(quasi) tutta la verità

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Durante il primo giorno di lezione in un gruppo nuovo c’è sempre una cosa all’ordine del giorno: loro non si conoscono tra di loro, nessuno conosce l’insegnante, e allora bisogna conoscersi. Mettersi tutti in cerchio e presentarsi, fa subito tantissimo Robert Paulson e il suo gruppo di gonadectomizzati in Fight Club, quindi anche no. Cerco sempre di fare delle cose alternative, ma a ‘sto giro le avevo esaurite.
La mia collega F, che è una specie di Houdini della didattica, mi ha passato questa attività super alternativa. Io sono molto timida e certe volte prima di entrare in classe vorrei farmi un goccetto – spesso me lo faccio dopo, in effetti – e  per essere brava in classe devo convincermi per un paio d’ore di essere qualcun altro. Comunque questa attività mi piaceva troppo, e quindi mi sono fatta coraggio e l’ho fatta.
Funziona che l’insegnante disegna alla lavagna un riquadro con sei vignette e man mano le riempie, una per una. Gli studenti devono fare ipotesi sul titolo di ogni vignetta in base al suo contenuto.Le categorie vengono scritte man mano che la classe fa ipotesi a tempesta e viene fuori l’ipotesi corretta. Alla fine si scopre che che 1) La mia famiglia 2a) una cosa che amo 2b) una cosa che odio 3) un bel ricordo 4) un hobby 5) un desiderio 6) un progetto.
Poi viene chiesto loro di fare lo stesso e infine si mostrano i loro disegni tra di loro e li commentano. Nella più felice delle ipotesi qualcuno limonerà con qualcun altro entro la fine della lezione, o il troppo entusiasmo causerà un paio di angina pectoris e sarà necessario usare il primo soccorso.

Mentre gli studenti della mia classe livello B1 – una classe che contiene una giovane linguista fidanzata con un lucano, un affermato imprenditore nel settore della ristorazione, un dirigente bancario, due marketing manager poliglotte, una francesina appena andata in sposa a un romano – facevano diligentemente i loro disegnetti per il solo fatto che glielo aveva chiesto la loro autorevole insegnante, io guardavo il mio disegno alla lavagna e riflettevo.
Quando F mi aveva mostrato l’attività mi era piaciuta e avevo pensato “ok, mi inventerò qualcosa da disegnare”. Ho fatto anche delle prove sul foglio, in aula docenti, per essere sicura di avere le idee chiare. Non era tanto l’esecuzione tecnica a preoccuparmi, era piuttosto che volevo arrivare in classe con le idee chiare: volevo avere già bell’e pronta la versione accattivante della mia vita, quella con appeal, quella che facesse dire ai miei studenti “ok, al momento sembra che questa donna non sia finita a insegnare solo perché nel suo Paese non hanno un posto per tenere gli individui instabili e socialmente pericolosi”. Non volevo architettarla così all’impronta, ‘sta versione qui.
In realtà è finita che non c’è stato molto da architettare, ho mentito solo due volte: odio guidare la macchina molto più di quanto odio i ragni, ma disegnare una macchina con un’erinni furiosa alla guida che miete pedoni e altri veicoli mi sembrava tecnicamente impegnativo, oltre che un poco angosciante di ‘sti tempi di allarmi terrorismo.
Poi non me lo ricordo quasi per niente il giorno della laurea: mi ricordo con molta più emozione della prima volta che il barbuto mi è saltato addosso e io non me l’aspettavo affatto, di quando ho visto “C’era una volta in America” in piazza maggiore, di quando siamo andati a prendere la Nana per portarla a casa una domenica pomeriggio d’autunno dopo che eravamo stati a pranzo nel parco dell’ Arcoveggio col laghetto delle papere ed era un periodo tanto triste, della prima volta che ho tirato una sfoglia grande come un sudario e l’Adriana e la Veleda hanno fatto i complimenti alla Rosa che m’aveva insegnato perché complimentarsi con me direttamente era del tutto prematuro. Ma ci sarebbe voluto troppo spazio.
Per il resto ho detto la verità su tutto, la verità è stata abbastanza per una volta.
Una strana sensazione, vi dirò.

I miei parenti votano tutti

Da meno di una settimana sono discesa all’isola per la consueta dodici giorni di passione.
In realtà si tratta di una cosa super simpatica: io passo dodici giorni di carcere duro qui e, incredibilmente, questo condona  tutto e mio padre può usare per altri dodici mesi la sua frase preferita: “purtroppo qui non c’è futuro, per questo se n’è andata, ma lei è innamorata di questa terra…”
Sì, suca.
Per quindici anni dal 2001 al oggi, ogni primavera, è scattata la grande caccia all’alibi: l’occupazione estiva con cui giustificare il fatto che, accidentissimo, anche quell’estate avrei potuto fare non più di una manciata di giorni, mannaggia ai pesci. Ci ho fatto entrare di tutto: esami, corsi di formazione, lavori veri e simulati…tutto.
Temo che, a un certo punto, anche ai più scarsamente dotati membri del mio parco parenti sia iniziato a balenare il sospetto che io  in fondo avrei accettato volentierissimo  anche un lavoro come estetista per lebbrosi, piuttosto che passare l’intera estate qui. Naturalmente, il fatto che costoro sospettassero tutto ciò mi ha sempre lasciata del tutto indifferente, ma il mio unico genitore è un esponente tra i più illustri del disagio psichico che affligge gran parte della popolazione di questa disgraziata isola. Parlo di quella particolare condizione della mente che impone che chi ne soffre consideri il darsi la morte come unica praticabile via d’uscita per il fatto di essere stato vittima di un giudizio di valore che egli reputa di segno negativo  da parte di uno o più membri del proprio gruppo sociale di appartenenza.
Pertanto, da qualche anno, per dodici giorni, metto in valigia i paramenti che ho tenuto con me al corso di formazione per pachidermi ammaestrati: lustrini, nastrini, una palla confortevole, il libro dei barriti, i mille e uno modi per interagire con le scimmie in maniera efficace, e mi faccio condurre a cena da questi deboli di mente alleviando così la croce paterna dello stigma sociale che egli è fermamente convinto di portare [ma in realtà chi se lo incula, n.d.r.].
Ieri c’era la zia cui mio nonno ha impedito – negli anni Sessanta – di frequentare il liceo perché era contrario alle classi miste, e questa cosa è oggi un argomento di conversazione come un altro.
C’era il marito di mia cugina che si è vantato per mezz’ora di aver fatto piangere una hostess ventenne della Ryanair.
C’era la moglie di mio cugino, che naturalmente è una convinta cinquestella perché questo le consente di avere finalmente un’opinione di ferro su cose che non conosce e nessuna spinta a conoscerle perché tanto sa già tutto-tutto-tutto e molto di più. Lei e mio cugino, anche lui cinquestello, leggono Il Giornale di Sicilia alla pelosa ricerca di notizie sui nuovi indagati per fatti e fattarelli di ordinaria disonestà, ma proprio attentamente. La cosa procura loro un paio di conseguenze gradevoli. Intanto, un piacere secondo solo a quello che provavo io a 8-10 anni quando cercavo i grumi di sabbia secca sulla cute di mia sorella dopo una giornata al mare…Roba da capezzoli duri, parliamoci chiaro. In secondo luogo, il fatto che sul giornale queste due persone non trovino MAI il proprio nome ma sempre quello di qualcun altro, fornisce loro l’incontrovertibile certezza di stare  dalla parte del giusto al di là di ogni ragionevole dubbio: anche oggi sul giornale c’è scritto che sono una brava persona, urrà per me.
Tutto questo fa sì che tutti possiamo ridere allegramente quando loro ci raccontano di aver frodato una compagnia aerea richiedendo (e ottenendo) un rimborso di 610 euro per una valigia smarrita che conteneva merce per 50 euro.
Ieri c’erano anche un paio di donne affaccendate a dar da mangiare a due bambini  che sarebbero stati perfettamente in grado di trucidare una mucca, figuriamoci di mangiare una bistecca. Eppure una di loro ha passato qualche minuto del suo tempo a togliere i pezzetti di pomodoro dal piatto di pasta fredda di un bambino che a settembre andrà in terza elementare.
C’era mio zio plurifedifrago e naturalmente sua moglie – “quella è buona per farci il ghiaccio”, sibila Vivian Ward dopo aver stretto la mano alla moglie del merdoso Stuckey durante la partita di polo, e io ogni volta vorrei darle il cinque – che lo ha recentemente ripreso in casa. Ci sono i loro due figli, il più grande è nato durante i mondiali di calcio del 1994, è sempre più grasso, ha un grande anello di fidanzamento all’anulare destro e si riferisce a se stesso dicendo “noi” anche se lei non c’è: “Noi avremmo potuto fare un anno di università lì, ma abbiamo preferito restare qui” e nessuno chiama la neuro-deliri.
Io e la madre cornuta abbiamo avuto una conversazione notevolissima che mi sento di riportare:
– Ma quindi vi siete portati la macchina lì?
– No, non ci serve: l’abbiamo venduta. Lì la macchina serve pochissimo per la vita quotidiana.
– E come vi muovete?!
– In bicicletta, sempre. Al massimo coi mezzi.
– Ma quindi la gente che ha figli come fa?
– ehm…in bicicletta, al massimo coi mezzi, come ti dicevo.
– No, fammi capire: se io ho tre figli…
– Uno sta nel sediolino davanti, uno nel sediolino dietro, il terzo – se hai avuto delle normali gravidanze di nove mesi e una pausa fisiologica di cinque mesi tra un parto e l’altro – sa già andare da solo in bici e ti sta pedalando accanto.
– Ma non si ammalano? Qui si ammalano! Non è normale che facciano ‘sta cosa.
– No, forse no, ma sai…è questione di punti di vista. Ci sono paesi in cui la madre di un bambino  raffreddato ritiene che lo stigma sociale cui è, per forze di cose, sottoposta sia tutto sommato sopportabile, ha imparato ad accettarlo. Voi comunque ci state lavorando: state partendo col deresponsabilizzare tutte le madri di bambini obesi e diabetici, che per fortuna però non hanno mai avuto un raffreddore.

Se Dio esistesse farebbe morire queste persone inutili. Carne da cannone in un’epoca senza cannoni.

C’è la figlia di mia cugina, poi, che è realmente carina e molto intelligente e mi ricorda molto me e mi fa stringere il cuore: ha 11 anni ed è un mostro, fa paura per quanto è sveglia e dotata ed è in trappola, e naturalmente non lo sa. Lei pensa che sia giusto così, non ha vie d’uscita se vuole sopravvivere. Deve realmente continuare a pensare che sia giusto così e continuare a fare quello che fa se non vuole perdere l’amore della sua famiglia, cosa che ovviamente la ucciderebbe.
Ha parlato con me per tantissimo tempo e ha cercato in ogni modo di impressionarmi e io naturalmente ho finto di essere impressionata. Mi ha fatto tante domande e ha previsto ogni singola risposta, prima ancora di formulare la domanda, per essere sicura che la risposta potesse essere un valido appiglio per una controrisposta ancora più impressionante. So quello che fai, avrei voluto dirle, l’ho inventata io questa cosa: altrimenti nessuno mi avrebbe mai notata, e nessuno noterebbe neanche te, e tu vorresti ammazzarti, e come darti torto, e quanto ti capisco.
Ha guardato per un’ora il mio piercing al naso come se le facesse schifo, e io conosco quello sguardo: ho guardato così la prima ragazza che ho visto indossare gli anfibi a metà polpaccio nel 1992 e la prima ragazza coi capelli blu vista in un museo a Parigi nel 1996.
– Ti dà fastidio? – Mi ha chiesto alla fine, con nonchalance vagamente disgustata.
– No, ce l’ho da quasi quindici anni.
– Mmmh – Ha fatto lei guardandomelo ancora più da vicino.
– E’ come quelli che hai tu nelle orecchie, mica ti danno fastidio. Se è solo per questo che non vuoi farlo non devi pensarci: non ti darà nessun fastidio.
– …
– …
– Io ti ho capita… – Mi ha detto – Tu sei una ragazza un po’ scatenata.

Vorrei che lei si salvasse ma non si salverà perché nessuno si salva da quella roba lì a meno che non capiti una roba grossa grossa grossa.
Una cosa talmente grossa da tramortire tutti per qualche anno così che lei possa prendere la porta lasciata aperta e scappare, una cosa così terrificante da fornire un alibi perfetto per tutti: penseranno che lei sia ancora ferita e allora tutto sommato la lasceranno in pace perché tanto è danneggiata e non si può aggiustare una cosa così danneggiata, e quindi tanto vale lasciare perdere.
Ma la verità è che quello che è successo lei l’ha superato da anni, non è certo quello il problema.
Quello che proprio non perdonerà mai è che l’abbiano quasi ammazzata perché non era mediocre come loro.

Zaandam (zan zan!)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Mi rendo conto che la mia guarigione dalla psicosi e il mio ingresso nel mondo dei sani passa per l’accettare che questo è solo un blog, non il grande romanzo americano. Non c’è la regia di Sergio Leone.
Del resto nessuno di voi, immagino, si aspetta nè sospetta il contrario, no?
E, nel caso in cui invece sì, sareste voi quelli da ricoverare: non io a dover aspettare di avere due o trecento ore a disposizione per poter produrre ottima prosa. No?
Ad ogni modo.
Una delle monomanie preferite dai miei familiari è sempre stata quella di coltivare la convinzione che fuori dall’isola non sia presente tutta una serie di cose. Una serie molto lunga, molto. Negli anni è stata ridimensionata, ma restano incrollabili tre punti: fuori dall’isola non c’è il pane, non c’è il sole e non c’è il gelato. Dunque a che vale vivere?
Io ho sempre trovato molto ridicola questa cosa: tenetevi il cazzo di gelato, ho sempre pensato, così avrete qualcosa di buono da leccare mentre date il soldino al parcheggiatore che a sua volta dà il soldino a uno che sua volta dà il soldino a uno che a sua volta dà il soldino a uno che però ha anche un panificio dove fanno il pane buono. E andate anche a cacare, aggiungevo, se non aveste almeno clima mite e picchi glicemici si mobiliterebbe Amnesty International, il Live Aid l’avrebbero dedicato a voi.
Questo per dire che mi sono stupita molto quando ho cominciato realmente a sentirmi un poco meglio il giorno in cui ho scoperto che le ciliegie olandesi sono buone proprio come quelle italiane, e ne ho mangiate talmente tante da non ricordarmi se il plurale si scrive con o senza “i”.

Zaandam 29.06.2015

Zaandam 29.06.2015

A parte questo, due giorni dopo il mio compleanno qualcuno mi ha lasciato dei mandarini nella borsa della bicicletta. La prima cosa che ho pensato è stata “Ma i mandarini?! Siamo a luglio quasi!”. Questo pensiero stronzo mi pone ancora di fatto in salvo dalla zona-cucciolosa delle Amelié Poulain di stocazzo.

A fine maggio sono andata all’anagrafe di qui per chiedere di fare una cosa, salta fuori che serve il mio certificato di nascita in originale.
“In cartaceo, mi raccomando!”, mi ammonisce l’impiegata comunale zaandamese, “lo so che ormai è tutto informatizzato e digitalizzato ovunque, ma purtroppo per questo tipo di pratiche ci serve ANCORA la carta…mi dispiace, spero DAVVERO non sia un problema”.
E’ mortificata, letteralmente.
“No”, vorrei risponderle, “per me non è assolutamente un problema. Per voi invece è un problema ospitare il cavallo del messaggero che il Comune di Carini (PA) invierà per trasmettervi ufficialmente il mio certificato di nascita? Il messaggero può dormire da me”.

Lo scorso mese ho deciso di fare la sauna in palestra, anche a Bologna la facevo ogni tanto. E’ la mia prima sauna qui, quindi leggo con molta attenzione il regolamento prima di entrare, perché qualcuno potrebbe notare la mia inadeguatezza e darmi così un brutto voto. Insomma per fortuna lo leggo, perché viene fuori che bisogna entrare nudi. Io penso “ok, meno male che l’ho letto altrimenti sai che figura tutte nude e io l’unica col costume” (perché alla fine ho sempre, sempre, SEMPRE ragione), ed entro.
Come prima cosa c’è un uomo nudo davanti a me.
Io non ho grossi problemi con la nudità di nessuno, in generale – anche se non so proprio come facciano gli uomini ad accettare di essere così ridicoli e indifesi quando sono nudi. Dico davvero: per quanto uno possa essere fico, immaginarlo nudo mi fa sempre venire voglia di mettergli addosso una coperta e dargli una tazza di brodo – men che meno con la mia.
Tuttavia, devo ammettere che mantenere la compostezza e il piglio autoritario non è stata proprio una cosa da ridere in quei 35-40 secondi che sono passati quando ho infine intravisto la prima bernarda à la Jackson Five, prova che no: non mi ero infilata per sbaglio nella sauna degli uomini. O che almeno non ero la sola ad averlo fatto.

Zaandam, 01.07.2015

Zaandam, 01.07.2015

Comunque prima o poi mi calmerò e farò le cose una alla volta. Quel tizio grasso che mi si è seduto sul petto finalmente se ne andrà. Andrà tutto bene, e i miei studenti a fine corso mi regaleranno mazzi di fiori: sarò un’insegnante da mazzo di fiori.
Ma va bene anche se resto quella da vino e formaggio.

Il gelato

Casa, stanza rosa - Zaandam 08.04.2015

Casa, stanza rosa – Zaandam 08.04.2015

Una donna dorme profondamente sullo sprinter in direzione Hoofddorp. Nel frattempo, in un passeggino a castello, i suoi due bambini di circa tre anni e di circa tre mesi si autogestiscono: quella di tre anni mangia biscotti e mi osserva, quello di circa tre mesi dorme e ogni tanto mugola inascoltato.

Una ragazza pedala sulla ciclabile di Amstelveenseweg, di fianco al parco. Sul suo avambraccio è seduta in equilibrio una bambina bionda di circa tre anni. Chiacchierano.

Tutti gli esseri umani qui vanno in bici. Tutte le donne sono esseri umani. Tutte le donne vanno in bici.
Ok questo? Bene.
Tutte le neo mamme sono donne, e quindi esseri umani, e quindi vanno in bici.
Con i propri bambini legati a sé con la fascia di stoffa.

Un bambino di circa un anno gattona sui vialetti di terra battuta di Beatrixpark.

Un bambino di tre o quattro anni balla scatenato sul prato di Beatrixpark alla chitarra di un suonatore ambulante. Gli altri avventori lo nutrono con biscotti e panini e gli scattano fotografie.
I genitori si trovano all’ombra di  un albero a una decina di metri con il secondo figlio neonato che viene allattato.
____________

Io ho mangiato il mio primo cono gelato senza la supervisione di un adulto intorno ai 6-8 anni. Fino a quel momento, le scelte per me erano due: 1) coppetta e cucchiaino in vigile e coscienziosa autogestione 2) cono ma col gelato tutto dentro ai bordi del conoil gelataio veniva istruito appositamente a produrre un cono dimezzato nel carico  – e comunque sempre sotto lo stretto controllo di un adulto in grado di individuare eventuali gocce traditrici che avrebbero potuto macchiare il bambino. Il compito dell’adulto era segnalare al bambino la presenza delle gocce latitanti, guidare il bambino nell’ immediata ed efficace rimozione e, talvolta, intervenire in maniera diretta mediante sequestro del gelato e uso della propria lingua.

Credo che la scelta di venire a vivere qui abbia in qualche modo  a che fare con questa faccenda dei gelati.

Rassegna stanca


Irene Fargo, Come una Turandot, Sanremo 1992

Dall’ultima settimana:

“Si vede che sei una persona calma” (La mia studentessa Eleni, che ha appena scoperto l’esistenza del si impersonale e non la teme).

“Credo che tu deve dare una scarica elettrica quando noi sbagliare, così imparare sicuro” (Il mio studente Kirill, che ci tiene a sottolineare quanto infinitamente maggiore sia la sua fiducia nei metodi pavloviani rispetto a quella che ripone nei miei. Quello che Kirill non sa è quanto infinitamente maggiore sarebbe anche il mio diletto se la scuola mi permettesse di utilizzare i metodi pavloviani di cui sopra, in particolar modo su di lui).

“Io a volte credo che tu fumi valeriana” (La mia collega Monica ammirata dalla mia imperturbabilità che lei ha definito zen ma questa volta non in onore del tristemente noto quartiere panormita, quando un burino – a occhio e croce il quarto o quinto nell’ultimo mese, rimasto non decapitato dalle nostre titolari, esattamente come i suoi predecessori – ha fatto il suo ingresso in negozio e si è fatto un selfie con noi sullo sfondo chine sul tagliere, così che tutti i suoi amici di facebook potessero invidiargli la straordinaria esperienza di aver visto dal vivo delle persone che fanno un lavoro manuale piuttosto faticoso.  Quello che Monica non sa è che io ho un piano).

“Non riesco neanche a immaginarti mentre ti arrabbi con qualcuno” (Una delle mie titolari, quella che ci ha creduto davvero).

Spararle grosse

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Inverno 1997
“Pronto?”
“Ciao, Sono Valentina, chiamo da parte di Bottega Verde e vorrei parlare con la signora Agrippina Cucuzzata che è già una nostra cliente”
“Mi spiace ma mia mamma non è in casa”
“Quando posso trovarla?”
“Tornerà molto tardi”
“Verso le otto?”
“No, più tardi”
“Allora domattina”
“No, senta…”
“Vorrei proporre alla mamma una promozione davvero vantaggiosa. E visto che è già nostra cliente, come ti dicevo…”
“Senta, mia mamma è morta”
“…”
“…sì, a settembre”
“Guardi signora, non so se sto davvero parlando con sua figlia oppure con lei. Ad ogni modo dovreste vergognarvi: diteci che non siete interessati, diteci che non volete parlarci, ma inventarvi queste cose è troppo!”
“Signorina, guardi che davvero…”
“No, voi non potete dire queste cose, accidenti! Vergogna! Vi dovete vergognare…”
clic

Nei due anni che seguirono la morte di mia madre, chiamarono molte operatrici di call center. Anche se allora non si chiamavano così ma qualcosa tipo “signorine del telefono”. Ho quasi sempre cercato di non dire loro “mi spiace, ma è morta”, e non solo perché già allora l’imbarazzo altrui mi gettava in qualcosa di simile al panico. Non lo dicevo principalmente perché ero convinta che non mi avrebbero creduto, era una bomba troppo grossa, era veramente una granata.
Anche oggi provo spesso questo sentimento, raccontare tutta la storia di come si sia arrivati ad oggi mi sembra veramente troppo. Sono abbastanza convinta che chiunque, senza una documentata conoscenza dei fatti e di me, penserebbe che io sia una mitomane. O una cui piacciono Virzì e la Murgia. O una che potrebbe piacere a loro, che è pure peggio.

La mattina vado a lavorare in un piccolissimo pastificio, mi hanno presa come apprendista. La Rosa mi insegna a tirare sfoglie che prima o poi certamente si stenderanno come lenzuola ad un solo plastico gesto delle mie braccia e del mio mattarello. Per il momento non accade, ma prendo velocità. Giovedì pomeriggio la Rosa ha mostrato di volermi bene per la prima volta: c’era da sanificare il negozio e ho lavato una quantità di pentole e utensili pari forse al triplo di quelli che io e le tre generazioni precedenti alla mia abbiamo posseduto nel corso delle nostre vite. La Rosa in quell’occasione mi ha detto “Brava che sei, tesoro”.
Le due padrone sono due sorelle simpatiche, meno ruvide della Rosa ma pratiche: gente che smette giustamente di ascoltarti se la descrizione del lavoro che hai perduto supera le dieci parole. Quando sono andata a bussare alla loro porta chiedendo se avevano bisogno di una garzona cui insegnare il mestiere, alla fine dello scorso inverno, sono stata molto attenta a non superare quelle dieci parole. Ne avrò usate otto, erano una parte di tutta la verità ed erano quelle giuste, perché non hanno chiamato la polizia per allontanarmi e anzi mi hanno aiutata. Fa un po’ Almodòvar, eh? Anche un po’ Romanzo di Mildred. Eh sì, anche secondo me.
Il lunedì e il mercoledì sera insegno italiano a un gruppo di universitari, in una scuola di lingue in centro. Ho mandato un curriculum a giugno e mi hanno chiamata. Questa sembra una palla ancora più grossa di “la mamma è morta”, vero? Eppure è così: mi hanno chiamata per delle sostituzioni, poi richiamata per l’estate, poi richiamata ancora, e ora farò i serali agli universitari in erasmus.

Tutto quello che è accaduto prima di questi giorni di inizio ottobre del duemilaquattordici non mi è ancora del tutto chiaro. Mi è invece assolutamente chiaro che il vero scopo del resto della mia vita, fino all’ultimo giorno, sarà impedire che succeda di nuovo. Non importa come, non importa cosa.
L’altro scopo – che credo riuscirò a raggiungere in un tempo inferiore al resto della mia vita – sarà accettare che l’adulto da negare al telefono sono io adesso, anche perché sono l’unico adulto in circolazione: gli altri sono tutti diventati vecchi.
Ora in casa ci siamo solo noi, se qualcuno vuole vendere qualcosa è con noi che deve parlare.

Aiutami a piangere

Oggi è il giorno in cui repubblica.it titolò “Austria, sparite 400 statue di gnomi col pugno chiuso. E’ giallo politico”.

Oggi è anche il giorno in cui finalmente parlarono di me in televisione e persino su repubblica.it: “Venezia 71°, lavoro, crisi, talento, bellezza: a Venezia una foto del paese”.

Ma soprattutto, oggi è il giorno glorioso in cui comparve la gallery Ciak si piange: i film più strappalacrime di sempre
Ci sono 40 fotografie nella gallery. Mettetevi pure comodi*.

UP
Ci sono casi di alcune persone deboli di mente che sono contemporaneamente sia lui che lei con identico grado di identificazione e identiche preoccupanti rassomiglianze. Queste persone non riescono neanche a menzionare la storia d’amore del prologo, intendo che non riescono neanche a raccontarla senza dare spettacolo. Non so proprio cosa dirvi.

Love story
Non mi fa piangere particolarmente, dal momento che sono lei. E poi neanche tanto: sono lei fino a un certo punto, perché io non ho mai avuto un padre simpatico nè i capelli così lisci. E soprattutto, lui non avrebbe mai conservato quelle chiome così folte e bionde tanto a lungo, se mi avesse fatto determinate brutte parti e io avessi avuto accesso a determinate forbici e lui avesse avuto un giorno molto sonno. Amare significa non dover mai dire “zac!”.

Elephant man
Non mi fa piangere affatto. In compenso mi fa un po’ piangere Agrado in Tutto su mia madre che chiede a Manuela, tutta gonfia e preoccupata “così sembro the elephant man?” mentre si sistema i capelli sulla fronte per cercare di coprire i segni del pestaggio della sera prima e poter tornare a battere possibilmente subito.

Toy story 3
Chiaramente la premessa logica del fortunato docu-reality Sepolti in casa sulla gente grassa che non è in grado di buttare la spazzatura.

Ok, facciamo una cosa veloce. Come faceva Rossinella, mia musa ispiratrice di ieri oggi e sempre, quando doveva dire la sua sulle stagioni.

Wall-e, Titanic, sussurrava ai cavalli e Schindler’s list: niente

Anche Bambi niente: quelle vocine ridicole del doppiaggio tolgono tutta la tensione di spirito. Tensione che invece rimane inalterata nelle immense gallery di repubblica sugli elefantini orfani che portano il guardiano del parco sul cadavere della madre uccisa da un bracconiere, con immaginabili conseguenze sulla psiche dello spettatore già fiaccata dal ricordo del prologo di Up.

Philadelphia, Cuculo (ah-ah empatizzare con Jack Nicholson, sì certo…) e piccolo Lord: niente

Cinema paradiso
Alfredo, vaffanculo!

Papà ho trovato un amico (My girl)
“Ci sentiamo domani, eh. E stai attento”
“Ma a cosa devo stare attento? Non devo neanche guidare”
“Tu stai attento lo stesso”
“Ma a cosa?”
“Stai attento alle api”

Monsieur Lazhar, Marley, Relazioni pericolose: niente

Ali della libertà
Solo un maniaco poteva concepire un anziano che rischia di essere arrotato da un’automobile perché quando l’hanno chiuso in galera non avevano ancora inventato nemmeno la ruota. Non preoccuparti, signor Brooks: il corvo Charlie è a casa con me e sta benone.

Pagine della nostra vita, Vita è bella, roba con Miley Cyrus, Mia Africa (Meryl, santo iddio…), ricerca della felicità (sempre dritto, poi un bicchiere di vino con un panino), il lago del tempo (“…e il cazzo coi piselli?”, direbbe mio padre), film con bambina di Little miss sunshine col cancro e Cameron Diaz senza capello gellato: niente

Into the wild
Ho dei problemi con la scena dell’alce, ma è per lo spreco.
Trucidate pure le mamme di bambi, purché le mangiate.

Miglio verde
Non sono mai andata oltre la scena della spugna asciutta. Però se c’è qualcosa di psicologicamente più devastante di mister Jingle il topo da circo, mi stupisce che questo film non sia stato vietato alle donne in gravidanza.

Incompreso, Colore viola (andiamo, quella è suor Maria Claretta), Madison County (Meryl, santo iddio di nuovo), Forrest Gump (muoiono la principessa stronza della Storia fantastica e la moglie stronza di mrs.Doubtfire…e allora?), Hachiko, City of Angels (finisce bene: il poliziotto di law and order può continuare a mangiare pancake ai grassi saturi, che c’è da piangere?), passi dell’amore, Ghost (piangerei se I have the time of my life nella mia testa non mi distraesse), Brockback mountain (Noi siamo triviali, ma voi l’avete fatto apposta quel titolo): niente

Come eravamo
Mi fa piangere che Hubbel non venga evirato con un cavatappi, sì.

Amabili resti e attimo fuggente: niente.

E.T.
Adesso saranno adolescenti, ma nel 2009 erano due bambine bolognesi di una decina d’anni ed erano andate coi genitori bengalesi a vedere il cinema in piazza maggiore, sedendosi dove si poteva perché era pieno così. Chissà se si ricordano di quella spostata che, accucciata sul crescentone accanto a loro, oscillava dalle più nere gramaglie alla più totale esaltazione. Picco della quale esaltazione fu raggiunto poco prima della scena delle biciclette, quando la povera inferma di mente si avvicinò loro biascicando tra le lacrime “Ve l’avevo detto prima: non è morto…visto? Adesso volano!”
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* E ora sono cazzi vostri, direbbe il mio fidanzato