I miei parenti votano tutti

Da meno di una settimana sono discesa all’isola per la consueta dodici giorni di passione.
In realtà si tratta di una cosa super simpatica: io passo dodici giorni di carcere duro qui e, incredibilmente, questo condona  tutto e mio padre può usare per altri dodici mesi la sua frase preferita: “purtroppo qui non c’è futuro, per questo se n’è andata, ma lei è innamorata di questa terra…”
Sì, suca.
Per quindici anni dal 2001 al oggi, ogni primavera, è scattata la grande caccia all’alibi: l’occupazione estiva con cui giustificare il fatto che, accidentissimo, anche quell’estate avrei potuto fare non più di una manciata di giorni, mannaggia ai pesci. Ci ho fatto entrare di tutto: esami, corsi di formazione, lavori veri e simulati…tutto.
Temo che, a un certo punto, anche ai più scarsamente dotati membri del mio parco parenti sia iniziato a balenare il sospetto che io  in fondo avrei accettato volentierissimo  anche un lavoro come estetista per lebbrosi, piuttosto che passare l’intera estate qui. Naturalmente, il fatto che costoro sospettassero tutto ciò mi ha sempre lasciata del tutto indifferente, ma il mio unico genitore è un esponente tra i più illustri del disagio psichico che affligge gran parte della popolazione di questa disgraziata isola. Parlo di quella particolare condizione della mente che impone che chi ne soffre consideri il darsi la morte come unica praticabile via d’uscita per il fatto di essere stato vittima di un giudizio di valore che egli reputa di segno negativo  da parte di uno o più membri del proprio gruppo sociale di appartenenza.
Pertanto, da qualche anno, per dodici giorni, metto in valigia i paramenti che ho tenuto con me al corso di formazione per pachidermi ammaestrati: lustrini, nastrini, una palla confortevole, il libro dei barriti, i mille e uno modi per interagire con le scimmie in maniera efficace, e mi faccio condurre a cena da questi deboli di mente alleviando così la croce paterna dello stigma sociale che egli è fermamente convinto di portare [ma in realtà chi se lo incula, n.d.r.].
Ieri c’era la zia cui mio nonno ha impedito – negli anni Sessanta – di frequentare il liceo perché era contrario alle classi miste, e questa cosa è oggi un argomento di conversazione come un altro.
C’era il marito di mia cugina che si è vantato per mezz’ora di aver fatto piangere una hostess ventenne della Ryanair.
C’era la moglie di mio cugino, che naturalmente è una convinta cinquestella perché questo le consente di avere finalmente un’opinione di ferro su cose che non conosce e nessuna spinta a conoscerle perché tanto sa già tutto-tutto-tutto e molto di più. Lei e mio cugino, anche lui cinquestello, leggono Il Giornale di Sicilia alla pelosa ricerca di notizie sui nuovi indagati per fatti e fattarelli di ordinaria disonestà, ma proprio attentamente. La cosa procura loro un paio di conseguenze gradevoli. Intanto, un piacere secondo solo a quello che provavo io a 8-10 anni quando cercavo i grumi di sabbia secca sulla cute di mia sorella dopo una giornata al mare…Roba da capezzoli duri, parliamoci chiaro. In secondo luogo, il fatto che sul giornale queste due persone non trovino MAI il proprio nome ma sempre quello di qualcun altro, fornisce loro l’incontrovertibile certezza di stare  dalla parte del giusto al di là di ogni ragionevole dubbio: anche oggi sul giornale c’è scritto che sono una brava persona, urrà per me.
Tutto questo fa sì che tutti possiamo ridere allegramente quando loro ci raccontano di aver frodato una compagnia aerea richiedendo (e ottenendo) un rimborso di 610 euro per una valigia smarrita che conteneva merce per 50 euro.
Ieri c’erano anche un paio di donne affaccendate a dar da mangiare a due bambini  che sarebbero stati perfettamente in grado di trucidare una mucca, figuriamoci di mangiare una bistecca. Eppure una di loro ha passato qualche minuto del suo tempo a togliere i pezzetti di pomodoro dal piatto di pasta fredda di un bambino che a settembre andrà in terza elementare.
C’era mio zio plurifedifrago e naturalmente sua moglie – “quella è buona per farci il ghiaccio”, sibila Vivian Ward dopo aver stretto la mano alla moglie del merdoso Stuckey durante la partita di polo, e io ogni volta vorrei darle il cinque – che lo ha recentemente ripreso in casa. Ci sono i loro due figli, il più grande è nato durante i mondiali di calcio del 1994, è sempre più grasso, ha un grande anello di fidanzamento all’anulare destro e si riferisce a se stesso dicendo “noi” anche se lei non c’è: “Noi avremmo potuto fare un anno di università lì, ma abbiamo preferito restare qui” e nessuno chiama la neuro-deliri.
Io e la madre cornuta abbiamo avuto una conversazione notevolissima che mi sento di riportare:
– Ma quindi vi siete portati la macchina lì?
– No, non ci serve: l’abbiamo venduta. Lì la macchina serve pochissimo per la vita quotidiana.
– E come vi muovete?!
– In bicicletta, sempre. Al massimo coi mezzi.
– Ma quindi la gente che ha figli come fa?
– ehm…in bicicletta, al massimo coi mezzi, come ti dicevo.
– No, fammi capire: se io ho tre figli…
– Uno sta nel sediolino davanti, uno nel sediolino dietro, il terzo – se hai avuto delle normali gravidanze di nove mesi e una pausa fisiologica di cinque mesi tra un parto e l’altro – sa già andare da solo in bici e ti sta pedalando accanto.
– Ma non si ammalano? Qui si ammalano! Non è normale che facciano ‘sta cosa.
– No, forse no, ma sai…è questione di punti di vista. Ci sono paesi in cui la madre di un bambino  raffreddato ritiene che lo stigma sociale cui è, per forze di cose, sottoposta sia tutto sommato sopportabile, ha imparato ad accettarlo. Voi comunque ci state lavorando: state partendo col deresponsabilizzare tutte le madri di bambini obesi e diabetici, che per fortuna però non hanno mai avuto un raffreddore.

Se Dio esistesse farebbe morire queste persone inutili. Carne da cannone in un’epoca senza cannoni.

C’è la figlia di mia cugina, poi, che è realmente carina e molto intelligente e mi ricorda molto me e mi fa stringere il cuore: ha 11 anni ed è un mostro, fa paura per quanto è sveglia e dotata ed è in trappola, e naturalmente non lo sa. Lei pensa che sia giusto così, non ha vie d’uscita se vuole sopravvivere. Deve realmente continuare a pensare che sia giusto così e continuare a fare quello che fa se non vuole perdere l’amore della sua famiglia, cosa che ovviamente la ucciderebbe.
Ha parlato con me per tantissimo tempo e ha cercato in ogni modo di impressionarmi e io naturalmente ho finto di essere impressionata. Mi ha fatto tante domande e ha previsto ogni singola risposta, prima ancora di formulare la domanda, per essere sicura che la risposta potesse essere un valido appiglio per una controrisposta ancora più impressionante. So quello che fai, avrei voluto dirle, l’ho inventata io questa cosa: altrimenti nessuno mi avrebbe mai notata, e nessuno noterebbe neanche te, e tu vorresti ammazzarti, e come darti torto, e quanto ti capisco.
Ha guardato per un’ora il mio piercing al naso come se le facesse schifo, e io conosco quello sguardo: ho guardato così la prima ragazza che ho visto indossare gli anfibi a metà polpaccio nel 1992 e la prima ragazza coi capelli blu vista in un museo a Parigi nel 1996.
– Ti dà fastidio? – Mi ha chiesto alla fine, con nonchalance vagamente disgustata.
– No, ce l’ho da quasi quindici anni.
– Mmmh – Ha fatto lei guardandomelo ancora più da vicino.
– E’ come quelli che hai tu nelle orecchie, mica ti danno fastidio. Se è solo per questo che non vuoi farlo non devi pensarci: non ti darà nessun fastidio.
– …
– …
– Io ti ho capita… – Mi ha detto – Tu sei una ragazza un po’ scatenata.

Vorrei che lei si salvasse ma non si salverà perché nessuno si salva da quella roba lì a meno che non capiti una roba grossa grossa grossa.
Una cosa talmente grossa da tramortire tutti per qualche anno così che lei possa prendere la porta lasciata aperta e scappare, una cosa così terrificante da fornire un alibi perfetto per tutti: penseranno che lei sia ancora ferita e allora tutto sommato la lasceranno in pace perché tanto è danneggiata e non si può aggiustare una cosa così danneggiata, e quindi tanto vale lasciare perdere.
Ma la verità è che quello che è successo lei l’ha superato da anni, non è certo quello il problema.
Quello che proprio non perdonerà mai è che l’abbiano quasi ammazzata perché non era mediocre come loro.

Advertisements

I cestini degli altri

foto 2

– Succo di frutta gusto mela e kiwi

– Smacchiatore

– Detersivo bio presto

– Additivo igienizzante napisan

– Aringhe affumicate (2 confezioni)

– Bietole

– Farina di grano tenero 00

La scuola sta facendo la pausa invernale, quindi ho un po’ più di tempo libero. In particolare, per due giorni a settimana – quelli che, tradizionalmente, mi vedevano impegnata a preparare le lezioni – vado via dal negozio addirittura alle 13.30. Il tempo libero, mi dicono le mie ricerche, è quell’intervallo tra una cosa e l’altra durante il quale sei autorizzata a non fare assolutamente nulla senza sentirti in colpa: l’assenza del senso di colpa è l’unica caratteristica che distingue, nettamente e senza possibilità di fraintendimento, il tempo libero dal tempo non libero.

Il senso di colpa è per me una condizione esistenziale imprescindibile, mi definisce, mi contiene, mi disciplina: senza senso di colpa andrei in autocombustione e mi consumerei nel giro otto secondi. Certo, questo mi preclude ogni possibilità di avere tempo libero ma, del resto, da incenerita del tempo libero te ne fai poco.

Sembra un cul de sac, ma uscirne è in realtà molto semplice: basta riempire il mio tempo libero con occupazioni che poi non avrò voglia di intraprendere in maniera regolare, questo mi garantirà un senso di colpa costante ed estremamente rassicurante.

Quindi, a gennaio ho resuscitato la pasta madre che credevo morta già a fine novembre.

Quindi ora devo fare il pane due volte a settimana.

Ieri pomeriggio la madre era più vitale di un branco di cheerleader del Winsconsin. Mi è venuta fuori una pagnotta da 1 kg e mezzo, dorata, bellissima. Avrei chiamato i vicini per fargliela vedere, davvero: era uno spettacolo.

Poi ho pensato che avrei potuto invitare degli amici a cena, così l’avrebbero anche assaggiato il pane, oltre che ammirarlo. Quindi ho invitato 5 amici.

A quel punto ho dovuto cucinare, perché mica potevamo mangiare solo il pane. Quindi ho deciso che avrei cucinato un risotto alla zucca. Però col pane non puoi mica accompagnarci il risotto, ed era per il pane che avevo deciso di avere ospiti a cena, no?Quindi il mio fidanzato ha predisposto i salumi delle grandi occasioni. Io, nel frattempo, avevo anche gratinato dei finocchi e fatto una guacamole con un avocado ormai prossimo al trapasso che avevo rinvenuto fortuitamente in una fruttiera dimenticata. L’insalata con cappuccio, sedano rapa e arancia si rendeva dunque superflua, e soprattutto sarebbe servito altro pane che non possedevo.

A quel punto sembrava necessario tirare fuori una tovaglia decente: quella bianca, ricamata dalla nonna, quella del corredo. Una tovaglia vergine per onorare il pane, e il risotto, e i salumi, e i finocchi, e la guacamole.

I miei amici hanno portato il vino, io ho insistito perché il mio fidanzato mettesse anche i sottobicchieri per evitare spargimenti di vino, lui l’ha fatto ma questo non ha minimamente leso la mia efficacia nel macchiare irrimediabilmente la tovaglia prima che il gallo cantasse tre volte.

I miei amici hanno mangiato tutto il pane, e anche tutto il resto, ed io con loro.

Questa mattina, al risveglio, mi è venuto in mente che pane fa ingrassare, che sono gonfia, devo assolutamente depurarmi, devo assumere il succo di aloe in maniera più regolare e coscienziosa. Quindi che devo procurarmi del succo di frutta, perché bevitelo tu il succo di aloe puro…

Mi è venuto anche in mente che avrei dovuto smacchiare la tovaglia con qualche nuovo ritrovato della tecnica.

E disfare la borsa della palestra, quella di giovedì. E magari lavarne il contentenuto. E possibilmente igienizzarlo, prima di procedere alla bonifica con alcol e accendino.

E mangiare le due arance che non avevo usato per l’insalata che non si era resa necessaria, quindi comperare delle aringhe. Fanno bene, no, le aringhe? Hanno gli omega 3, devo prenderne un bel po’ da tenere in casa, ultimamente mi dimentico.

E comunque domani lascio pronta della verdura bollita, basta mozzarelle come unico cibo veloce: bietole bollite già pronte in frigo, oh.

Diamine, il pane è finito e devo rifarlo. E’ finita la farina.

Questo è quello che avrei voluto raccontare all’addetta delle casse veloci della Pam che ha dovuto contare uno ad uno tutti gli articoli da me acquistati in questo pomeriggio festivo – operazione che si è resa necessaria per colpa del codice a barre delle aringhe, forse reso difettoso dall’umidità del banco frigo – e che con così preoccupata affettazione mi ha augurato buona domenica.

Spararle grosse

DSC_6546

Inverno 1997
“Pronto?”
“Ciao, Sono Valentina, chiamo da parte di Bottega Verde e vorrei parlare con la signora Agrippina Cucuzzata che è già una nostra cliente”
“Mi spiace ma mia mamma non è in casa”
“Quando posso trovarla?”
“Tornerà molto tardi”
“Verso le otto?”
“No, più tardi”
“Allora domattina”
“No, senta…”
“Vorrei proporre alla mamma una promozione davvero vantaggiosa. E visto che è già nostra cliente, come ti dicevo…”
“Senta, mia mamma è morta”
“…”
“…sì, a settembre”
“Guardi signora, non so se sto davvero parlando con sua figlia oppure con lei. Ad ogni modo dovreste vergognarvi: diteci che non siete interessati, diteci che non volete parlarci, ma inventarvi queste cose è troppo!”
“Signorina, guardi che davvero…”
“No, voi non potete dire queste cose, accidenti! Vergogna! Vi dovete vergognare…”
clic

Nei due anni che seguirono la morte di mia madre, chiamarono molte operatrici di call center. Anche se allora non si chiamavano così ma qualcosa tipo “signorine del telefono”. Ho quasi sempre cercato di non dire loro “mi spiace, ma è morta”, e non solo perché già allora l’imbarazzo altrui mi gettava in qualcosa di simile al panico. Non lo dicevo principalmente perché ero convinta che non mi avrebbero creduto, era una bomba troppo grossa, era veramente una granata.
Anche oggi provo spesso questo sentimento, raccontare tutta la storia di come si sia arrivati ad oggi mi sembra veramente troppo. Sono abbastanza convinta che chiunque, senza una documentata conoscenza dei fatti e di me, penserebbe che io sia una mitomane. O una cui piacciono Virzì e la Murgia. O una che potrebbe piacere a loro, che è pure peggio.

La mattina vado a lavorare in un piccolissimo pastificio, mi hanno presa come apprendista. La Rosa mi insegna a tirare sfoglie che prima o poi certamente si stenderanno come lenzuola ad un solo plastico gesto delle mie braccia e del mio mattarello. Per il momento non accade, ma prendo velocità. Giovedì pomeriggio la Rosa ha mostrato di volermi bene per la prima volta: c’era da sanificare il negozio e ho lavato una quantità di pentole e utensili pari forse al triplo di quelli che io e le tre generazioni precedenti alla mia abbiamo posseduto nel corso delle nostre vite. La Rosa in quell’occasione mi ha detto “Brava che sei, tesoro”.
Le due padrone sono due sorelle simpatiche, meno ruvide della Rosa ma pratiche: gente che smette giustamente di ascoltarti se la descrizione del lavoro che hai perduto supera le dieci parole. Quando sono andata a bussare alla loro porta chiedendo se avevano bisogno di una garzona cui insegnare il mestiere, alla fine dello scorso inverno, sono stata molto attenta a non superare quelle dieci parole. Ne avrò usate otto, erano una parte di tutta la verità ed erano quelle giuste, perché non hanno chiamato la polizia per allontanarmi e anzi mi hanno aiutata. Fa un po’ Almodòvar, eh? Anche un po’ Romanzo di Mildred. Eh sì, anche secondo me.
Il lunedì e il mercoledì sera insegno italiano a un gruppo di universitari, in una scuola di lingue in centro. Ho mandato un curriculum a giugno e mi hanno chiamata. Questa sembra una palla ancora più grossa di “la mamma è morta”, vero? Eppure è così: mi hanno chiamata per delle sostituzioni, poi richiamata per l’estate, poi richiamata ancora, e ora farò i serali agli universitari in erasmus.

Tutto quello che è accaduto prima di questi giorni di inizio ottobre del duemilaquattordici non mi è ancora del tutto chiaro. Mi è invece assolutamente chiaro che il vero scopo del resto della mia vita, fino all’ultimo giorno, sarà impedire che succeda di nuovo. Non importa come, non importa cosa.
L’altro scopo – che credo riuscirò a raggiungere in un tempo inferiore al resto della mia vita – sarà accettare che l’adulto da negare al telefono sono io adesso, anche perché sono l’unico adulto in circolazione: gli altri sono tutti diventati vecchi.
Ora in casa ci siamo solo noi, se qualcuno vuole vendere qualcosa è con noi che deve parlare.

“I sound stoned, I’m not stoned” – Frances Ha

Frances-Ha-film-still

A me non è mai successo di telefonare a un ex fidanzato per fargli uccidere un ragno. Anche se lo avessi fatto, è probabile che nessuno di loro mi avrebbe chiesto, trovandomi in lacrime subito dopo l’esecuzione della quale ero stata mandante, “Che fai, cosa c’è da essere tristi? Cosa volevi, che lo catturassi e lo riabilitassi?”
E se avessi un padre con una perversione per il nano da giardino, difficilmente rapirei il nano e lo farei viaggiare per il mondo affinché il rosicamento per il fatto di avere una vita meno interessante di quella di un soprammobile spingesse mio padre a diventare normale. Più probabilmente – dopo un opportuno percorso di psicoterapia – mi godrei la mia scusa passe-partout per tutte le manie e le nevrosi di ieri oggi e domani.
Non danzerei mai e poi mai in un bar davanti a sconosciuti. Non senza essere a un passo dal coma etilico, almeno.

Voglio dire, non è che non mi piacerebbe essere come loro, ma non lo sono. Davvero,  posso empatizzare solo fino a un certo punto con Annie, Amélie e Nana, nonostante la mia gatta sia stata battezzata in onore di una di loro.

Se è per questo non ho mai neanche seguito i miei sogni fino al punto di rischiare l’indigenza. Però mi sono anche sentita sola da morire in alcuni posti davvero bellissimi. Non era proprio Parigi, ma insomma…
Ho smesso di fare ordine in giro appallottolando i miei vestiti in fondo all’armadio intorno al 2002 e non riesco neanche a lavarmi i denti se non rifaccio prima il letto. Però ho dei ridicoli e adorabili vestitini fiorati e mi ostino ad arrotolare i leggins a un terzo di polpaccio, che non è una grande idea se sei alta sotto il metro e ottanta.
Per quanto innamorata io sia di Adam Driver, gli avrei spaccato la testa a bottigliate già durante la cena. Cena che comunque difficilmente gli avrei offerto. Però ho tenuto le mie cose in una cantina di Bologna per 5 anni, per non fare mille traslochi in attesa di trovare un posto definitivo che chi lo sa se sarà qui o boh: intanto gli scatoloni sono fatti, sono in cantina, vanno solo spediti.
Ma soprattutto: io ho delle amiche.
Quasi nessuna cosa mi ha dato la stessa angoscia, lo stesso sentimento di disperazione, di quando che ho sentito davvero che una di loro era andata troppo avanti, o che invece era rimasta indietro, o che se ne stava fuori, o che magari fuori c’ero io.
Insomma, che questo posto mio e della mia amica fosse qualunque altro posto tranne che una accanto all’altra. Ecco, quasi nessuna cosa.

Sento…

DSC_7177

…che l’umanità ha bisogno di un chiarimento su una particolare faccenda. E sento che sarebbe molto utile un mio contributo in questo senso. Questo contributo deve passare per una autodenuncia.
Ero molto giovane. Ma questo è solo un dato biografico carino da dire, l’età non ha influenzato in alcun modo la vicenda se non nelle fasi preliminari. Per comodità del lettore e per evitare fraintendimenti, segnalerò in quali parti del racconto è necessario tenere in considerazione la giovane età dell’eroina.
Mi avevano bocciata per la prima ed ultima volta ad un esame (il terzo della mia carriera, storia contemporanea) che avevo studiato per svariati mesi tra i quali anche quelli estivi [giovane età].
Questa caporetto era stata causata più o meno direttamente dall’infausta contingenza del mio venire a conoscenza che il mio fidanzato lucano aveva passato le vacanze estive non a studiare storia contemporanea ma a sollazzarsi con una sua compaesana, peraltro molto più carina di me [giovane età].
Detto fidanzato lucano, interrogato in merito ai suoi passatempi estivi, negava. Inoltre, con veemenza e affettazione, si portava il dorso della mano sulla fronte e sospirava che il solo mio dubitare di lui lo faceva soffrire così tanto ma così tanto che non sapeva proprio se sarebbe riuscito a superare questo dolore o se forse sarebbe stato meglio lasciarci, in fondo l’avevo voluto io [giovane età con l’aggravante della totale mancanza di strategia: era un fumatore accanito, sarebbe stato facilissimo incendiargli il letto mentre dormiva e dire che si era addormentato fumando. FINE contributo giovane età].

Tutto questo carosello di emozioni mi aveva causato un discreto calo delle difese immunitarie, il quale era stato a sua volta causa diretta di un’infezione alla gola con tanto di placche molto dolorose, febbre oltre i 39°, allucinazioni, mancamenti, digiuno ascetico. Sfortunatamente, il mio fidanzato lucano non aveva avuto modo di soccorrermi poiché scusa sai verrei ma era a casa di un amico che, fatalità, proprio in quel periodo si era trovato ad ospitare anche la tizia più carina di me.
Dunque, imbottita di tachipirina come se non ci fosse un domani, tornavo indietro dallo studio del medico con la promessa di iniziare a prendere l’antibiotico prima di arrivare a casa, anche senza scartarlo, purché fosse subito.  Squillava il cellulare. Avendo in quel frangente una scarsa capacità di coordinazione e una certa qual debolezza dovuta al digiuno ascetico, ed essendo in salita la strada che stavo percorrendo, mi fermavo per rispondere e mi appoggiavo a una macchina parcheggiata onde non crollare al suolo. Mi appoggiavo. Non mi sedevo sul cofano accavallando le gambe. Mi appoggiavo con un fianco a uno sportello. Sopraggiungeva un neanche troppo anziano indigeno, evidentemente proprietario della vettura, e prendeva ad insultarmi perché, a suo dire, la cintura (che non portavo) dei miei jeans avrebbe rovinato la sua macchina, e noi (noi chi?) siamo così (così?) e dobbiamo tornare da dove siamo venuti.
Ci siamo lasciati esprimendo, rispettivamente, io soddisfazione per la scarsità di tempo ancora a sua disposizione su questa terra (mai troppo poco), e lui dubbi sulla moralità dei miei costumi e di quelli dei miei simili, simili che immagino abbiano le sembianze dei bovini dal momento che egli mi aveva precedentemente definita vacca.
Sono tornata a casa in lacrime e ho continuato a lacrimare per un altro po’.  Tanto lacrimare, tanto, perché era tutto bruttissimo e soprattutto perché non-era-giusta-tutta-quella-cattiveria.
Di notte mi sono vestita, ho preso un taxi perché non me la sentivo di camminare, sono tornata dove il vecchio aveva parcheggiato la macchina  – che era sempre lì – e gli ho rigato una intera fiancata con un cavatappi. Non una riga sola: molte righe, ghirigori, spirali, fiori, lumache, una cosa tipo Guernica, un’opera monumentale cavatappi su vernice blu metallizzata. Roba da museo.
Niente di tutto questo sarebbe successo se lui si fosse comportato da persona normale. Punto.

Questo per arrivare al concetto fondamentale che oggi vorrei esprimere in questa mia omelia di questo giorno in cui tutti sono stati immotivatamente scortesi gli uni con gli altri e alcuni persino con me. Vale a dire che tu puoi fare davvero quello che vuoi al grido di “eh ma io sono fatto così, son nato paperino che cosa ci vuoi far?”. Tu puoi essere fatto come ti pare, ci mancherebbe altro.
Però il mondo è bello grosso e molto vario e, se non impari a comportarti in maniera socialmente accettabile anche a costo dei grandi sforzi che fa la maggior parte di noi per essere prima di tutto gentile nonostante i propri tiramenti di culo, potresti trovarti a sbattere contro chi sta avendo una brutta bruttissima giornata.
Insomma, per dirla con parole povere, e come spiegato splendidamente nella piccola parabola che abbiamo ascoltato durante le letture: se sei una testa di minchia, tieni presente che puoi incontrare un’ altra testa di minchia (con un cavatappi, talvolta).
E lì poi non ti devi lamentare.

Lauto ritratto

Non sarà facile ma sai
si muore un po’ per poter vivere…
(Insieme a te non ci sto più, P. Conte-M. Virano-V. Pallavicini, 1968)

Chi mangia fa briciole
(Anonimo)

E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via
(Caterina, F. De Gregori, 1982)

Ma anche questa.
E soprattutto questo, ma proprio tutti e 107 i minuti, con un particolare trasporto durante le operazioni di fracassamento del vasellame.

Questa cosa di non sapere cosa succederà.
Il fatto che (e dico sul serio, ci ho pensato fino ad eliminare quasi del tutto lo spazio tra le mie due orecchie) quasi qualunque scelta – escluse quelle che sarebbe preferibile evitare, contenute in una breve lista che ho stilato, tra le quali l’animazione per bambini, la cavia umana e l’emigrazione nell’estremo oriente – davvero, quasi qualunque scelta ha le stesse, identiche possibilità di sortire in
trionfo o
sventura o
niente di niente.
Ma proprio le stesse possibilità. E il fatto che se ne verifichi una o un’altra è impossibile da prevedere e da ponderare e di conseguenza anche da influenzare, almeno al netto di una potente fede nella spiritualità e nell’ultraterreno (e nei poltergeist e nei criceti zombie e nei gremlins, aggiungerei).
E quindi pace, insomma.
Ecco, questa cosa ha dei risvolti a tratti esilaranti, e credo che quando tutto questo sarà finito, in uno qualunque dei modi di cui sopra, potrò finalmente farmi esplodere un embolo a furia di ridere. Tuttavia non è ancora quel momento. E, se insieme a te è nata una certa fantasia galoppante e difficilmente imbrigliabile, le circa 18 ore di veglia possono diventare impegnative.

LA MENTA

INFESTANTE
Può succederti ad esempio di vedere le cose. I segni, santiddio.
Tipo, la menta che durante la scorsa estate prosperava sul vaso in balcone, ormai da mesi è ridotta a un cumulo di rametti mummificati e completamente secchi. Non è grave, pensi tu, tanto muore ogni autunno. “La menta è infestante”, dice Elena accarezzandosi un gran pancione che cresce di giorno in giorno da otto mesi, ininterrottamente. Se lo dice lei, che sta sperimentando la storia del miracolo della vita, lei che tra poco potrà affermare con lo stesso piglio polemico e consapevole che ha Molly in Senti chi parla  quando dice al tassista James “provi lei a far passare una cosa grande come un cocomero da una cosa grande come un limone”, insomma, se lo dice Elena che la menta è infestante, io le credo. Eppure io ero proprio convinta che la menta iniziasse a prosperare verso marzo – tipo quando la compri a 1 euro al vasetto e la pianti nel vaso di quella dell’anno prima opportunamente bonificato dai cadaveri – e che si suicidasse a ottobre coi primi freddi per lasciare posto a quella del marzo successivo e così via. Ciclotimia portami via. Invece no: la menta non muore, dice Elena, anzi è infestante. E com’è che le mie mente invece sono sempre morte? Sono stata io a soffocare l’altrimenti indomito istinto di sopravvivenza della menta con il solo mio crasso ignorare che questo istinto ci fosse? Le mie mente sono morte per mancanza di fiducia? Tra questi dubbi mi dibattevo il mese scorso, guardando attraverso i vetri il vaso pieno di sterpi e sentendomi parecchio cretina.
Ieri mattina, colpo di scena dei colpi di scena, tra un lungo filo mummificato e l’altro ecco dei germogli verdissimi e fragranti: la menta è infestante, persino la mia.
E quindi oggi via a liberare i germogli nuovi dai cadaveri. Via tutti i cadaveri, respiro per i germogli nuovi. Ma da dove comincio? E’ pieno di mummie rinsecchite, faccio prima a piantare quella nuova. Eh no, dai, sei sempre la solita, la tua è cattiva volontà, indolenza mascherata da strafottenza: comincia a tagliare da qualche parte e poi verrà da sè. Sì, ma le hai viste queste forbici? Come niente decapito qualcuno dei nuovi e addio. Se fai piano e senza panico non decapiti nessuno.
Capisci? Ma vaffanculo! Tutta un’intera formazione avvenuta DOPO il secolo dei lumi, buttata così perché ti serve di vedere i segni.
Comunque, qualcuno l’ho decapitato. Ma tanto è infestante.

 

How to explane revolution to a broken robot

Image

“Let’s clear all this up, quickly”
“When we’re hard-working and good, we’ll be happy…”
“We have got to tidy it up”
“Let’s make it all nice”
“We’ll be happy because we are hard-working…”
“We’ll be hard-working and everything will be clean”
“When we’ll do everything, we’ll be good and happy…”
Maria e Maria
Sedmikràsky,  Věra Chytilová (Cecoslovacchia 1966)

Maturità classica. Sempre studiato meno di quanto avrei dovuto, di quanto avrei potuto e soprattutto molto meno di quanto sembrasse.
Laurea in comunicazione di massa o, come fece giustamente notare il primo relatore che rifiutò di laurearmi,  in comunione di massa. Presa così, sull’onda dell’emozione.
Un’abilitazione come insegnante di italiano a stranieri. Presa così, perché mi annoiavo e non avevo amici italiani e neanche stranieri ma avrei voluto averne.
Una specializzazione in cinema. Presa perché guardavo un sacco di film e mi piaceva dirlo.
Una tesi scritta meglio di quanto avrebbe potuto e peggio di quanto sembrasse. Incredibilmente osannata e che apriva le porte per.
Ricerche all’estero.
Un tirocinio molto prestigioso in Italia.Un tirocinio molto prestigioso all’estero.
Convegni e articoli.
Un lavoro che non c’entra niente ma paga l’affitto, quando pensavo che ormai mi avessero smascherata.
No, forse non mi hanno smascherata. Altro lavoro presso ente prestigiosissimo, per svolgere il quale è necessario mettere su una tale impalcatura che chiunque avrebbe desistito. Posso tirarmela un casino.
No, forse no. Corso base di catalogazione del libro moderno, che se non posso tirarmela almeno si mangia.
Anzi no, quel corso non serve, posso tirarmela ancora per un anno.
Posso tirarmela potenzialmente all’infinito: mi hanno ammessa nella classa A dell’ente prestigiosissimo, se sono brava abbastanza mi tengono.
No, non mi tengono: questa volta sono più brava di quanto sembra, probabilmente più di quanto serva, sicuramente più di quanto sia opportuno sembrare.
Da gennaio sono a casa.
Questa è la mia prima settimana da fumatrice.