Una tomba per le lucciole di Isao Takahata).
Siccome appunto di ‘sti tempi eccetera, la possibilità di ottenere ben un pacchetto di caramelle genera un certo entusiasmo e così i partecipanti alla gara sono molti e infatti ci sono le eliminatorie in base ai curricula. D’altro canto i banditori – forse semplicemente per titillare la fragile autostima dei gareggianti onde sobillarli e rendere più avvincente la competizione – imbastiscono un apparato di regole incredibilmente complicato e pretendono dai selezionati che venga prodotta una documentazione cartacea di entità notarile a certificare che l’assegnazione del pacchetto di caramelle è avvenuta sotto la benedizione della meritocrazia più inconfutabile. In questo modo, i gareggianti il cui orizzonte di realtà non è stato ancora del tutto raso al suolo dal difficile momento storico e che quindi si renderebbero anche conto – in condizioni normali, in una vita non sceneggiata da Bulgakov in persona – di stare gareggiando per un pacchetto di caramelle, sono troppo impegnati a chiedere al liceo Umberto I di Palermo di certificare che la candidata Priscilla Cocilovo ha effettivamente studiato francese. Sono troppo impegnati a telefonare al segretario signor Festa per percepire la presa per il culo come dato fenomenico.
Da quasi due mesi, una commissione selezionatissima sta esaminando – foglio per foglio – la veridicità delle dichiarazioni dei gareggianti mediante attento esame della documentazione da essi prodotta. Quando si accorgeranno che la candidata Cocilovo non è riuscita effettivamente a ottenere alcuna dichiarazione ufficiale dal liceo Umberto I di Palermo, e come lei molti altri candidati, i commissari escluderanno dalla gara la Cocilovo e tutti gli altri. A quel punto la graduatoria slitterà e ad altri candidati – inizialmente esclusi in fase di eliminatoria – verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione, che noterà che  alcuni dei selezionati hanno prodotto una documentazione lacunosa rispetto alle richieste e quindi li escluderanno. E la graduatoria slitterà e ad altri candidati ancora verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione, che noterà che  alcuni dei selezionati hanno prodotto una documentazione lacunosa e quindi li escluderanno. E la graduatoria slitterà e ad altri candidati ancora verrà chiesto di produrre la documentazione cartacea entro 30 giorni. Poi si riunirà una nuova commissione.
E poi l’asteroide finalmente ci colpirà.