Analfabétere

“…Credo che mettersi a lanciare bombe a mano potrebbe 
essere interpretato come un segno di maleducazione”
Daria Morgendorffer, 2002

L’altro giorno ho origliato una conversazione in tram, erano due ragazze italiane.
Una stava dicendo all’altra “…perché sai, io ho sempre pensato di poter contare più sulla mia intelligenza che sulla mia bellezza”.
Un grande classico.
Questo episodio – identico a decine di altri episodi analoghi origliati sui mezzi pubblici italiani e rimasti impuniti per sciocche convenzioni sociali che impediscono al saggio di redarguire e talvolta addirittura sanzionare l’idiota – ha insinuato in me il forte sospetto che l’assenza di fastidio che sperimento ormai da qualche mese (sostituita, non temete, da una grande tristezza) sia da mettere direttamente in relazione con il fatto che, nella maggior parte dei casi, non comprendo la lingua di queste persone.
Questa consapevolezza mi spinge a considerare con meno entusiasmo uno dei grandi propositi per l’anno venturo – che, come tutti sanno, comincia a settembre con la riapertura delle scuole – ovvero iscrivermi al corso gratuito per immigrati.

Poi adoro anche tantissimo quando dico qualcosa tipo “eh, com’era bello quando la normalità era un valore” e una degli astanti mi risponde “intendi quella normalità secondo cui gli omosessuali andavano incarcerati? eh? eh? eh?” con cigolii ovarici a profusione.
Quella stessa astante che non mangia quando ha fame perché “eh, noi mamme siamo abituate a soffrire”. E che “..Fellini chi?”. E che “l’olio di palma”. E che “ora mi coniughi tutto il verbo! Sai chi parla usando l’infinito, in Italia – segue imitazione di negro parlante italiano stile mami, governante di Rossella ‘O Hara – eh? sai chi? Gli immigrati! Vuoi parlare come un immigrato, tu?!”.

Che due coglioni, guarda.

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Avere torto (averlo?)

Pochi giorni fa mi sono imbattuta casualmente nel mio fidanzatino dei tempi dell’università. Dopo quasi 5 anni, come recita l’antico testo del buon Riccardo Sinigallia che tuttavia egli ignora completamente dal momento che è metallaro, anarchico, vegano e che ha altresì frequentato il dams cinema a Bologna e trascorso in erasmus a Gotham City gli anni dal 1999 al 2005.
Ora, egli è un po’ testa di minchia per una serie di ragioni. A spanne, mi sa che si tratta di quelle stesse ragioni che devono avermi convinta a lasciarlo via skype in una fredda notte d’inverno. Tuttavia non fatevi ingannare: egli è persona degnissima e ha molto (molto, davvero) più da recriminare su di me come essere umano di quanto io possa avere su di lui.
Ed è anche più dotato di me, e pure tanto. Io però sono più intelligente, e sono anche parzialmente cieca e motivata a sopravvivere, e quindi vinco io: la prossima volta ti concentri e nasci blatta pure tu, amico colibrì.
Comunque niente, io ordino un tè. Lui chiede se hanno il latte di soia, la barista iperventila in una busta di carta, prendiamo due tè.
Io comincio il mio resoconto degli ultimi anni che naturalmente finisce con la litania lamentatoria che è di gran moda su questi schermi ultimamente, sul tema “questo posto fa schifo e io lo disprezzo eppure lo amo e dunque soffro”. Egli deve avere nasato la faccenda e dunque mi ha più o meno interrotta per prendere parola.
Che villano, ho sentenziato dentro di me in quell’istante di silenzio. Tuttavia tutto questo riguardo e tutto questo senso di perdita e tutta questa serietà nel vivere il distacco che adesso sto mostrando per la città. Tutte queste cose non le ho mai mostrate nei suoi confronti, all’epoca, quando ho concluso che si muore un po’ per poter vivere e quindi gli ho comunicato che anche basta così. E’ così quando altro da te ti fa schifo e lo disprezzi e però non lo ami più: non soffri per niente.
Comunque va be’, mi chiede scusa per avermi interrotta durante la mia migliore interpretazione di Michele Apicella. Io gli dico “ma figurati, dimmi pure”, fingendo una magnanimità che non possederei neanche dopo avere tirato della colla.
Lui mi fa: “Senti, se tu vuoi andartene secondo me fai bene ed è un’ottima idea. Però se vuoi andartene solo perché non ti piace quello che vedi intorno a te, tanto vale che resti qui. Se non ti piace quello che vedi lo devi cambiare come puoi, anche pochissimo, oppure devi fregartene. Non c’entra niente traslocare per questo”.
E ha dato una sorsata al tè.

Naturalmente ha torto, devo solo dimostrarlo.
Il più è fatto.