While we were young

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Questa sono io i primi di novembre. C’era mio padre in visita. Mio padre ha questa cosa che non parla inglese, anche se tecnicamente sarebbe in grado di verbalizzare concetti come tenchiù e mineraluòter. Quando un cameriere gli porta qualcosa lui dice “grazie!” perché teme che il cameriere, tratto in inganno dalla sua impeccabile pronuncia del tenchiù, possa in qualche modo replicare e così smascherarlo.

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Questo è Erasmusgracht sotto la nostra nuova casa a Bos en Lommer, Amsterdam. E’ un pomeriggio di inizio dicembre.

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Questo è il mio anello di fidanzamento. Quella sera siamo andati a cena fuori e, quando siamo tornati a casa dal ristorante, siamo saliti sul treno sbagliato che non ci ha portati a Zaandam ma da qualche parte verso Almere. Mentre il mio promesso sposo picchiava forte sui finestrini del treno, l’urlo acuto di due ragazzine lacerava l’aria: anche loro avevano sbagliato treno. Entrambe sono velate e truccatissime, una parla inglese, l’altra no. Anche loro avrebbero dovuto tornare a Zaandam. In realtà, ci spiega l’anglofona, loro non avrebbero mai dovuto lasciare Zaandam: per i loro genitori sono in piazzetta a sfondarsi di redbull e patatine lay’s gusto pollo. Invece sono salite senza biglietto su un treno per Amsterdam e ora stanno tornando, sempre senza biglietto. What the fuck, dice l’anglofona, odio questi cazzo di treni olandesi e odio questo posto: dove vive mia madre, in Inghilterra, è tutto molto meglio. Dieci minuti dopo si sente un grande odore di bruciato: sta andando a fuoco uno dei bagni. Il treno si ferma a Almere Poort. Le due ragazzine chiedono una sigaretta a un passeggero. Torniamo verso la città con un autobus gremito di quelli che probabilmente sono il frutto di generazioni di matrimoni tra consanguinei. Le due ragazzine sono sparite nel nulla.

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Questi sono gli scatoloni del trasloco da Zaandam ad Amsterdam, il primo gennaio. Li ho trasportati a bordo un camioncino guidato da un russo che parlava solo olandese.

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Questa è la nostra cucina. Sul frigo c’è il disegnino fatto da Laura, che è anche l’invito per il nostro matrimonio. Quella settimana ho spedito gli inviti ma molti sono tornati indietro perché ho scritto gli indirizzi dal lato sbagliato della busta. Questo ha dato origine a una performance isterica che sarebbe stata assolutamente in linea col personaggio se solo avessi avuto anche le damigelle coi vestiti a sirena e i tavoli coi nomi degli animalucci preferiti dagli sposi.

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Queste sono tutte le nostre cose che avevamo impacchettato prima di partire, esattamente un anno fa. Sono arrivate i primi di febbraio in un camioncino guidato da Nello. C’era uno scatolone supplementare con sei bottiglie di gutturnio e da qualche parte mia suocera ha imboscato un tupperware con la lingua in umido.

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Questo è come mi prende di andare in giro conciata questo inverno.

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Questa è la lavagna il giorno dell’unità sulla contestazione giovanile in Italia, a febbraio. Per scaldarli, prima di cominciare, ho distribuito alcuni slogan di piazza spezzettati e mischiati, i miei studenti li hanno riordinati. “Io sono mia” hanno fatto molta fatica a ricostruirlo perché dicevano che una cosa così ovvia non poteva essere uno slogan.

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Queste sono le scarpe con cui la sposa è andata a sposarsi.

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Questo è il raccapricciante ritratto della Nana, regalo di nozze del nostro amico Matteo.

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Questo è Llomo, la lampada cowboy che ho comprato in autunno al mega mercato delle pulci Ij-Hallen a Noord. Il tizio che me l’ha venduto non credeva alle sue orecchie quando gli ho chiesto il prezzo. I candelabri di cristallo di boemia accanto a Llomo sono il dono di nozze di determinati colleghi di mio padre dichiarati cerebralmente morti intorno al 1986.

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Io e la Nana, all’inizio della primavera.

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Un giovedì pomeriggio di fine maggio alla stazione di Sloterdijk, da dove prendo il treno per un corso serale che faccio in un’altra città. E’ stata la prima settimana veramente calda. Questo vestito l’avevo comprato in Montagnola, a Bologna, il secondo anno di università. Non lo mettevo tanto spesso però perché pensavo mi ingrassasse e quindi a un certo punto l’ho dato via nelle campane dei vestiti. Quest’inverno l’ho ritrovato in un negozio di vestiti usati a peso, a Kinkerstraat. Pesava 12 euro, l’ho ricomprato.

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Tutto questo non sarebbe mai successo se fossimo rimasti a Bologna. Ora, non è che questo tutto questo sia tutta questa gran cosa, ma non sarebbe comunque successo. Il fatto che per far succedere tutto questo, che appunto non è niente di straordinario, noi si sia dovuto fare tutto questo casino…mah, mi domando se non abbiamo un po’ esagerato. Purtroppo la risposta è ancora no: non abbiamo esagerato. Se avessimo esagerato tornerei anche domani.

Non sono più arrabbiata come prima e non ho più paura, a volte sono molto triste perché mi mancano tanto alcuni posti e alcune persone e la mia vecchia casa.
Negli ultimi mesi, non so perché, mi è preso di guardare compulsivamente tutte le puntate di “amore criminale” e pare che questa cosa sia tipica delle relazioni abusanti. Tipo sindrome di Stoccolma.

Grazie a chi è passato da qui di tanto in tanto, anche se non ha trovato scritto niente. Questo è più o meno tutto quello che è successo.
Facciamo che se passate ancora vi faccio trovare qualcosa di scritto, a ‘sto giro.

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L’odore dell’anno che comincia, per me, è quello dei cuscini del letto lasciati chiusi in una stanza per qualche settimana. Non so, fanno un odore diverso che è esattamente l’odore di settembre.
Dopo diversi anni, questo è il mio primo anno con stacco lungo di mare e sole e poi ritorno nel posto in cui si trascorrerà l’inverno: ben tre settimane. Non succedeva dal 2009.
Quindi ora ci sono queste belle due settimane di vuoto prima che la scuola cominci (e non per modo di dire: questa volta è veramente scuola, cioè…non saprei proprio come altro chiamarla) in cui posso intervallare momenti di euforia, ansie anticipatorie, scoramentorama.
Comunque ecco le cose che bisogna assolutamente fare da qui a luglio. Intendo quelle già programmate, non i buoni propositi: intendo quelle che se non le faccio muoio io o ammazzo qualcuno.

Cambiare casa, lasciare Zaandam per la civiltà.
Se sei cresciuto a Rovigo o a Valguarnera Caropepe o a Parabiago, forse Zaandam non è una cattiva idea, magari sopravviverai. Io però sono abituata a non dover prendere il treno tipo per andare al cinema a vedere un film decente, o per raggiungere qualunque altro luogo non abitato da gente che si accoppia tra cugini e che ne porta chiaramente i segni: è un privilegio per il quale lavoro un numero imprecisato di ore a settimana, per il quale ho mosso il mio nobile e ancora sodissimo culo con grande spargimento di lacrime e tiramenti del suddetto nobile e sodissimo, e che vorrei riprendermi.
Possibilmente prima di ricorrere allo zoloft, cosa che sento sta per arrivare.

Accedere al corso di olandese organizzato dal Comune (di Zaandam, per il momento) per vedere se almeno il gruppo – benché probabilmente condotto con la tipica incompetenza duccia nella didattica delle lingue al grido di woordenlijst – riesce a sbloccare la mia produzione orale. Cosa che dovrebbe avvenire, secondo i miei piani, non più tardi di fine novembre. Pena la morte. Mia o di qualche innocente estratto a sorte.

Chiedere ed ottenere il numerino della camera di commercio per i produttori di cibo, spacchettare i due taglieri e rimettermi sulla pasta. Ora, subito, adesso, mo.

In teoria, il 5 marzo mi sposo.

Zaandam (zan zan!)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Mi rendo conto che la mia guarigione dalla psicosi e il mio ingresso nel mondo dei sani passa per l’accettare che questo è solo un blog, non il grande romanzo americano. Non c’è la regia di Sergio Leone.
Del resto nessuno di voi, immagino, si aspetta nè sospetta il contrario, no?
E, nel caso in cui invece sì, sareste voi quelli da ricoverare: non io a dover aspettare di avere due o trecento ore a disposizione per poter produrre ottima prosa. No?
Ad ogni modo.
Una delle monomanie preferite dai miei familiari è sempre stata quella di coltivare la convinzione che fuori dall’isola non sia presente tutta una serie di cose. Una serie molto lunga, molto. Negli anni è stata ridimensionata, ma restano incrollabili tre punti: fuori dall’isola non c’è il pane, non c’è il sole e non c’è il gelato. Dunque a che vale vivere?
Io ho sempre trovato molto ridicola questa cosa: tenetevi il cazzo di gelato, ho sempre pensato, così avrete qualcosa di buono da leccare mentre date il soldino al parcheggiatore che a sua volta dà il soldino a uno che sua volta dà il soldino a uno che a sua volta dà il soldino a uno che però ha anche un panificio dove fanno il pane buono. E andate anche a cacare, aggiungevo, se non aveste almeno clima mite e picchi glicemici si mobiliterebbe Amnesty International, il Live Aid l’avrebbero dedicato a voi.
Questo per dire che mi sono stupita molto quando ho cominciato realmente a sentirmi un poco meglio il giorno in cui ho scoperto che le ciliegie olandesi sono buone proprio come quelle italiane, e ne ho mangiate talmente tante da non ricordarmi se il plurale si scrive con o senza “i”.

Zaandam 29.06.2015

Zaandam 29.06.2015

A parte questo, due giorni dopo il mio compleanno qualcuno mi ha lasciato dei mandarini nella borsa della bicicletta. La prima cosa che ho pensato è stata “Ma i mandarini?! Siamo a luglio quasi!”. Questo pensiero stronzo mi pone ancora di fatto in salvo dalla zona-cucciolosa delle Amelié Poulain di stocazzo.

A fine maggio sono andata all’anagrafe di qui per chiedere di fare una cosa, salta fuori che serve il mio certificato di nascita in originale.
“In cartaceo, mi raccomando!”, mi ammonisce l’impiegata comunale zaandamese, “lo so che ormai è tutto informatizzato e digitalizzato ovunque, ma purtroppo per questo tipo di pratiche ci serve ANCORA la carta…mi dispiace, spero DAVVERO non sia un problema”.
E’ mortificata, letteralmente.
“No”, vorrei risponderle, “per me non è assolutamente un problema. Per voi invece è un problema ospitare il cavallo del messaggero che il Comune di Carini (PA) invierà per trasmettervi ufficialmente il mio certificato di nascita? Il messaggero può dormire da me”.

Lo scorso mese ho deciso di fare la sauna in palestra, anche a Bologna la facevo ogni tanto. E’ la mia prima sauna qui, quindi leggo con molta attenzione il regolamento prima di entrare, perché qualcuno potrebbe notare la mia inadeguatezza e darmi così un brutto voto. Insomma per fortuna lo leggo, perché viene fuori che bisogna entrare nudi. Io penso “ok, meno male che l’ho letto altrimenti sai che figura tutte nude e io l’unica col costume” (perché alla fine ho sempre, sempre, SEMPRE ragione), ed entro.
Come prima cosa c’è un uomo nudo davanti a me.
Io non ho grossi problemi con la nudità di nessuno, in generale – anche se non so proprio come facciano gli uomini ad accettare di essere così ridicoli e indifesi quando sono nudi. Dico davvero: per quanto uno possa essere fico, immaginarlo nudo mi fa sempre venire voglia di mettergli addosso una coperta e dargli una tazza di brodo – men che meno con la mia.
Tuttavia, devo ammettere che mantenere la compostezza e il piglio autoritario non è stata proprio una cosa da ridere in quei 35-40 secondi che sono passati quando ho infine intravisto la prima bernarda à la Jackson Five, prova che no: non mi ero infilata per sbaglio nella sauna degli uomini. O che almeno non ero la sola ad averlo fatto.

Zaandam, 01.07.2015

Zaandam, 01.07.2015

Comunque prima o poi mi calmerò e farò le cose una alla volta. Quel tizio grasso che mi si è seduto sul petto finalmente se ne andrà. Andrà tutto bene, e i miei studenti a fine corso mi regaleranno mazzi di fiori: sarò un’insegnante da mazzo di fiori.
Ma va bene anche se resto quella da vino e formaggio.

Oggi no – No cars go

La mia amica Lavinia è la donna più pigra del mondo.
Quando andavamo a scuola, l’ultimo anno, Lavinia poteva firmarsi le giustificazioni da sola, quindi le sarebbe bastato uscire per andare a scuola e poi non andare a scuola.
Ma perché uscire? Non c’era motivo.
Quindi faceva così – i suoi genitori si svegliavano circa un’ora dopo di lei – Lavinia si alzava, andava in bagno e fingeva di lavarsi, apriva e richiudeva la porta. Dunque, in punta di piedi, tornava in camera sua, e si rimetteva a dormire sotto il letto – un lettone matrimoniale alto – dove aveva predisposto tutto il necessario: un paio di coperte, musica in cuffia, cibo e acqua. Quando i suoi genitori uscivano per andare a lavorare, lei usciva dal suo nascondiglio e proseguiva la sua mattinata casalinga in santa pace. A volte anche per tre giorni di fila, senza mai uscire di casa.
Un giorno, rintronata dal sonno, Lavinia si rintanò sotto il letto subito dopo il passaggio in bagno, dimenticando la faccenda di aprire e chiudere la porta. Quando suo padre, valigetta da docente universitario alla mano, si avviò ad uscire, trovò la porta di casa chiusa dall’interno: il mistero era fitto.
Ci misero dieci minuti a trovarla, Lavinia disse che le loro ultime parole prima di sollevare il copriletto furono: “No, non è possibile”.

Questo aneddoto mi torna spesso in mente perché capisco perfettamente lo stato d’animo della mia amica. E capisco che la sua scelta, all’epoca, non aveva più di tanto a che fare col sonno o con la pigrizia.
Per come me la figuro io, è come se lo spazio in cui ci muoviamo fosse attraversato continuamente da proiettili vaganti che però viaggiano solo tra il metro e il metro e venti dal suolo: se restiamo sdraiati non ci colpiranno mai. Dev’essere per questo che tutte le sante mattine, ma tutte, ho il nodo alla gola quando suona la sveglia. Il mio fidanzato barbuto sostiene che questo non accadrebbe se io sostituissi no cars go con un’altra canzone da sveglia magari non di merda, parole sue. Non so, forse.
Ad ogni modo, ogni mattina, il monologo è questo: “No, dai. Non può essere capitato di nuovo. Devo rifarlo VERAMENTE?!
No, oggi no, oggi NO.
No dai, sì. Sì, ma solo per oggi: domani no.
Domani però no, promesso, domani a casa: dico che sto male.
Oggi vado, ma solo oggi. Così se vado oggi domani posso non andare”.
Sempre.
Mi passa durante la colazione, di solito. E il giorno in cui veramente “oggi no”, non arriva mai.

L’ultimo anno e mezzo bolognese è stato come un eterno giorno dell’oggi no, come stare sotto il letto di Lavinia.
Questi primi mesi qui sono un po’ come vivere il momento del “Dai, solo per oggi, domani no. Domani resto a letto, promesso”, ma tutto il giorno, durante ogni singolo istante delle mie attività da sveglia, con la stessa intensità.

E’ una rottura di coglioni, vi dirò. Ma tanto domani resto a letto.

Prometti, per sempre sarà

Amsterdam,  IJ Hallen flea market  (12.04.2015)

Amsterdam, IJ Hallen flea market (12.04.2015)

Il 31 marzo intorno alle undici di sera mi è arrivato un messaggio: è nato il bambino della mia amica di gioventù G, che vive in Germania. Più o meno nello stesso istante – del messaggio, non del parto – le mie amiche stavano scendendo le scale di casa mia a Bologna e io stavo piangendo dopo aver chiuso la porta, perché dice che piangere libera il petto e io avevo bisogno del petto libero per prenotare un taxi per l’indomani alle 04.45 del mattino.
Io e la mia amica G siamo accomunate dal fatto che ci piace leggere e che ci piace il gelato al cocco, basta. Credo che il fatto di avere entrambe fortemente temuto che saremmo rimaste brutte, strane, vergini e rifiutate dai maschi per sempre, abbia giocato un ruolo fondamentale nell’indissolubilità del nostro legame anche quando questo timore si era ormai rivelato infondato. Ci siamo anche organizzate per farcene una ragione e continuare ad andare avanti con le nostre vite nel miglior modo possibile nonostante gli svantaggi dei quali evidentemente eravamo portatrici. Avevamo circa 16 anni e già bisogno di un piano B, pensa.
Il bambino di G è stato tanto atteso, e per un po’ G ha pensato che non sarebbe arrivato mai. Poi è arrivato.
Quello che veramente accomuna me e G è l’uso smodato dei per sempre e dei mai – con il carico di facilità alla disperazione che ciò porta con sé – un uso che sarebbe imbarazzante già oltrepassata la maggiore età e che noi invece conserviamo assolutamente intatto dal 1996 ad oggi: non credo andrà mai via, credo che rimarremo sempre così.
Intanto il suo bambino è nato e io sono ad Amsterdam.

Avere torto (averlo?)

Pochi giorni fa mi sono imbattuta casualmente nel mio fidanzatino dei tempi dell’università. Dopo quasi 5 anni, come recita l’antico testo del buon Riccardo Sinigallia che tuttavia egli ignora completamente dal momento che è metallaro, anarchico, vegano e che ha altresì frequentato il dams cinema a Bologna e trascorso in erasmus a Gotham City gli anni dal 1999 al 2005.
Ora, egli è un po’ testa di minchia per una serie di ragioni. A spanne, mi sa che si tratta di quelle stesse ragioni che devono avermi convinta a lasciarlo via skype in una fredda notte d’inverno. Tuttavia non fatevi ingannare: egli è persona degnissima e ha molto (molto, davvero) più da recriminare su di me come essere umano di quanto io possa avere su di lui.
Ed è anche più dotato di me, e pure tanto. Io però sono più intelligente, e sono anche parzialmente cieca e motivata a sopravvivere, e quindi vinco io: la prossima volta ti concentri e nasci blatta pure tu, amico colibrì.
Comunque niente, io ordino un tè. Lui chiede se hanno il latte di soia, la barista iperventila in una busta di carta, prendiamo due tè.
Io comincio il mio resoconto degli ultimi anni che naturalmente finisce con la litania lamentatoria che è di gran moda su questi schermi ultimamente, sul tema “questo posto fa schifo e io lo disprezzo eppure lo amo e dunque soffro”. Egli deve avere nasato la faccenda e dunque mi ha più o meno interrotta per prendere parola.
Che villano, ho sentenziato dentro di me in quell’istante di silenzio. Tuttavia tutto questo riguardo e tutto questo senso di perdita e tutta questa serietà nel vivere il distacco che adesso sto mostrando per la città. Tutte queste cose non le ho mai mostrate nei suoi confronti, all’epoca, quando ho concluso che si muore un po’ per poter vivere e quindi gli ho comunicato che anche basta così. E’ così quando altro da te ti fa schifo e lo disprezzi e però non lo ami più: non soffri per niente.
Comunque va be’, mi chiede scusa per avermi interrotta durante la mia migliore interpretazione di Michele Apicella. Io gli dico “ma figurati, dimmi pure”, fingendo una magnanimità che non possederei neanche dopo avere tirato della colla.
Lui mi fa: “Senti, se tu vuoi andartene secondo me fai bene ed è un’ottima idea. Però se vuoi andartene solo perché non ti piace quello che vedi intorno a te, tanto vale che resti qui. Se non ti piace quello che vedi lo devi cambiare come puoi, anche pochissimo, oppure devi fregartene. Non c’entra niente traslocare per questo”.
E ha dato una sorsata al tè.

Naturalmente ha torto, devo solo dimostrarlo.
Il più è fatto.

Avere il nido sotto il tetto al fresco dei portici

* (vedi nota)

Mia sorella dice che devo prendere queste due settimane come due settimane di vacanza, tanto l’ora X arriverà comunque e quindi tanto vale fare cose che ti piacciono e che poi non avrai più tempo di fare.
Purtroppo, l’unica cosa sulla quale riesco a concentrarmi è che poi non avrò più MODO di fare queste cose, il tempo l’avrò sempre. Ma io sono fatta così, sono una palla, vorrei che mi scambiaste per la mamma di Bambi, davvero. Mi merito solo di essere impallinata.
Comunque ecco un elenco delle cose che mi piace fare, e che farò nei prossimi giorni, seguendo il consiglio della mia sensatissima sorella.

– Andrò tantissimo al cinema, tutti i giorni, come quando andavo all’università e vedevo due film al giorno in cineteca perché costava solo 3 euro e a volte ci facevano rimanere dentro tra un film e l’altro.
– Andrò in cerca di utensili per la pasta da portarmi via e li collauderò tutti.
– Userò i due taglieri nuovi, prima di spedirli. Quello grande l’ha persino fatto il falegname su misura.
– Inviterò amici a cena per smaltire i prodotti dei miei collaudi e il contenuto del mio freezer.
– Cercherò un vestito per un matrimonio assolutamente imperdibile per il quale ho addirittura già preso un biglietto Amsterdam-Palermo a/r, vi dico solo questo. Oh datemi dei consigli, diamine.
– Farò delle foto alla città con la macchina fotografica vera, non mi vergognerò di sembrare una turista o un’artistina.
– Andrò a vedere la mostra su Escher a Palazzo Albergati in Saragozza.
– Quando sarò triste batterò san vitale e strada maggiore, fino a che non mi cadranno i piedi. Perché sono le mie strade preferite e tutta l’infelicità che è venuta dopo non è riuscita a entrarci, nemmeno una volta, nemmeno per un minuto.
– Salirò a San Luca e mangerò le caramelle gommose al camioncino in cima. Ma mi porterò anche una birra.
– Farò sempre la sauna in palestra.
– Berrò uno spritz da miki e max, che è stato il mio bar per tantissimi anni, ed è anche il primo bar in cui ho portato il barbuto quando ancora era solo un tizio molto fico a caso.
– Berrò almeno 3 caffè con la Rosa.
– Ciondolerò in sala borsa.
– Mangerò la pita keftes da babilonia in via del pratello
– Farò la spesa al mercato, sempre. Mangerò tantissime mozzarelle e pomodori merinda.
– Vedrò le mie amiche più che potrò, e non sarò arrabbiata perché loro restano mentre io vado via.

Questo post è stato scritto in meno di 30 minuti e fa parte di un grande progetto sperimentale dal titolo “Datti tregua”, il cui scopo è evitare che io venga internata a Villa Baruzziana prima dei 45 anni.
Parte integrante del progetto è abbracciare l’umanità così com’è, persino la mia**.
Quindi insomma: è un blog, non il grande romanzo americano.
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* Questa canzone è Bologna per me. Senza virgola: Bologna per me, è la mia Bologna, quella che non è mai esistita veramente e dalla quale quindi non posso andare via.

* * Quando penso a questa cosa di abbracciare l’umanità mi viene spesso in mente un episodio di The big bang theory. E’ la scena-flashback in cui si vede il primo incontro tra Sheldon e Leonard, mentre Sheldon gli sta facendo l’intervista per vedere se può diventare il suo nuovo coinquilino:
S “last question, when do you pee?”
L “I’m sorry…what?
S: “when-do-you-pee?”
L “ehm…when I have to, I guess”
S “I’m sorry, I do not rent to hippies”