I miei parenti votano tutti

Da meno di una settimana sono discesa all’isola per la consueta dodici giorni di passione.
In realtà si tratta di una cosa super simpatica: io passo dodici giorni di carcere duro qui e, incredibilmente, questo condona  tutto e mio padre può usare per altri dodici mesi la sua frase preferita: “purtroppo qui non c’è futuro, per questo se n’è andata, ma lei è innamorata di questa terra…”
Sì, suca.
Per quindici anni dal 2001 al oggi, ogni primavera, è scattata la grande caccia all’alibi: l’occupazione estiva con cui giustificare il fatto che, accidentissimo, anche quell’estate avrei potuto fare non più di una manciata di giorni, mannaggia ai pesci. Ci ho fatto entrare di tutto: esami, corsi di formazione, lavori veri e simulati…tutto.
Temo che, a un certo punto, anche ai più scarsamente dotati membri del mio parco parenti sia iniziato a balenare il sospetto che io  in fondo avrei accettato volentierissimo  anche un lavoro come estetista per lebbrosi, piuttosto che passare l’intera estate qui. Naturalmente, il fatto che costoro sospettassero tutto ciò mi ha sempre lasciata del tutto indifferente, ma il mio unico genitore è un esponente tra i più illustri del disagio psichico che affligge gran parte della popolazione di questa disgraziata isola. Parlo di quella particolare condizione della mente che impone che chi ne soffre consideri il darsi la morte come unica praticabile via d’uscita per il fatto di essere stato vittima di un giudizio di valore che egli reputa di segno negativo  da parte di uno o più membri del proprio gruppo sociale di appartenenza.
Pertanto, da qualche anno, per dodici giorni, metto in valigia i paramenti che ho tenuto con me al corso di formazione per pachidermi ammaestrati: lustrini, nastrini, una palla confortevole, il libro dei barriti, i mille e uno modi per interagire con le scimmie in maniera efficace, e mi faccio condurre a cena da questi deboli di mente alleviando così la croce paterna dello stigma sociale che egli è fermamente convinto di portare [ma in realtà chi se lo incula, n.d.r.].
Ieri c’era la zia cui mio nonno ha impedito – negli anni Sessanta – di frequentare il liceo perché era contrario alle classi miste, e questa cosa è oggi un argomento di conversazione come un altro.
C’era il marito di mia cugina che si è vantato per mezz’ora di aver fatto piangere una hostess ventenne della Ryanair.
C’era la moglie di mio cugino, che naturalmente è una convinta cinquestella perché questo le consente di avere finalmente un’opinione di ferro su cose che non conosce e nessuna spinta a conoscerle perché tanto sa già tutto-tutto-tutto e molto di più. Lei e mio cugino, anche lui cinquestello, leggono Il Giornale di Sicilia alla pelosa ricerca di notizie sui nuovi indagati per fatti e fattarelli di ordinaria disonestà, ma proprio attentamente. La cosa procura loro un paio di conseguenze gradevoli. Intanto, un piacere secondo solo a quello che provavo io a 8-10 anni quando cercavo i grumi di sabbia secca sulla cute di mia sorella dopo una giornata al mare…Roba da capezzoli duri, parliamoci chiaro. In secondo luogo, il fatto che sul giornale queste due persone non trovino MAI il proprio nome ma sempre quello di qualcun altro, fornisce loro l’incontrovertibile certezza di stare  dalla parte del giusto al di là di ogni ragionevole dubbio: anche oggi sul giornale c’è scritto che sono una brava persona, urrà per me.
Tutto questo fa sì che tutti possiamo ridere allegramente quando loro ci raccontano di aver frodato una compagnia aerea richiedendo (e ottenendo) un rimborso di 610 euro per una valigia smarrita che conteneva merce per 50 euro.
Ieri c’erano anche un paio di donne affaccendate a dar da mangiare a due bambini  che sarebbero stati perfettamente in grado di trucidare una mucca, figuriamoci di mangiare una bistecca. Eppure una di loro ha passato qualche minuto del suo tempo a togliere i pezzetti di pomodoro dal piatto di pasta fredda di un bambino che a settembre andrà in terza elementare.
C’era mio zio plurifedifrago e naturalmente sua moglie – “quella è buona per farci il ghiaccio”, sibila Vivian Ward dopo aver stretto la mano alla moglie del merdoso Stuckey durante la partita di polo, e io ogni volta vorrei darle il cinque – che lo ha recentemente ripreso in casa. Ci sono i loro due figli, il più grande è nato durante i mondiali di calcio del 1994, è sempre più grasso, ha un grande anello di fidanzamento all’anulare destro e si riferisce a se stesso dicendo “noi” anche se lei non c’è: “Noi avremmo potuto fare un anno di università lì, ma abbiamo preferito restare qui” e nessuno chiama la neuro-deliri.
Io e la madre cornuta abbiamo avuto una conversazione notevolissima che mi sento di riportare:
– Ma quindi vi siete portati la macchina lì?
– No, non ci serve: l’abbiamo venduta. Lì la macchina serve pochissimo per la vita quotidiana.
– E come vi muovete?!
– In bicicletta, sempre. Al massimo coi mezzi.
– Ma quindi la gente che ha figli come fa?
– ehm…in bicicletta, al massimo coi mezzi, come ti dicevo.
– No, fammi capire: se io ho tre figli…
– Uno sta nel sediolino davanti, uno nel sediolino dietro, il terzo – se hai avuto delle normali gravidanze di nove mesi e una pausa fisiologica di cinque mesi tra un parto e l’altro – sa già andare da solo in bici e ti sta pedalando accanto.
– Ma non si ammalano? Qui si ammalano! Non è normale che facciano ‘sta cosa.
– No, forse no, ma sai…è questione di punti di vista. Ci sono paesi in cui la madre di un bambino  raffreddato ritiene che lo stigma sociale cui è, per forze di cose, sottoposta sia tutto sommato sopportabile, ha imparato ad accettarlo. Voi comunque ci state lavorando: state partendo col deresponsabilizzare tutte le madri di bambini obesi e diabetici, che per fortuna però non hanno mai avuto un raffreddore.

Se Dio esistesse farebbe morire queste persone inutili. Carne da cannone in un’epoca senza cannoni.

C’è la figlia di mia cugina, poi, che è realmente carina e molto intelligente e mi ricorda molto me e mi fa stringere il cuore: ha 11 anni ed è un mostro, fa paura per quanto è sveglia e dotata ed è in trappola, e naturalmente non lo sa. Lei pensa che sia giusto così, non ha vie d’uscita se vuole sopravvivere. Deve realmente continuare a pensare che sia giusto così e continuare a fare quello che fa se non vuole perdere l’amore della sua famiglia, cosa che ovviamente la ucciderebbe.
Ha parlato con me per tantissimo tempo e ha cercato in ogni modo di impressionarmi e io naturalmente ho finto di essere impressionata. Mi ha fatto tante domande e ha previsto ogni singola risposta, prima ancora di formulare la domanda, per essere sicura che la risposta potesse essere un valido appiglio per una controrisposta ancora più impressionante. So quello che fai, avrei voluto dirle, l’ho inventata io questa cosa: altrimenti nessuno mi avrebbe mai notata, e nessuno noterebbe neanche te, e tu vorresti ammazzarti, e come darti torto, e quanto ti capisco.
Ha guardato per un’ora il mio piercing al naso come se le facesse schifo, e io conosco quello sguardo: ho guardato così la prima ragazza che ho visto indossare gli anfibi a metà polpaccio nel 1992 e la prima ragazza coi capelli blu vista in un museo a Parigi nel 1996.
– Ti dà fastidio? – Mi ha chiesto alla fine, con nonchalance vagamente disgustata.
– No, ce l’ho da quasi quindici anni.
– Mmmh – Ha fatto lei guardandomelo ancora più da vicino.
– E’ come quelli che hai tu nelle orecchie, mica ti danno fastidio. Se è solo per questo che non vuoi farlo non devi pensarci: non ti darà nessun fastidio.
– …
– …
– Io ti ho capita… – Mi ha detto – Tu sei una ragazza un po’ scatenata.

Vorrei che lei si salvasse ma non si salverà perché nessuno si salva da quella roba lì a meno che non capiti una roba grossa grossa grossa.
Una cosa talmente grossa da tramortire tutti per qualche anno così che lei possa prendere la porta lasciata aperta e scappare, una cosa così terrificante da fornire un alibi perfetto per tutti: penseranno che lei sia ancora ferita e allora tutto sommato la lasceranno in pace perché tanto è danneggiata e non si può aggiustare una cosa così danneggiata, e quindi tanto vale lasciare perdere.
Ma la verità è che quello che è successo lei l’ha superato da anni, non è certo quello il problema.
Quello che proprio non perdonerà mai è che l’abbiano quasi ammazzata perché non era mediocre come loro.

Advertisements

Analfabétere

“…Credo che mettersi a lanciare bombe a mano potrebbe 
essere interpretato come un segno di maleducazione”
Daria Morgendorffer, 2002

L’altro giorno ho origliato una conversazione in tram, erano due ragazze italiane.
Una stava dicendo all’altra “…perché sai, io ho sempre pensato di poter contare più sulla mia intelligenza che sulla mia bellezza”.
Un grande classico.
Questo episodio – identico a decine di altri episodi analoghi origliati sui mezzi pubblici italiani e rimasti impuniti per sciocche convenzioni sociali che impediscono al saggio di redarguire e talvolta addirittura sanzionare l’idiota – ha insinuato in me il forte sospetto che l’assenza di fastidio che sperimento ormai da qualche mese (sostituita, non temete, da una grande tristezza) sia da mettere direttamente in relazione con il fatto che, nella maggior parte dei casi, non comprendo la lingua di queste persone.
Questa consapevolezza mi spinge a considerare con meno entusiasmo uno dei grandi propositi per l’anno venturo – che, come tutti sanno, comincia a settembre con la riapertura delle scuole – ovvero iscrivermi al corso gratuito per immigrati.

Poi adoro anche tantissimo quando dico qualcosa tipo “eh, com’era bello quando la normalità era un valore” e una degli astanti mi risponde “intendi quella normalità secondo cui gli omosessuali andavano incarcerati? eh? eh? eh?” con cigolii ovarici a profusione.
Quella stessa astante che non mangia quando ha fame perché “eh, noi mamme siamo abituate a soffrire”. E che “..Fellini chi?”. E che “l’olio di palma”. E che “ora mi coniughi tutto il verbo! Sai chi parla usando l’infinito, in Italia – segue imitazione di negro parlante italiano stile mami, governante di Rossella ‘O Hara – eh? sai chi? Gli immigrati! Vuoi parlare come un immigrato, tu?!”.

Che due coglioni, guarda.

Tirapiedi (minarsela)

Ho letto per la prima volta la parola tirapiedi nel 1993, in una delle didascalie dell’ album di figurine del film Disney La bella e la bestia. Il tirapiedi in questione era LeTont: un giovane obeso e chiaramente deficitario a livello cognitivo, che idolatra Gaston il bulletto. La didascalia diceva proprio così “LeTont, il tirapiedi di Gaston”. Ricordo di aver cercato la parola sul dizionario Palazzi, di averla trovata, e di aver pensato le solite due cose che penso sempre – in rapida successione e sempre nello stesso ordine – quando mi trovo di fronte a qualcosa che mi fa ribrezzo:
1.”Poveretto, che schifo di vita”
2. “…Ma non è che anche io?”
Prese velocemente in esame tutte le relazioni amicali che avevo stabilito nel corso della mia giovane vita e stabilito che non ero stata fino a quel momento la tirapiedi di nessuno – fiiiuuuu… – decidevo una volta per tutte che mai lo sarei stata.

Ieri in negozio è entrato un giovane obeso e chiaramente deficitario a livello cognitivo. Aveva la sciarpa e il cappellino del bologna, coordinati. E’ venuto per annunciare – per ANNUNCIARE, permettetemi di scriverlo maiuscolo – l’imminente arrivo di un consigliere comunale eletto con la Lega Nord.
Ha proprio detto “Buongiorno, signore. Sta per arrivare il consigliere comunale eletto con la Lega Nord”.
E la mia titolare ha detto “Certo, lo aspettiamo”.
E il tirapiedi è andato via.
Cinque minuti dopo è entrato il consigliere comunale eletto con la Lega Nord e ha conversato con titolare e clienti.

Ultimamente mi è presa questa nostalgia del tutto inedita per alcune espressioni panormite di sopraffina bellezza. Forse, più che la bellezza delle espressioni, sopraffino è il disprezzo sotteso.
Di quel disprezzo non c’è traccia qui, tra questa gente così civile e bene educata. Non c’è speranza di trovare disprezzo tra quelli che mi raccontano, tra una chiacchiera e l’altra, di che bella serata è stata quando il presidente della nota fondazione bancaria è venuto a visitare la nostra casa di famiglia in campagna in quanto amico del marito della cugina Bruna, e che bella figura abbiamo fatto visto che avevamo appena cambiato i mobili del giardino, e poi la zia mamma della Bruna era una cuoca eccezionale, e mettici anche che la cugina Bruna non aveva ancora subito l’operazione di ricostruzione dell’esofago – che si era lacerata ingoiando dell’acido come protesta contro le corna che le metteva il marito n.d.r. – e quindi era magra e in formissima come non era mai stata.
Questa gente non disprezza, figurati.

Io sì che disprezzo.
E quindi, per tutta la permanenza del consigliere comunale eletto con Lega Nord in negozio, io ho fatto andare in loop la mia personale versione del precedente dialogo:
“Buongiorno, signore. Sta per arrivare il consigliere comunale eletto con la Lega Nord”
“Ora nna minamu”*

*Letteralmente, “Adesso ci masturbiamo”.
Espressione usata per esprimere aperto disinteresse verso un avvenimento annunciato invece come rilevante o addirittura spaventoso.
E.g. “Sta per arrivare il consigliere Manes Bernardini”  “Ora nna minamu”.

Come quando sai che l’estate sta ppe fini’

035-monica-vitti-theredlist
Magari sto a parla’ e lei è distratta, ‘vasiva, con l’occhio perso chissà ‘ndove. Come faccio a spiegàttelo? Ce so cose che nun se spiegano, a Ughe’. Però te dico che Adelaide nun è più la donna de prima. Che è cambiato, dirai te. Eh, so cosette imparpabbili, che te devo di’. E’ come quando sai che l’estate sta ppe fini’: sì, il sole ce sta sempre però nun c’è gnente da fa, nun lo senti. Hai capito, Ughe’? Oh ma che fai, arzi gli occhi ar cielo? So cose serie, a Ugo!
Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca, Ettore Scola  (1970)

Mi rendo conto, non si tratta di un pensiero che cambierà le vostre vite in chissà quale modo, lo immagino. Ma cercate di capire che Oreste fa il muratore, e non il muratore barra filosofo: fa proprio il muratore trattino muratore, senza offesa. Eppure, tra una cazzuolata e l’altra in compagnia del riluttante e poco comunicativo Ugo, Oreste la spiega proprio bene la fine di un amore.
Dramma della gelosia è un film per ragazze confuse che tendono alla tristezza, ragazze come Adelaide, io invece sono una ragazza confusa che tende al panico. Le ragazze che tendono al panico, quando finisce loro l’estate non è una cosetta propriamente imparpabbile: forse ci fai meno caso se qualcuno ti nasconde un pagliaccio nella tazza del gabinetto. Insomma, dramma della gelosia non ha mai raccontato niente che mi riguardasse da vicino, niente con cui potessi empatizzare più di tanto. A dirla tutta, Adelaide m’è sempre sembrata un po’ scema: non riuscire in nessun modo a farsi passare l’amore per uno che è pulcioso, è povero, t’ha menata e ti costringerà a una vita di concubinato…certo, come no.
Eppure mai dire mai: siamo tutte un po’ Adelaide, anche quelle di noi che tendono al panico. Un Nello prima o poi ti arriva: quel fidanzato nuovo nuovo, ancora da aggiustare, un po’ troppo smargiasso forse, di difficile gestione, ma che da tempo ti manda segnali  inequivocabili e promettenti (tipo pizze a cuore o una vera vita lavorativa) nonostante tutti i tuoi sforzi di ignorarli. E poi lì è veramente un casino.
Come quando Nello bacia Adelaide per la prima volta, lei gli dice “aò, che ffai?” lui le dice “io ti amo” e lei lancia uno sguardo disperato nel vuoto, sussurra “che oròre…” e scappa via.
E’ così quando ti arriva un fidanzato nuovo che è evidentemente migliore di quello vecchio, che con la sua sola presenza nella tua mente evidenzia tutte le zozzerie di quel cretino che ti dorme accanto. Il problema è se tu quel cretino lì lo ami, in quel caso è proprio come dice Adelaide: è un oròre.
Bologna è il mio Oreste, è il fidanzato inetto dal quale sono sempre tornata nonostante tradimenti, delusioni, pure qualche manata in faccia, nonostante la nostra estate abbia cominciato a finire già verso il 2008 tipo. Mi sveglio tutte le mattine al suo fianco, la guardo nel suo pigiama di mattoni rossi, con l’alitosi di cantieri stradali che stanno lì da tre anni e sembra la tela di penelope.
Parla in continuazione, Bologna, insopportabile.
Parlano davanti al mio portone le madri quarantenni della scuola elementare sotto casa, dandomi una ulteriore conferma che sarà meglio affidare il sangue del mio sangue alle cure di un gattile piuttosto che alla scuola pubblica italiana inevitabilmente piena di figli di italiane ultraquarantenni.
Parla di immigrati, Bologna, di pakistani, di zingari, ne parla continuamente mentre ordina a ottobre i tortellini di Natale perché sia mai non si riesca ad averne in tempo per la vigilia. Bologna vuole la sfoglia sottile che si deve vedere san Luca in trasparenza, oppure la vuole che si deve sentire bella ruvida, oppure vuole più prezzemolo per favore li voglio quasi verdi, oppure il ripieno per favore senza noce moscata perché ho il bambino iperattivo e col deficit di attenzione e la noce moscata è eccitante, e attenzione mi raccomando a tagliare perché qui vengono gli apostoli della tagliatella e non sai mai chi sono e se le tagliatelle non sono perfette gli apostoli della tagliatella ti fanno una croce sopra e tu non lavori più. Bologna chiude le trattorie storiche con la mezza porzione ma apre locali baby friendly dove puoi comprare le piante da giardino mentre fai l’aperitivo e nessuna di queste cose (nè le piante, nè l’aperitivo, nè il baby) verrà interamente pagata dal frutto del tuo lavoro perché nessuna delle persone che conosco guadagna tanto da potersi permettere tutte queste tre cose contemporaneamente senza l’ausilio dei genitori, che probabilmente sono anche apostoli della tagliatella.
Io non lo sapevo, perché non ho mai smesso di amare un cretino (ho avuto un paio di cretini, anche tre, ma non amavo nessuno di loro) ma è proprio così: all’improvviso lo vedi per quello che è, cioè un cretino, e la sensazione è quella di mangiare la farina col cucchiaio.
O questa

Disaffezione

foto

Proprio come Frances Ha, ad un certo punto anche io mi sono risolta a tirare fuori dalla cantina la mia vita in perenne assetto da trasloco. Non è stata esattamente una passeggiata di salute, capire di essere tra quelli che rimangono. Io ci ho messo un anno, non esattamente il migliore della mia vita, tre anni fa. Dopo quell’anno è arrivato un quadro lungo tre metri e alto circa uno, il quadro che c’era nel salotto della casa in cui sono cresciuta, regalo di mio padre. E’ arrivato dentro una grossa cassa inchiodata che il salvatore delle mie penne ha schiodato, un chiodo alla volta, mentre io mi facevo venire una crisi isterica in cucina farneticando su eventuali noleggi di seghe elettriche.
Abbiamo attaccato il quadro. La cassa non l’abbiamo buttata perché non avevamo voglia di chiamare quelli dei rifiuti ingombranti, quindi l’abbiamo messa in cantina.
Forse mi sono concentrata un po’ troppo sul portare a termine l’obiettivo, cosa che del resto mi capita piuttosto spesso, lasciando completamente fuori fuoco tutto il resto. Dunque, mentre mi guadagnavo la felicità stanziale, mentre mi affezionavo ad alcune persone, proprio quando per ben due cambi di stagione dell’armadio la vertigine del pensiero “chissà se sarò ancora qui quando avrò bisogno di questi vestiti” non mi aveva più stuzzicata, proprio allora si rendeva evidentissimo un fatto: il lavoro – quella cosa che si fa da grandi – non è qui, non ancora, e non è detto che lo sarà.
“Se non lo sarà, dovrai rifare gli scatoloni, tata. Lo sai, vero?”
“Ma io non posso, ho il quadro. Che ne faccio del quadro? Non posso portarmelo in giro”
“Lo so che hai il quadro ma nessuno continua a fare tre lavori contemporaneamente di cui neanche uno vagamente certo perché non ha voglia di staccare un quadro e rispedirlo indietro. Non è tempo per appendere quadri”
“Ma non posso rispedirlo indietro!”
“La cassa è ancora in cantina, ti ricordi? Siete stati previdenti, per una volta”.
Questo contributo ci è stato gentilmente offerto da Sally Albright e Joey Potter, entrambe autrici della parte più controversa della mia personalità, quella che sarà rivalutata dai fan solo dopo la mia morte.
Insomma, da qualche tempo c’è un nuovo obiettivo ed è la disaffezione: ci sono altri odori per le stesse stagioni che cambiano, altri mercati il sabato mattina, altro sole, altra nebbiolina, altre strade belle, altri bar del cuore, sei sicura di volerti tenere questi?
Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, non ti mette ansia? Un po’ sì, confessa. Non hai voglia di una città con una metropolitana? Con dei tram, magari, così è proprio sicuro che ti perdi.
Quella libreria scura che hai ficcato dentro casa a suo tempo – perché i libri dovevi pur posarli da qualche parte – è orrenda e lo sai. Era la tua prima libreria e non avevi alcuna competenza per scegliere un oggetto del genere. Nella casa nuova potrai averne una fatta a modino, per scegliere la quale avrai frequentato corsi serali di arredamento d’interni e avrai battuto tutti i mercatini delle pulci della tua regione. Se resti qui ti devi tenere quel casciabanco nero che ogni volta che lo guardi ti si rivolta lo stomaco e ti ricordi di quando l’hai ordinato in piena notte dal sito Ikea sperando di beccare le misure e che il muro fosse largo abbastanza.
Magari scegliere un posto con la testa – quel grosso bozzo che hai sopra al culo – porta a risultati migliori. Magari le viscere e i muscoli involontari dovrebbero rimanere quello che sono: carne di ultimo taglio, non strumenti che dovresti usare per scegliere dove vivere e cosa fare da grande.
Magari, in un altro paese, un tizio promotore di eventi che introduce un cortometraggio in un cinema non farnetica di prossime venture proiezioni cinematografiche baby-friendly grazie alle quali i genitori di bambini da zero a tre anni saranno incoraggiati a portare i propri pargoli in sala – sala che sarà attrezzata con fasciatoi e cuscini morbidi per le zone allattamento –  grazie a una geniale idea avuta di concerto da lui, da sua moglie e dal loro bambino di un anno e mezzo e trovata sensazionale dal gestore del cinema che se ne è detto entusiasta. Magari, in un altro paese, il gestore del cinema avrebbe chiamato la neuro deliri, il telefono azzurro, il telefono rosa, telefono giallo come per le rivelazioni sulle stragi di stato, i carabinieri, batman. O magari no, ma certamente non avrebbe consentito che il co-ideatore di un anno e mezzo rimanesse in sala a gorgheggiare per tutti e 25 i minuti di cortometraggio. Forse, in un paese diverso, il pubblico avrebbe trovato assurdo da parte dei genitori costringere un bambino di un anno e mezzo (per quanto co-ideatore) in sala anche per i successivi 92 minuti di Still Life di Uberto Pasolini.
Se da qui non te ne vai, questi prodotti di un’ educazione impartita da padri porto alegre social forum a ridosso dell’andropausa e da madri ben più che quarantenni stritolate dai trattamenti per la fertilità, ecco, questi prodotti cresceranno. E poi voteranno. E il loro voto varrà quanto il tuo. Pensaci.

‘a rricerca

Dopo 12 giorni a Palermo, posso affermare pubblicamente alcune cose. Altre cose, al contrario, preferisco tenerle per me.
Tra quelle che mi sento di affermare pubblicamente:

La bruttezza può essere considerata bella, certo. Purtroppo è altrettanto facile che, per qualche incomprensibile ragione, anche la bellezza venga all’improvviso considerata brutta. E’ una possibilità che andrebbe tenuta in maggiore considerazione dai panormiti. Se non si fidano di me di me potrebbero almeno chiedere, che so, a Sandra Milo.
C’è gente che va in bicicletta.
C’è gente che fa bambini.
C’è gente che apre negozi nel centro storico.
C’è gente che apre negozi fuori dal centro storico.
C’è gente che esce di casa anche se è buio e non passa molta gente da questa strada.
C’è gente che usa la cintura di sicurezza. Davvero.
C’è gente che va a correre alla Favorita, perché correre fa bene e se ci sono gli alberi è meglio. Davvero.
C’è gente che cresce bambini.
C’è gente che va al lavoro, tutti i giorni. O lo cerca, al limite, tutti i giorni. Davvero.
C’è gente che attraversa la strada con dei passeggini. Davvero.
C’è gente che usa gli anticoncezionali. Sempre. Davvero.
C’è gente che getta il sacco dell’immondizia dentro il bidone dell’immondizia. O ce la mette tutta per farlo, al limite. Davvero.
C’è gente che fa cioccolatini e torte fatte in casa, in un piccolo bar. Da ben 5 anni. Davvero.
C’è gente che fa la dieta.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde. Davvero.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde ma sa che non funzionerà.
C’è gente che va a limonare a villa Trabia, anche oggi. Davvero.

C’è gente che cerca parcheggio. Davvero.
C’è gente che paga tutte le tasse, anche quelle su cose come i rifiuti o la sanità. O il possesso degli unicorni. 

C’è tutta questa gente, insomma, che si comporta come se vivesse in un posto normale.
Davvero.

E poi c’è la pasta coi tenerumi, il mio alimento proustiano. Sì, Proust. Quel francese che si è impossessato della paternità di un libro, altrimenti scritto da un palermitano e ambientato a Partanna Mondello. Quello che comincia con un tizio che mangia una pasta coi tenerumi – forse cucinata da tale Maddalena, nome che infatti viene furbescamente mantenuto anche nel plagio del francese – e inizia a ricordare cose. Il titolo originale era ” ‘a rricerca rú tiempu pirdùtu”.

Il culo della cicala

Immagine

Oggi sarà ricordato per sempre come il giorno in cui una persona del sud mi disse “quelli del nord ci rubano il lavoro”.
E’ andata così.
Benché io non legga le cronache panormite, resto pur sempre una ragazza del mio tempo: negli anni di facebook e della scomparsa della realtà, può succedere che le cronache panormite vengano da te. E così pure i commenti dei panormiti: livorosi, ignoranti e ottusi, i commenti dei panormiti. Di solito impedisco che mi saltino agli occhi, non rispondo mai. Oggi però, come diceva lo zio Angelo quando qualcuno metteva le mani dove non avrebbe dovuto, mi prudevano le dita. Oggi, come dice mio padre, sono andata a toccare il culo della cicala.
A Palermo il 14 luglio si festeggia la patrona Santa Rosalia. Sono quei festeggiamenti, per intenderci, che consentono al sindaco di mettere in atto l’unica reale assunzione di responsabilità nell’arco dei 12 mesi: il sindaco deve salire sul carro della santuzza,  e gridare “Viva Palermo e Santa Rosalia!”. Questo vuol dire che improvvisamente, benché festanti per la venerabile Rosy, per quanto ottenebrati da ettolitri di birra forst e unti dall’olio dei babbaluci che sono impegnati a sucare come se non ci fosse un domani, i panormiti si accorgeranno che sì: c’è il sindaco, ed è proprio quello lì. Non c’è dubbio, perché solo il sindaco può salire sul carro e gridare “Viva Palermo e Santa Rosalia!”.
In determinate annate non è stato affatto semplice convincere il primo cittadino a salire sul carro, ma alla fine tutti sono andati. A calci in culo, ma sono andati. Solo un sindaco, Diego Cammarata, si rifiutò e non andò davvero, con grandissima indignazione dei panormiti e relativi stracciamenti di vesti per la tagliata di faccia ricevuta da Santa Rosy e dai suoi protetti. Fu inutile ogni tentativo di ricordare loro che il traditore era stato eletto democraticamente e per ben due volte dalla maggioranza degli aventi diritto. Inutile anche far notare che negli otto anni precedenti si era passati sopra a tagliate di faccia magari meno irrispettose per la santuzza, ma che avevano avuto conseguenze decisamente concrete sui panormiti.
Il sindaco Orlando invece al festino ci tiene, quello sì. Infatti ha indetto un bando di gara per appaltare l’organizzazione delle celebrazioni in onore di Santa Rosy. Il bando è stato vinto da un’azienda di Varese che ha sbaragliato le concorrenti, alcune delle quali autoctone. E ‘sticazzi? Direte voi. Infatti ‘sticazzi, la penso come voi.
Mia cugina invce no, essendo panormita. Dunque pubblica la notizia della mancata assegnazione della gara ai naturali protetti della santuzza e della vergognosa vittoria dell’invasore per mano dell’infido – benché democraticamente eletto a maggioranza, anche da lei – Orlando.
Mi prudevano le dita, va bene? Lo so che non si fa. Anche se è appena alfabetizzata non posso farglielo notare, continuavo a ripetermi. Non posso farle notare che non è normale non avere un lavoro a 31 anni perché si sta terminando una laurea specialistica non contenti di una laurea triennale che si è conseguita in soli 9 anni con lo strabiliante punteggio di tipo 98 e tutto questo senza aver mai lavorato un giorno nella propria vita. Ok? Da noi non si dicono queste cose ai parenti.
Forse avrei taciuto su tutto.
Forse sarei andata ad annaffiare il basilico in balcone. Avrei nutrito la Nana. Avrei controllato la lievitazione del pane. Avrei dimenticato
Invece ho letto un commento e, come l’infelice Agnese monaca di Monza, ho risposto. L’autore del commento si chiama Geloso, non ridete: si chiama proprio così. Noi lo chiameremo NonEssereGeloso.

NonEssereGeloso: invece al nord ci stanno dando lezioni di correttezza….su come rubare meglio!!!

Cugina: arte nordica un po’ come l’arte concettuale!!!

Impossibile capire cosa voglia dire questo scambio. Mi prudono le dita. Lo spirito dello zio Angelo mi guarda dall’alto e, con un plastico gesto di sollevamento delle braccia, mi dice ma fai ‘nzoccu vòi! Vedo me stessa aggrappata al ramo di un pino, protesa a cercare di toccare il culo a una cicala mentre mio padre, dal basso, mi intima di smettere subito.
E’ più forte di me.
Il succo della mia risposta è che se “al nord” (a nord di cosa poi?) si ruba è perché ci si è industriati per avere almeno qualcosa da rubare.

NonEssereGeloso: Non sono d’accordo, almeno in parte…esempio…da quando è stato fatto il primo festino in pompa magna da Orlando, è sempre, e ripeto sempre, stato affidato ad aziende del nord, per quanto riguarda organizzazione ed altro. Come pensi che si possa partecipare ai bandi, quando sai già che non si concorre affatto, ma che viene affidato a discrezione del sindaco e non esaminando la qualità, anche economica, dei progetti? Lo stesso avviene nel restauro, perchè affidiamo i restauri ad aziende del profondo nord? O il progetto per Palazzo Branciforte ad architetti sempre del nord?

A mia cugina piace. Ho già detto che è cretina?

lemargheritine: Ma non era la lega quella che aveva proposto graduatorie protette per gli insegnanti in base alla provenienza geografica?
Mi sembra più utile – io mi concentrerei su quello, fossi in voi – capire perché i vostri soldi non sono mai andati al migliore, invece di chiedervi perché non vanno ad un’ azienda o ad un professionista meridionale.

A mia cugina piace anche questo. Le piaccion tutti.

NonEssereGeloso: No, perchè viene affidato ad altri non per meriti, ti assicuro che i migliori architetti e restauratori sono siciliani, infatti vinciamo tutti i bandi e concorsi del mondo, ma non quelli da noi…Lo stesso vale per qualsiasi lavoro…andiamo fuori e samo apprezzati e stra-pagati…Quella di adesso, è una specie di graduatoria protetta…ma sempre e soltanto per quelli del nord…ed a scapito nostro…è da sempre, nella nostra storia, che abbiamo o facciamo le cose meglio degli altri…ma dobbiamo stare con “le corna calate”…

lemargheritine: Seriamente e senza offesa, non ho abbastanza fantasia per rispondere ad un discorso con argomentazioni di questo tipo. Ho provato a farlo un paio di volte: parlavo con due diversi leghisti della provincia di Rovigo e facevano il tuo stesso discorso. Con voi perdo sempre.

Sto leggendo Cecità.
Duecentoquaranta ciechi chiusi in un manicomio ad ammazzarsi tra loro mentre là fuori gli occhi dell’intera città, un paio alla volta, vengono abbagliati da una perenne e accecante luce bianca.
All’inizio pensavo fosse un po’ esagerato come espediente narrativo.