(quasi) tutta la verità

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Durante il primo giorno di lezione in un gruppo nuovo c’è sempre una cosa all’ordine del giorno: loro non si conoscono tra di loro, nessuno conosce l’insegnante, e allora bisogna conoscersi. Mettersi tutti in cerchio e presentarsi, fa subito tantissimo Robert Paulson e il suo gruppo di gonadectomizzati in Fight Club, quindi anche no. Cerco sempre di fare delle cose alternative, ma a ‘sto giro le avevo esaurite.
La mia collega F, che è una specie di Houdini della didattica, mi ha passato questa attività super alternativa. Io sono molto timida e certe volte prima di entrare in classe vorrei farmi un goccetto – spesso me lo faccio dopo, in effetti – e  per essere brava in classe devo convincermi per un paio d’ore di essere qualcun altro. Comunque questa attività mi piaceva troppo, e quindi mi sono fatta coraggio e l’ho fatta.
Funziona che l’insegnante disegna alla lavagna un riquadro con sei vignette e man mano le riempie, una per una. Gli studenti devono fare ipotesi sul titolo di ogni vignetta in base al suo contenuto.Le categorie vengono scritte man mano che la classe fa ipotesi a tempesta e viene fuori l’ipotesi corretta. Alla fine si scopre che che 1) La mia famiglia 2a) una cosa che amo 2b) una cosa che odio 3) un bel ricordo 4) un hobby 5) un desiderio 6) un progetto.
Poi viene chiesto loro di fare lo stesso e infine si mostrano i loro disegni tra di loro e li commentano. Nella più felice delle ipotesi qualcuno limonerà con qualcun altro entro la fine della lezione, o il troppo entusiasmo causerà un paio di angina pectoris e sarà necessario usare il primo soccorso.

Mentre gli studenti della mia classe livello B1 – una classe che contiene una giovane linguista fidanzata con un lucano, un affermato imprenditore nel settore della ristorazione, un dirigente bancario, due marketing manager poliglotte, una francesina appena andata in sposa a un romano – facevano diligentemente i loro disegnetti per il solo fatto che glielo aveva chiesto la loro autorevole insegnante, io guardavo il mio disegno alla lavagna e riflettevo.
Quando F mi aveva mostrato l’attività mi era piaciuta e avevo pensato “ok, mi inventerò qualcosa da disegnare”. Ho fatto anche delle prove sul foglio, in aula docenti, per essere sicura di avere le idee chiare. Non era tanto l’esecuzione tecnica a preoccuparmi, era piuttosto che volevo arrivare in classe con le idee chiare: volevo avere già bell’e pronta la versione accattivante della mia vita, quella con appeal, quella che facesse dire ai miei studenti “ok, al momento sembra che questa donna non sia finita a insegnare solo perché nel suo Paese non hanno un posto per tenere gli individui instabili e socialmente pericolosi”. Non volevo architettarla così all’impronta, ‘sta versione qui.
In realtà è finita che non c’è stato molto da architettare, ho mentito solo due volte: odio guidare la macchina molto più di quanto odio i ragni, ma disegnare una macchina con un’erinni furiosa alla guida che miete pedoni e altri veicoli mi sembrava tecnicamente impegnativo, oltre che un poco angosciante di ‘sti tempi di allarmi terrorismo.
Poi non me lo ricordo quasi per niente il giorno della laurea: mi ricordo con molta più emozione della prima volta che il barbuto mi è saltato addosso e io non me l’aspettavo affatto, di quando ho visto “C’era una volta in America” in piazza maggiore, di quando siamo andati a prendere la Nana per portarla a casa una domenica pomeriggio d’autunno dopo che eravamo stati a pranzo nel parco dell’ Arcoveggio col laghetto delle papere ed era un periodo tanto triste, della prima volta che ho tirato una sfoglia grande come un sudario e l’Adriana e la Veleda hanno fatto i complimenti alla Rosa che m’aveva insegnato perché complimentarsi con me direttamente era del tutto prematuro. Ma ci sarebbe voluto troppo spazio.
Per il resto ho detto la verità su tutto, la verità è stata abbastanza per una volta.
Una strana sensazione, vi dirò.

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Pesci

Ieri non riuscivo a preparare una lezione. La lezione era a mezzogiorno e io non ho trovato nessuna idea più geniale di mettermi a preparare una staffetta analitica sull’uso del passato prossimo alle 11. Mi mancava il testo, allora ho pensato di adattarne uno dal blog e l’ho riaperto e ho letto qualcosa.
Alle 11.20 ho pensato di avere avuto una pessima idea, ma quello è un’altro discorso.
Quindi stasera, che sono da sola, ho letto a ritroso alcuni post e poi ho riletto tutto.

Ho sofferto proprio come un cane, eh?

Piuttosto che passarci ancora vi ammazzo tutti a fucilate.

Sarei stupita quanto voi…

…se davvero una cosa del genere fosse stata scritta proprio da me medesima.
In realtà lo è  stata, scritta proprio da me medesima, ma per uno scopo diverso da quello – nobilissimo, tra l’altro – di intrattenervi.
Domani ho un colloquio in una scuola, una di quelle dove fanno sul serio: una di quelle non in Italia.
Se avete altri materiali didattici altamente motivanti per spiegare la differenza tra imperfetto e passato prossimo, io vi ascolto.

I cestini degli altri – un antefatto

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Dall’archivio delle margheritine.

Amsterdam, ottobre 2009
E va bene, sono qui solo da una settimana.
Per i primi tre giorni ha piovuto ininterrottamente.
Trovare una sistemazione definitiva si sta rivelando difficile e io non sono una persona paziente, sono incline all’ansia e al panico, detesto la precarietà e sono in costante modalità nostalgia. Quindi il fatto di avere casa per un mese, sapendo bene che è SOLO per un mese, mi impedisce di fare cose basilari. Come per esempio una vera spesa con cibi da donna adulta.
Insomma, tutto migliorerà ma adesso non va affatto bene.
Sabato pomeriggio, ero appena uscita da HEMA quando mi è venuta in mente una cosa: posti come HEMA dovrebbero monitorare quello che la gente paga alle casse. Non per indagini di mercato o cose simili ma come servizio per la clientela: l’assistenza psichiatrica. Funziona così: tu vai alle casse e paghi. Il contenuto del tuo cestino viene analizzato da un computer supersonico che, in base ai tuoi acquisti, calcola il tuo livello di stabilità emotiva. Se il livello è molto basso, tu vieni seguito da un consulente psicologo che probabilmente eviterà il tuo suicidio.
Sono sicura che a qualcuno sarà molto utile questo servizio, magari lo scriverò al signor Hema e gli racconterò la storia di quella ragazza che  domenica pomeriggio è entrata nel suo negozio ad Osdorp. Povera ragazza: aveva i capelli come un carciofo come una delle streghe di Eastwick, aveva la pelle verde come quella del Grinch e indossava cappotto umido che puzzava come uno stagno di anatre. Si aggirava per gli scaffali con una faccia da condannata a morte. Alla fine ha percorso il miglio verde, è andata alle casse e ha pagato i seguenti oggetti:
– Un pettine
– Una confezione di cioccolatini colorati a forma di fiore
– Una confezione di salsicce

Sì, sottoporrò sicuramente questo progetto al signor Hema, sono sicura che lo troverà geniale.
I cioccolatini a forma di fiore mi rendono molto più creativa.

Aiutami a piangere

Oggi è il giorno in cui repubblica.it titolò “Austria, sparite 400 statue di gnomi col pugno chiuso. E’ giallo politico”.

Oggi è anche il giorno in cui finalmente parlarono di me in televisione e persino su repubblica.it: “Venezia 71°, lavoro, crisi, talento, bellezza: a Venezia una foto del paese”.

Ma soprattutto, oggi è il giorno glorioso in cui comparve la gallery Ciak si piange: i film più strappalacrime di sempre
Ci sono 40 fotografie nella gallery. Mettetevi pure comodi*.

UP
Ci sono casi di alcune persone deboli di mente che sono contemporaneamente sia lui che lei con identico grado di identificazione e identiche preoccupanti rassomiglianze. Queste persone non riescono neanche a menzionare la storia d’amore del prologo, intendo che non riescono neanche a raccontarla senza dare spettacolo. Non so proprio cosa dirvi.

Love story
Non mi fa piangere particolarmente, dal momento che sono lei. E poi neanche tanto: sono lei fino a un certo punto, perché io non ho mai avuto un padre simpatico nè i capelli così lisci. E soprattutto, lui non avrebbe mai conservato quelle chiome così folte e bionde tanto a lungo, se mi avesse fatto determinate brutte parti e io avessi avuto accesso a determinate forbici e lui avesse avuto un giorno molto sonno. Amare significa non dover mai dire “zac!”.

Elephant man
Non mi fa piangere affatto. In compenso mi fa un po’ piangere Agrado in Tutto su mia madre che chiede a Manuela, tutta gonfia e preoccupata “così sembro the elephant man?” mentre si sistema i capelli sulla fronte per cercare di coprire i segni del pestaggio della sera prima e poter tornare a battere possibilmente subito.

Toy story 3
Chiaramente la premessa logica del fortunato docu-reality Sepolti in casa sulla gente grassa che non è in grado di buttare la spazzatura.

Ok, facciamo una cosa veloce. Come faceva Rossinella, mia musa ispiratrice di ieri oggi e sempre, quando doveva dire la sua sulle stagioni.

Wall-e, Titanic, sussurrava ai cavalli e Schindler’s list: niente

Anche Bambi niente: quelle vocine ridicole del doppiaggio tolgono tutta la tensione di spirito. Tensione che invece rimane inalterata nelle immense gallery di repubblica sugli elefantini orfani che portano il guardiano del parco sul cadavere della madre uccisa da un bracconiere, con immaginabili conseguenze sulla psiche dello spettatore già fiaccata dal ricordo del prologo di Up.

Philadelphia, Cuculo (ah-ah empatizzare con Jack Nicholson, sì certo…) e piccolo Lord: niente

Cinema paradiso
Alfredo, vaffanculo!

Papà ho trovato un amico (My girl)
“Ci sentiamo domani, eh. E stai attento”
“Ma a cosa devo stare attento? Non devo neanche guidare”
“Tu stai attento lo stesso”
“Ma a cosa?”
“Stai attento alle api”

Monsieur Lazhar, Marley, Relazioni pericolose: niente

Ali della libertà
Solo un maniaco poteva concepire un anziano che rischia di essere arrotato da un’automobile perché quando l’hanno chiuso in galera non avevano ancora inventato nemmeno la ruota. Non preoccuparti, signor Brooks: il corvo Charlie è a casa con me e sta benone.

Pagine della nostra vita, Vita è bella, roba con Miley Cyrus, Mia Africa (Meryl, santo iddio…), ricerca della felicità (sempre dritto, poi un bicchiere di vino con un panino), il lago del tempo (“…e il cazzo coi piselli?”, direbbe mio padre), film con bambina di Little miss sunshine col cancro e Cameron Diaz senza capello gellato: niente

Into the wild
Ho dei problemi con la scena dell’alce, ma è per lo spreco.
Trucidate pure le mamme di bambi, purché le mangiate.

Miglio verde
Non sono mai andata oltre la scena della spugna asciutta. Però se c’è qualcosa di psicologicamente più devastante di mister Jingle il topo da circo, mi stupisce che questo film non sia stato vietato alle donne in gravidanza.

Incompreso, Colore viola (andiamo, quella è suor Maria Claretta), Madison County (Meryl, santo iddio di nuovo), Forrest Gump (muoiono la principessa stronza della Storia fantastica e la moglie stronza di mrs.Doubtfire…e allora?), Hachiko, City of Angels (finisce bene: il poliziotto di law and order può continuare a mangiare pancake ai grassi saturi, che c’è da piangere?), passi dell’amore, Ghost (piangerei se I have the time of my life nella mia testa non mi distraesse), Brockback mountain (Noi siamo triviali, ma voi l’avete fatto apposta quel titolo): niente

Come eravamo
Mi fa piangere che Hubbel non venga evirato con un cavatappi, sì.

Amabili resti e attimo fuggente: niente.

E.T.
Adesso saranno adolescenti, ma nel 2009 erano due bambine bolognesi di una decina d’anni ed erano andate coi genitori bengalesi a vedere il cinema in piazza maggiore, sedendosi dove si poteva perché era pieno così. Chissà se si ricordano di quella spostata che, accucciata sul crescentone accanto a loro, oscillava dalle più nere gramaglie alla più totale esaltazione. Picco della quale esaltazione fu raggiunto poco prima della scena delle biciclette, quando la povera inferma di mente si avvicinò loro biascicando tra le lacrime “Ve l’avevo detto prima: non è morto…visto? Adesso volano!”
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* E ora sono cazzi vostri, direbbe il mio fidanzato

Il culo della cicala

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Oggi sarà ricordato per sempre come il giorno in cui una persona del sud mi disse “quelli del nord ci rubano il lavoro”.
E’ andata così.
Benché io non legga le cronache panormite, resto pur sempre una ragazza del mio tempo: negli anni di facebook e della scomparsa della realtà, può succedere che le cronache panormite vengano da te. E così pure i commenti dei panormiti: livorosi, ignoranti e ottusi, i commenti dei panormiti. Di solito impedisco che mi saltino agli occhi, non rispondo mai. Oggi però, come diceva lo zio Angelo quando qualcuno metteva le mani dove non avrebbe dovuto, mi prudevano le dita. Oggi, come dice mio padre, sono andata a toccare il culo della cicala.
A Palermo il 14 luglio si festeggia la patrona Santa Rosalia. Sono quei festeggiamenti, per intenderci, che consentono al sindaco di mettere in atto l’unica reale assunzione di responsabilità nell’arco dei 12 mesi: il sindaco deve salire sul carro della santuzza,  e gridare “Viva Palermo e Santa Rosalia!”. Questo vuol dire che improvvisamente, benché festanti per la venerabile Rosy, per quanto ottenebrati da ettolitri di birra forst e unti dall’olio dei babbaluci che sono impegnati a sucare come se non ci fosse un domani, i panormiti si accorgeranno che sì: c’è il sindaco, ed è proprio quello lì. Non c’è dubbio, perché solo il sindaco può salire sul carro e gridare “Viva Palermo e Santa Rosalia!”.
In determinate annate non è stato affatto semplice convincere il primo cittadino a salire sul carro, ma alla fine tutti sono andati. A calci in culo, ma sono andati. Solo un sindaco, Diego Cammarata, si rifiutò e non andò davvero, con grandissima indignazione dei panormiti e relativi stracciamenti di vesti per la tagliata di faccia ricevuta da Santa Rosy e dai suoi protetti. Fu inutile ogni tentativo di ricordare loro che il traditore era stato eletto democraticamente e per ben due volte dalla maggioranza degli aventi diritto. Inutile anche far notare che negli otto anni precedenti si era passati sopra a tagliate di faccia magari meno irrispettose per la santuzza, ma che avevano avuto conseguenze decisamente concrete sui panormiti.
Il sindaco Orlando invece al festino ci tiene, quello sì. Infatti ha indetto un bando di gara per appaltare l’organizzazione delle celebrazioni in onore di Santa Rosy. Il bando è stato vinto da un’azienda di Varese che ha sbaragliato le concorrenti, alcune delle quali autoctone. E ‘sticazzi? Direte voi. Infatti ‘sticazzi, la penso come voi.
Mia cugina invce no, essendo panormita. Dunque pubblica la notizia della mancata assegnazione della gara ai naturali protetti della santuzza e della vergognosa vittoria dell’invasore per mano dell’infido – benché democraticamente eletto a maggioranza, anche da lei – Orlando.
Mi prudevano le dita, va bene? Lo so che non si fa. Anche se è appena alfabetizzata non posso farglielo notare, continuavo a ripetermi. Non posso farle notare che non è normale non avere un lavoro a 31 anni perché si sta terminando una laurea specialistica non contenti di una laurea triennale che si è conseguita in soli 9 anni con lo strabiliante punteggio di tipo 98 e tutto questo senza aver mai lavorato un giorno nella propria vita. Ok? Da noi non si dicono queste cose ai parenti.
Forse avrei taciuto su tutto.
Forse sarei andata ad annaffiare il basilico in balcone. Avrei nutrito la Nana. Avrei controllato la lievitazione del pane. Avrei dimenticato
Invece ho letto un commento e, come l’infelice Agnese monaca di Monza, ho risposto. L’autore del commento si chiama Geloso, non ridete: si chiama proprio così. Noi lo chiameremo NonEssereGeloso.

NonEssereGeloso: invece al nord ci stanno dando lezioni di correttezza….su come rubare meglio!!!

Cugina: arte nordica un po’ come l’arte concettuale!!!

Impossibile capire cosa voglia dire questo scambio. Mi prudono le dita. Lo spirito dello zio Angelo mi guarda dall’alto e, con un plastico gesto di sollevamento delle braccia, mi dice ma fai ‘nzoccu vòi! Vedo me stessa aggrappata al ramo di un pino, protesa a cercare di toccare il culo a una cicala mentre mio padre, dal basso, mi intima di smettere subito.
E’ più forte di me.
Il succo della mia risposta è che se “al nord” (a nord di cosa poi?) si ruba è perché ci si è industriati per avere almeno qualcosa da rubare.

NonEssereGeloso: Non sono d’accordo, almeno in parte…esempio…da quando è stato fatto il primo festino in pompa magna da Orlando, è sempre, e ripeto sempre, stato affidato ad aziende del nord, per quanto riguarda organizzazione ed altro. Come pensi che si possa partecipare ai bandi, quando sai già che non si concorre affatto, ma che viene affidato a discrezione del sindaco e non esaminando la qualità, anche economica, dei progetti? Lo stesso avviene nel restauro, perchè affidiamo i restauri ad aziende del profondo nord? O il progetto per Palazzo Branciforte ad architetti sempre del nord?

A mia cugina piace. Ho già detto che è cretina?

lemargheritine: Ma non era la lega quella che aveva proposto graduatorie protette per gli insegnanti in base alla provenienza geografica?
Mi sembra più utile – io mi concentrerei su quello, fossi in voi – capire perché i vostri soldi non sono mai andati al migliore, invece di chiedervi perché non vanno ad un’ azienda o ad un professionista meridionale.

A mia cugina piace anche questo. Le piaccion tutti.

NonEssereGeloso: No, perchè viene affidato ad altri non per meriti, ti assicuro che i migliori architetti e restauratori sono siciliani, infatti vinciamo tutti i bandi e concorsi del mondo, ma non quelli da noi…Lo stesso vale per qualsiasi lavoro…andiamo fuori e samo apprezzati e stra-pagati…Quella di adesso, è una specie di graduatoria protetta…ma sempre e soltanto per quelli del nord…ed a scapito nostro…è da sempre, nella nostra storia, che abbiamo o facciamo le cose meglio degli altri…ma dobbiamo stare con “le corna calate”…

lemargheritine: Seriamente e senza offesa, non ho abbastanza fantasia per rispondere ad un discorso con argomentazioni di questo tipo. Ho provato a farlo un paio di volte: parlavo con due diversi leghisti della provincia di Rovigo e facevano il tuo stesso discorso. Con voi perdo sempre.

Sto leggendo Cecità.
Duecentoquaranta ciechi chiusi in un manicomio ad ammazzarsi tra loro mentre là fuori gli occhi dell’intera città, un paio alla volta, vengono abbagliati da una perenne e accecante luce bianca.
All’inizio pensavo fosse un po’ esagerato come espediente narrativo.

Il capo dell’ufficio stampa di El-Kàn

Da circa 24 ore vorrei esprimere quanto segue, ma solo ora trovo le parole.
Il mio pensiero va al capo dell’ ufficio stampa di El-Kàn (o anche al capo dell’ufficio stampa di Guido Barilla, qualche tempo fa).
Che si fa un culo quanto un tarallo
Che certo ha ambizione e a casa stava malissimo e infatti è diventato il capo dell’ufficio stampa di El-Kàn.
E poi un giorno hoooop, El-Kàn caga un merdone dall’orifizio errato e questo innesca un meccanismo che fa sì che un gigantesco fiotto di cacca venga proiettato dentro un grande ventilatore e lui, solo lui, il capo dell’ufficio stampa di El-Kàn produttore del merdone di cui sopra, potrà arginarlo: perché è il suo lavoro, dal momento che è appunto il capo dell’ufficio stampa.
E se non lo fa bene, questo lavoro che è il suo, lo perde: perché funziona così quando fai questi lavori che devi essere ambizioso e talmente degenerato da stare sui coglioni alla tua stessa madre che difatti ha cercato in tutti i modi di convincerti che andare via da casa è stata proprio una tua idea.
E potenzialmente (non credo eh, ma diciamo in un universo di possibilità improbabili) questo poveraccio ci deve pure tornare da mamma e papà, anche se gli stanno in culo da morire, e anche se lui ha ambizione.