I miei parenti votano tutti

Da meno di una settimana sono discesa all’isola per la consueta dodici giorni di passione.
In realtà si tratta di una cosa super simpatica: io passo dodici giorni di carcere duro qui e, incredibilmente, questo condona  tutto e mio padre può usare per altri dodici mesi la sua frase preferita: “purtroppo qui non c’è futuro, per questo se n’è andata, ma lei è innamorata di questa terra…”
Sì, suca.
Per quindici anni dal 2001 al oggi, ogni primavera, è scattata la grande caccia all’alibi: l’occupazione estiva con cui giustificare il fatto che, accidentissimo, anche quell’estate avrei potuto fare non più di una manciata di giorni, mannaggia ai pesci. Ci ho fatto entrare di tutto: esami, corsi di formazione, lavori veri e simulati…tutto.
Temo che, a un certo punto, anche ai più scarsamente dotati membri del mio parco parenti sia iniziato a balenare il sospetto che io  in fondo avrei accettato volentierissimo  anche un lavoro come estetista per lebbrosi, piuttosto che passare l’intera estate qui. Naturalmente, il fatto che costoro sospettassero tutto ciò mi ha sempre lasciata del tutto indifferente, ma il mio unico genitore è un esponente tra i più illustri del disagio psichico che affligge gran parte della popolazione di questa disgraziata isola. Parlo di quella particolare condizione della mente che impone che chi ne soffre consideri il darsi la morte come unica praticabile via d’uscita per il fatto di essere stato vittima di un giudizio di valore che egli reputa di segno negativo  da parte di uno o più membri del proprio gruppo sociale di appartenenza.
Pertanto, da qualche anno, per dodici giorni, metto in valigia i paramenti che ho tenuto con me al corso di formazione per pachidermi ammaestrati: lustrini, nastrini, una palla confortevole, il libro dei barriti, i mille e uno modi per interagire con le scimmie in maniera efficace, e mi faccio condurre a cena da questi deboli di mente alleviando così la croce paterna dello stigma sociale che egli è fermamente convinto di portare [ma in realtà chi se lo incula, n.d.r.].
Ieri c’era la zia cui mio nonno ha impedito – negli anni Sessanta – di frequentare il liceo perché era contrario alle classi miste, e questa cosa è oggi un argomento di conversazione come un altro.
C’era il marito di mia cugina che si è vantato per mezz’ora di aver fatto piangere una hostess ventenne della Ryanair.
C’era la moglie di mio cugino, che naturalmente è una convinta cinquestella perché questo le consente di avere finalmente un’opinione di ferro su cose che non conosce e nessuna spinta a conoscerle perché tanto sa già tutto-tutto-tutto e molto di più. Lei e mio cugino, anche lui cinquestello, leggono Il Giornale di Sicilia alla pelosa ricerca di notizie sui nuovi indagati per fatti e fattarelli di ordinaria disonestà, ma proprio attentamente. La cosa procura loro un paio di conseguenze gradevoli. Intanto, un piacere secondo solo a quello che provavo io a 8-10 anni quando cercavo i grumi di sabbia secca sulla cute di mia sorella dopo una giornata al mare…Roba da capezzoli duri, parliamoci chiaro. In secondo luogo, il fatto che sul giornale queste due persone non trovino MAI il proprio nome ma sempre quello di qualcun altro, fornisce loro l’incontrovertibile certezza di stare  dalla parte del giusto al di là di ogni ragionevole dubbio: anche oggi sul giornale c’è scritto che sono una brava persona, urrà per me.
Tutto questo fa sì che tutti possiamo ridere allegramente quando loro ci raccontano di aver frodato una compagnia aerea richiedendo (e ottenendo) un rimborso di 610 euro per una valigia smarrita che conteneva merce per 50 euro.
Ieri c’erano anche un paio di donne affaccendate a dar da mangiare a due bambini  che sarebbero stati perfettamente in grado di trucidare una mucca, figuriamoci di mangiare una bistecca. Eppure una di loro ha passato qualche minuto del suo tempo a togliere i pezzetti di pomodoro dal piatto di pasta fredda di un bambino che a settembre andrà in terza elementare.
C’era mio zio plurifedifrago e naturalmente sua moglie – “quella è buona per farci il ghiaccio”, sibila Vivian Ward dopo aver stretto la mano alla moglie del merdoso Stuckey durante la partita di polo, e io ogni volta vorrei darle il cinque – che lo ha recentemente ripreso in casa. Ci sono i loro due figli, il più grande è nato durante i mondiali di calcio del 1994, è sempre più grasso, ha un grande anello di fidanzamento all’anulare destro e si riferisce a se stesso dicendo “noi” anche se lei non c’è: “Noi avremmo potuto fare un anno di università lì, ma abbiamo preferito restare qui” e nessuno chiama la neuro-deliri.
Io e la madre cornuta abbiamo avuto una conversazione notevolissima che mi sento di riportare:
– Ma quindi vi siete portati la macchina lì?
– No, non ci serve: l’abbiamo venduta. Lì la macchina serve pochissimo per la vita quotidiana.
– E come vi muovete?!
– In bicicletta, sempre. Al massimo coi mezzi.
– Ma quindi la gente che ha figli come fa?
– ehm…in bicicletta, al massimo coi mezzi, come ti dicevo.
– No, fammi capire: se io ho tre figli…
– Uno sta nel sediolino davanti, uno nel sediolino dietro, il terzo – se hai avuto delle normali gravidanze di nove mesi e una pausa fisiologica di cinque mesi tra un parto e l’altro – sa già andare da solo in bici e ti sta pedalando accanto.
– Ma non si ammalano? Qui si ammalano! Non è normale che facciano ‘sta cosa.
– No, forse no, ma sai…è questione di punti di vista. Ci sono paesi in cui la madre di un bambino  raffreddato ritiene che lo stigma sociale cui è, per forze di cose, sottoposta sia tutto sommato sopportabile, ha imparato ad accettarlo. Voi comunque ci state lavorando: state partendo col deresponsabilizzare tutte le madri di bambini obesi e diabetici, che per fortuna però non hanno mai avuto un raffreddore.

Se Dio esistesse farebbe morire queste persone inutili. Carne da cannone in un’epoca senza cannoni.

C’è la figlia di mia cugina, poi, che è realmente carina e molto intelligente e mi ricorda molto me e mi fa stringere il cuore: ha 11 anni ed è un mostro, fa paura per quanto è sveglia e dotata ed è in trappola, e naturalmente non lo sa. Lei pensa che sia giusto così, non ha vie d’uscita se vuole sopravvivere. Deve realmente continuare a pensare che sia giusto così e continuare a fare quello che fa se non vuole perdere l’amore della sua famiglia, cosa che ovviamente la ucciderebbe.
Ha parlato con me per tantissimo tempo e ha cercato in ogni modo di impressionarmi e io naturalmente ho finto di essere impressionata. Mi ha fatto tante domande e ha previsto ogni singola risposta, prima ancora di formulare la domanda, per essere sicura che la risposta potesse essere un valido appiglio per una controrisposta ancora più impressionante. So quello che fai, avrei voluto dirle, l’ho inventata io questa cosa: altrimenti nessuno mi avrebbe mai notata, e nessuno noterebbe neanche te, e tu vorresti ammazzarti, e come darti torto, e quanto ti capisco.
Ha guardato per un’ora il mio piercing al naso come se le facesse schifo, e io conosco quello sguardo: ho guardato così la prima ragazza che ho visto indossare gli anfibi a metà polpaccio nel 1992 e la prima ragazza coi capelli blu vista in un museo a Parigi nel 1996.
– Ti dà fastidio? – Mi ha chiesto alla fine, con nonchalance vagamente disgustata.
– No, ce l’ho da quasi quindici anni.
– Mmmh – Ha fatto lei guardandomelo ancora più da vicino.
– E’ come quelli che hai tu nelle orecchie, mica ti danno fastidio. Se è solo per questo che non vuoi farlo non devi pensarci: non ti darà nessun fastidio.
– …
– …
– Io ti ho capita… – Mi ha detto – Tu sei una ragazza un po’ scatenata.

Vorrei che lei si salvasse ma non si salverà perché nessuno si salva da quella roba lì a meno che non capiti una roba grossa grossa grossa.
Una cosa talmente grossa da tramortire tutti per qualche anno così che lei possa prendere la porta lasciata aperta e scappare, una cosa così terrificante da fornire un alibi perfetto per tutti: penseranno che lei sia ancora ferita e allora tutto sommato la lasceranno in pace perché tanto è danneggiata e non si può aggiustare una cosa così danneggiata, e quindi tanto vale lasciare perdere.
Ma la verità è che quello che è successo lei l’ha superato da anni, non è certo quello il problema.
Quello che proprio non perdonerà mai è che l’abbiano quasi ammazzata perché non era mediocre come loro.

Progetty

07.09.2015

07.09.2015

Inauguro oggi un nuovo progetto fotografico.
Se tutto ‘sto frullo e rifrullo di baffi e barbe e calzoni risvoltati e cappelli a bombetta e scarpe con gli occhi e vestiti con gli uccellini e compagnia bella, se tutto questo non m’inganna, allora penso che sia un progetto abbastanza idiota da fare di me una blogstar nel giro di qualche mese. Insomma, per quel tanto che basta per farmi guardare con un poco più di affetto dagli agenti immobiliari amsterdamesi, i quali attualmente si prendono gioco di me. Nella migliore delle ipotesi, il mio desiderio è proprio quello di replicare questa scena, perché comunque sono una ragazza con un immaginario semplice.
(“You work on commission, right?”
“Yes”
“Big mistake, big! HUGE!”).

Mostrare di avere un immaginario semplice aiuta, di questi tempi. No? Non sono sicurissima di come funzioni ma mi pare di aver capito così l’altro giorno mentre guardavo While We are Young.
Quello che vorrei tantissimo dire, in realtà, è che ho rivisto da poco Risate di Gioia e capisco fin troppo bene il personaggio della Magnani, che si sente una poverissima e se la prende tanto con Totò, e lo tortura e lo ingiuria come se fosse tutta colpa sua – povero stellino… – e non ammette invece che, molto semplicemente, anche durante il boom c’era chi era rimasto fuori. E dentro non l’avrebbero fatto entrare mai, ma proprio ma proprio ma proprio mai.
Sospetto tuttavia di essere una decina d’anni in ritardo perché questo pensiero possa rendermi interessante e sofisticata agli occhi del pubblico. Per questo prima ho citato Pretty Woman, perché ho letto che la commistione è tutto, la commistione è figa: cultura alta e cultura bassa, Monicelli che gira Moravia e un blockbuster del 1990.
Il mio ex metallaro e vegano diceva “miscuglio postmoderno” e “riflessione metamediale sulla morte dei generi” e io gliel’ho data. Ma questo accadeva nel 2007, chissà se oggi sarebbe così fortunato.

So che friggete di curiosità, ma questo scherzetto delle commistioni mi ha preso tantissimo tempo e quindi devo proprio andare.
Voi però potete fare come i miei studenti: guardate la foto e fate delle ipotesi.
Qual è il progetto fotografico che potrebbe, così su due piedi, farmi diventare la nuova regina per una notte del popolo del web oggicomeoggi?

Analfabétere

“…Credo che mettersi a lanciare bombe a mano potrebbe 
essere interpretato come un segno di maleducazione”
Daria Morgendorffer, 2002

L’altro giorno ho origliato una conversazione in tram, erano due ragazze italiane.
Una stava dicendo all’altra “…perché sai, io ho sempre pensato di poter contare più sulla mia intelligenza che sulla mia bellezza”.
Un grande classico.
Questo episodio – identico a decine di altri episodi analoghi origliati sui mezzi pubblici italiani e rimasti impuniti per sciocche convenzioni sociali che impediscono al saggio di redarguire e talvolta addirittura sanzionare l’idiota – ha insinuato in me il forte sospetto che l’assenza di fastidio che sperimento ormai da qualche mese (sostituita, non temete, da una grande tristezza) sia da mettere direttamente in relazione con il fatto che, nella maggior parte dei casi, non comprendo la lingua di queste persone.
Questa consapevolezza mi spinge a considerare con meno entusiasmo uno dei grandi propositi per l’anno venturo – che, come tutti sanno, comincia a settembre con la riapertura delle scuole – ovvero iscrivermi al corso gratuito per immigrati.

Poi adoro anche tantissimo quando dico qualcosa tipo “eh, com’era bello quando la normalità era un valore” e una degli astanti mi risponde “intendi quella normalità secondo cui gli omosessuali andavano incarcerati? eh? eh? eh?” con cigolii ovarici a profusione.
Quella stessa astante che non mangia quando ha fame perché “eh, noi mamme siamo abituate a soffrire”. E che “..Fellini chi?”. E che “l’olio di palma”. E che “ora mi coniughi tutto il verbo! Sai chi parla usando l’infinito, in Italia – segue imitazione di negro parlante italiano stile mami, governante di Rossella ‘O Hara – eh? sai chi? Gli immigrati! Vuoi parlare come un immigrato, tu?!”.

Che due coglioni, guarda.