I miei parenti votano tutti

Da meno di una settimana sono discesa all’isola per la consueta dodici giorni di passione.
In realtà si tratta di una cosa super simpatica: io passo dodici giorni di carcere duro qui e, incredibilmente, questo condona  tutto e mio padre può usare per altri dodici mesi la sua frase preferita: “purtroppo qui non c’è futuro, per questo se n’è andata, ma lei è innamorata di questa terra…”
Sì, suca.
Per quindici anni dal 2001 al oggi, ogni primavera, è scattata la grande caccia all’alibi: l’occupazione estiva con cui giustificare il fatto che, accidentissimo, anche quell’estate avrei potuto fare non più di una manciata di giorni, mannaggia ai pesci. Ci ho fatto entrare di tutto: esami, corsi di formazione, lavori veri e simulati…tutto.
Temo che, a un certo punto, anche ai più scarsamente dotati membri del mio parco parenti sia iniziato a balenare il sospetto che io  in fondo avrei accettato volentierissimo  anche un lavoro come estetista per lebbrosi, piuttosto che passare l’intera estate qui. Naturalmente, il fatto che costoro sospettassero tutto ciò mi ha sempre lasciata del tutto indifferente, ma il mio unico genitore è un esponente tra i più illustri del disagio psichico che affligge gran parte della popolazione di questa disgraziata isola. Parlo di quella particolare condizione della mente che impone che chi ne soffre consideri il darsi la morte come unica praticabile via d’uscita per il fatto di essere stato vittima di un giudizio di valore che egli reputa di segno negativo  da parte di uno o più membri del proprio gruppo sociale di appartenenza.
Pertanto, da qualche anno, per dodici giorni, metto in valigia i paramenti che ho tenuto con me al corso di formazione per pachidermi ammaestrati: lustrini, nastrini, una palla confortevole, il libro dei barriti, i mille e uno modi per interagire con le scimmie in maniera efficace, e mi faccio condurre a cena da questi deboli di mente alleviando così la croce paterna dello stigma sociale che egli è fermamente convinto di portare [ma in realtà chi se lo incula, n.d.r.].
Ieri c’era la zia cui mio nonno ha impedito – negli anni Sessanta – di frequentare il liceo perché era contrario alle classi miste, e questa cosa è oggi un argomento di conversazione come un altro.
C’era il marito di mia cugina che si è vantato per mezz’ora di aver fatto piangere una hostess ventenne della Ryanair.
C’era la moglie di mio cugino, che naturalmente è una convinta cinquestella perché questo le consente di avere finalmente un’opinione di ferro su cose che non conosce e nessuna spinta a conoscerle perché tanto sa già tutto-tutto-tutto e molto di più. Lei e mio cugino, anche lui cinquestello, leggono Il Giornale di Sicilia alla pelosa ricerca di notizie sui nuovi indagati per fatti e fattarelli di ordinaria disonestà, ma proprio attentamente. La cosa procura loro un paio di conseguenze gradevoli. Intanto, un piacere secondo solo a quello che provavo io a 8-10 anni quando cercavo i grumi di sabbia secca sulla cute di mia sorella dopo una giornata al mare…Roba da capezzoli duri, parliamoci chiaro. In secondo luogo, il fatto che sul giornale queste due persone non trovino MAI il proprio nome ma sempre quello di qualcun altro, fornisce loro l’incontrovertibile certezza di stare  dalla parte del giusto al di là di ogni ragionevole dubbio: anche oggi sul giornale c’è scritto che sono una brava persona, urrà per me.
Tutto questo fa sì che tutti possiamo ridere allegramente quando loro ci raccontano di aver frodato una compagnia aerea richiedendo (e ottenendo) un rimborso di 610 euro per una valigia smarrita che conteneva merce per 50 euro.
Ieri c’erano anche un paio di donne affaccendate a dar da mangiare a due bambini  che sarebbero stati perfettamente in grado di trucidare una mucca, figuriamoci di mangiare una bistecca. Eppure una di loro ha passato qualche minuto del suo tempo a togliere i pezzetti di pomodoro dal piatto di pasta fredda di un bambino che a settembre andrà in terza elementare.
C’era mio zio plurifedifrago e naturalmente sua moglie – “quella è buona per farci il ghiaccio”, sibila Vivian Ward dopo aver stretto la mano alla moglie del merdoso Stuckey durante la partita di polo, e io ogni volta vorrei darle il cinque – che lo ha recentemente ripreso in casa. Ci sono i loro due figli, il più grande è nato durante i mondiali di calcio del 1994, è sempre più grasso, ha un grande anello di fidanzamento all’anulare destro e si riferisce a se stesso dicendo “noi” anche se lei non c’è: “Noi avremmo potuto fare un anno di università lì, ma abbiamo preferito restare qui” e nessuno chiama la neuro-deliri.
Io e la madre cornuta abbiamo avuto una conversazione notevolissima che mi sento di riportare:
– Ma quindi vi siete portati la macchina lì?
– No, non ci serve: l’abbiamo venduta. Lì la macchina serve pochissimo per la vita quotidiana.
– E come vi muovete?!
– In bicicletta, sempre. Al massimo coi mezzi.
– Ma quindi la gente che ha figli come fa?
– ehm…in bicicletta, al massimo coi mezzi, come ti dicevo.
– No, fammi capire: se io ho tre figli…
– Uno sta nel sediolino davanti, uno nel sediolino dietro, il terzo – se hai avuto delle normali gravidanze di nove mesi e una pausa fisiologica di cinque mesi tra un parto e l’altro – sa già andare da solo in bici e ti sta pedalando accanto.
– Ma non si ammalano? Qui si ammalano! Non è normale che facciano ‘sta cosa.
– No, forse no, ma sai…è questione di punti di vista. Ci sono paesi in cui la madre di un bambino  raffreddato ritiene che lo stigma sociale cui è, per forze di cose, sottoposta sia tutto sommato sopportabile, ha imparato ad accettarlo. Voi comunque ci state lavorando: state partendo col deresponsabilizzare tutte le madri di bambini obesi e diabetici, che per fortuna però non hanno mai avuto un raffreddore.

Se Dio esistesse farebbe morire queste persone inutili. Carne da cannone in un’epoca senza cannoni.

C’è la figlia di mia cugina, poi, che è realmente carina e molto intelligente e mi ricorda molto me e mi fa stringere il cuore: ha 11 anni ed è un mostro, fa paura per quanto è sveglia e dotata ed è in trappola, e naturalmente non lo sa. Lei pensa che sia giusto così, non ha vie d’uscita se vuole sopravvivere. Deve realmente continuare a pensare che sia giusto così e continuare a fare quello che fa se non vuole perdere l’amore della sua famiglia, cosa che ovviamente la ucciderebbe.
Ha parlato con me per tantissimo tempo e ha cercato in ogni modo di impressionarmi e io naturalmente ho finto di essere impressionata. Mi ha fatto tante domande e ha previsto ogni singola risposta, prima ancora di formulare la domanda, per essere sicura che la risposta potesse essere un valido appiglio per una controrisposta ancora più impressionante. So quello che fai, avrei voluto dirle, l’ho inventata io questa cosa: altrimenti nessuno mi avrebbe mai notata, e nessuno noterebbe neanche te, e tu vorresti ammazzarti, e come darti torto, e quanto ti capisco.
Ha guardato per un’ora il mio piercing al naso come se le facesse schifo, e io conosco quello sguardo: ho guardato così la prima ragazza che ho visto indossare gli anfibi a metà polpaccio nel 1992 e la prima ragazza coi capelli blu vista in un museo a Parigi nel 1996.
– Ti dà fastidio? – Mi ha chiesto alla fine, con nonchalance vagamente disgustata.
– No, ce l’ho da quasi quindici anni.
– Mmmh – Ha fatto lei guardandomelo ancora più da vicino.
– E’ come quelli che hai tu nelle orecchie, mica ti danno fastidio. Se è solo per questo che non vuoi farlo non devi pensarci: non ti darà nessun fastidio.
– …
– …
– Io ti ho capita… – Mi ha detto – Tu sei una ragazza un po’ scatenata.

Vorrei che lei si salvasse ma non si salverà perché nessuno si salva da quella roba lì a meno che non capiti una roba grossa grossa grossa.
Una cosa talmente grossa da tramortire tutti per qualche anno così che lei possa prendere la porta lasciata aperta e scappare, una cosa così terrificante da fornire un alibi perfetto per tutti: penseranno che lei sia ancora ferita e allora tutto sommato la lasceranno in pace perché tanto è danneggiata e non si può aggiustare una cosa così danneggiata, e quindi tanto vale lasciare perdere.
Ma la verità è che quello che è successo lei l’ha superato da anni, non è certo quello il problema.
Quello che proprio non perdonerà mai è che l’abbiano quasi ammazzata perché non era mediocre come loro.

Irmalbar (un appello)

wombat-book-diary-of-a-wombatIn principio era splinder. Era un po’ di anni fa, io avevo i capelli molto più in disordine, un altro fidanzato, altri amici, una bici diversa che non usavo quasi mai.

Su splinder c’era Irma, irmalbar.
Quando ho cominciato a leggerla, Irma lavorava come barista da qualche parte tra il Veneto e il Friuli: faceva i caffè in un posto abbastanza piccolo con una clientela fissa. Mi ricordo che era in procinto di essere mollata (o di mollare, non ricordo) una gran fidanzato molto amato e matematico, o ingegnere, o informatico, o qualcosa del genere. Quindi insomma aveva il cuore inservibile. Oltre ai cocci del cuore, stava raccogliendo i soldi per fare un viaggio lontanissimo per vedere se dalla distanza le riusciva meglio di capire cosa fare. Il fatto che anche lei – nonostante fosse una ragazza molto intelligente e davvero dotata – si adoperasse attivamente per mettere in atto questa colossale cazzata di dover macinare migliaia di chilometri e un sacco di soldi per prendere una decisione assolutamente scontata e inevitabile, mi faceva sentire meno sola.
In quel periodo, mentre Irma faceva i cappuccini, io avevo un fidanzato che mi lasciava a casa con 38 di febbre e senza cibo  finché non aveva finito di vedere non so quale film prima di portarmi soccorso. Ma non odiatelo: io nel tempo libero gozzovigliavo con altri senza alcun rimorso, nell’attesa che arrivasse l’ora per lasciarlo: ovvero quando avessi ritenuto che fosse giunto il momento per me più indolore e per lui ‘sticazzi.
Mentre io lasciavo quel debole di mente, Irma partiva per tipo l’Australia. Era la fine dell’inverno di cinque anni fa. Ogni tanto pubblicava qualcosa, una foto con una gonna colorata, un panorama, qualche invettiva, mi scriveva anche dei messaggi un po’ più personali perché io e Irma eravamo diventate un po’ amiche.
Nel frattempo io avevo portato un tizio barbuto in un bar e pensavo fosse incredibilmente carino, anzi, pensavo proprio “ma che ci fa uno così carino con me, che mi sono fatta tagliare i capelli che sembro Frank ‘N Further? Mah!”.
A metà settembre io e il barbuto carino ci frequentavamo ormai da qualche mese – lui era addirittura venuto a Bologna a ferragosto per stare con me e insieme siamo andati a vedere il concerto degli Skiantos in piazza maggiore e io pensavo “oddio” – quando tutto a un tratto è arrivato un pacchetto per me dall’ Irma, dall’ Australia.
Era un libro illustrato per bambini sulla vita e le abitudini dei Vombati.
Il Vombato è il mio animale preferito. Ne ho uno, immaginario: sia chiama Bruce ed è uno scrittore pazzo con una macchina da scrivere. Bruce crede di essere il colonnello Kurtz, è a capo di una piccola ma feroce armata in un’isola sperduta e scrive romanzi e dichiarazioni di guerra.
Il libro sui vombati era accompagnato da una breve lettera in cui Irma mi diceva che in autunno sarebbe tornata in Italia, a Padova. Avrebbe vissuto con una sua carissima amica la quale aveva bisogno di aiuto pratico in casa dal momento che non poteva camminare, e forse sarebbe tornata a studiare e lavorare. Mi diceva anche altre cose carine sull’Australia e sui suoi progetti, e su quello che mi augurava.
Ovviamente le ho scritto uno, due, tre messaggi di ringraziamento. Le ho scritto anche svariati altri messaggi, nei due anni successivi: tutti senza risposta.
Irma si chiama Elena, è così che ha firmato la lettera che accompagna il libro, ed è di qualche posto tra il Veneto e il Friuli: questo è tutto quello che so di lei. Non ho un indirizzo, nè un cognome, non ho neanche un indizio per rintracciarla. Da quando splinder – la vecchia piattaforma che usavamo per i nostri blog – ha chiuso, non posso neanche inviarle un messaggio privato.
In questi cinque anni ho pensato tanto a lei, nonostante non fossi affatto sola: c’erano momenti in cui mi sarebbe servita Irma, disperatamente.

Irma, se passi da qui e leggi questo, scrivimi per dio.

Una nobilissima ignavia

11.07.2015 "Aspettami qua che giro la macchina"

11.07.2015
“Aspettami qua che giro la macchina”

Ieri ha avuto luogo la mia prima violenta aggressione verbale in questo Paese: ho urlato “STRONZA!” a un’automobilista che aveva appena tentato di uccidermi.
Sono seguiti festeggiamenti, applausi, ovazioni, congratulazioni e rallegramenti da parte del commerciante turco e del suo socio che avevano assistito a tutta la scena dal giardinetto del loro piccolo negozio di panini con lo shoarma.
A differenza della violenta aggressione verbale, che è avvenuta in italiano, i rallegramenti e compagnia bella sono invece stati trasmessi in un oscuro dialetto credo della Cappadocia. Tuttavia l’entusiasmo è stato grande e allora, come diceva la mia adorata Dorothy Parker, tanto vale vivere.
Il fatto che il turco cappadoco e il suo amico abbiano accolto con tanta gioia la mia protesta contro il mio stesso tentato omicidio mi spinge a credere che, se era finalmente la misura nelle reazioni quella che volevo, ho scelto il posto giusto.

Qualche tempo fa parlavo con una mia amica, anche lei vive qui da qualche anno. Io mi lamentavo contro gli italici e lei mi rispondeva con analoghe lamentazioni sui ducci: gli italici stanno sviluppando un tasso di follia che manco i Rougon-Macquart, sì ma i ducci mangiano le patatine bollenti sotto il tuo naso in treno. Cose così.
Ok, quello che diceva lei non aveva più tanto a che fare con le patatine, a un certo momento. Aveva più a che fare con le assicurazioni sanitarie, con determinati sistemi di valutazione nella scuola pubblica che spesso tendono a favorire il permanere del figlio del turco cappadoco nel medesimo negozio di panini shoarma di suo padre, con il fatto che i ducci avevano le colonie e mantengono nei confronti degli ex coloni il medesimo atteggiamento, che hanno una inesistente tolleranza verso eventuali scarse performance (vere o presunte) da parte di qualcuno che stanno pagando e quando dico inesistente intendo inesistente. Ecco.
Io ho risposto, punto per punto, ma a un certo punto lei era in vantaggio e io dovevo prendere il treno per tornare a casa e allora ho issato bandiera bianca e ho detto “Sì, lo so, lo immagino che è così come dici tu. Ma per me va bene che siano così, loro sono liberi di fare schifo: perché tanto loro non sono miei“.

Quindi sul treno ho avuto questa illuminazione.
Almeno un pochino, la scelta di andare via ha in effetti a che fare con una nobilissima ignavia, col non volersi sentire tirati in mezzo, con l’essere autorizzati a schifare aristocraticamente tutti: gli uni perché tanto li hai rifiutati e gli altri perché tanto sono altro da te. Questo status mi rende liberissima di non fare assolutamente niente di faticoso per agire positivamente su qualsivoglia comunità di esseri umani superiore alle 25 unità.
Mi è tornata in mente l’affermazione un poco irriguardosa del mio ex innamorato metallaro, vegano e depresso: “Secondo me fai bene. Ma se vai via solo perché non ti piace quello che vedi intorno a te , tanto vale che resti qui. Non c’entra niente traslocare per questo”.
In effetti non c’entrava proprio niente.
Maledetto stronzo.

Prometti, per sempre sarà

Amsterdam,  IJ Hallen flea market  (12.04.2015)

Amsterdam, IJ Hallen flea market (12.04.2015)

Il 31 marzo intorno alle undici di sera mi è arrivato un messaggio: è nato il bambino della mia amica di gioventù G, che vive in Germania. Più o meno nello stesso istante – del messaggio, non del parto – le mie amiche stavano scendendo le scale di casa mia a Bologna e io stavo piangendo dopo aver chiuso la porta, perché dice che piangere libera il petto e io avevo bisogno del petto libero per prenotare un taxi per l’indomani alle 04.45 del mattino.
Io e la mia amica G siamo accomunate dal fatto che ci piace leggere e che ci piace il gelato al cocco, basta. Credo che il fatto di avere entrambe fortemente temuto che saremmo rimaste brutte, strane, vergini e rifiutate dai maschi per sempre, abbia giocato un ruolo fondamentale nell’indissolubilità del nostro legame anche quando questo timore si era ormai rivelato infondato. Ci siamo anche organizzate per farcene una ragione e continuare ad andare avanti con le nostre vite nel miglior modo possibile nonostante gli svantaggi dei quali evidentemente eravamo portatrici. Avevamo circa 16 anni e già bisogno di un piano B, pensa.
Il bambino di G è stato tanto atteso, e per un po’ G ha pensato che non sarebbe arrivato mai. Poi è arrivato.
Quello che veramente accomuna me e G è l’uso smodato dei per sempre e dei mai – con il carico di facilità alla disperazione che ciò porta con sé – un uso che sarebbe imbarazzante già oltrepassata la maggiore età e che noi invece conserviamo assolutamente intatto dal 1996 ad oggi: non credo andrà mai via, credo che rimarremo sempre così.
Intanto il suo bambino è nato e io sono ad Amsterdam.

Il mac 2008-2015

foto (1)

Era agosto 2008, poco prima di partire per la prima volta per dove, chissà chi lo sa, sto (forse) per tornare per la terza volta.

Ecco alcune cose rilevanti che sono successe

Prima del 2008:
Ho avuto un fidanzato lucano che, durante un litigio, riportò l’indignata testimonianza di sua madre. “Mia madre è ancora sconvolta per quella volta che abbiamo fatto il fritto di mare e io ho dovuto comprare la farina – uscendo apposta, di domenica! – perchè tu in casa non ce l’avevi!” sibilò affinché i sospetti sulla mia inadeguatezza come femmina di sesso femminile si trasformassero in fatti. Alla mia rimostranza “Ma perché dovrei avere la farina in casa se non cucino?” – pronunciata con la stessa espressione disarmata e incredula che potrebbe avere chi dovesse difendersi dall’accusa di non possedere un becher e un becco bunsen “Ma perché dovrei possedere un becher e un becco bunsen se non ho intenzione di impiantare un laboratorio chimico?” – mi rispose “Perché Pasqualina la farina la tiene!”.
Pasqualina era la fidanzata del fratello.  Lì per lì ebbi tanto rispetto per lei.

Io e due miei amici venimmo quasi investiti in un vicolo di Palermo: un tizio ci venne addosso a millemila all’ora in retromarcia e frenò a cinque centimetri da noi. Purtroppo non era stuntman mike ma un italiano qualsiasi. Uno che probabilmente aveva ascoltato la conversazione tra me e i miei amici sui recenti risultati elettorali (era il 2006, in primavera) nel bar che avevamo appena lasciato. Uno che, quando gli avevo gridato “coglione pezzo di merda!” aveva risposto, ridendo “Vota per i comunisti, buttana”.

Nel 2008
Ho comprato un paio di doctor martens 14 buchi con la zip al mercato di waterlooplein. Le volevo da quando le avevo viste ai magazzini lafayette nel 1996.

Ho fumato.

Mi sono sentita autorizzata, senza alcun senso di colpa e senza prima aver fumato, a comportarmi in maniera irriguardosa e moralmente deprecabile. Tipo vita batte morte. Godimento batte noia.

Dopo il 2008:
La farina è il mio lavoro.

Ho comprato un altro computer.

Oggi
Grande voglia di avere notizie di Pasqualina.

“I sound stoned, I’m not stoned” – Frances Ha

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A me non è mai successo di telefonare a un ex fidanzato per fargli uccidere un ragno. Anche se lo avessi fatto, è probabile che nessuno di loro mi avrebbe chiesto, trovandomi in lacrime subito dopo l’esecuzione della quale ero stata mandante, “Che fai, cosa c’è da essere tristi? Cosa volevi, che lo catturassi e lo riabilitassi?”
E se avessi un padre con una perversione per il nano da giardino, difficilmente rapirei il nano e lo farei viaggiare per il mondo affinché il rosicamento per il fatto di avere una vita meno interessante di quella di un soprammobile spingesse mio padre a diventare normale. Più probabilmente – dopo un opportuno percorso di psicoterapia – mi godrei la mia scusa passe-partout per tutte le manie e le nevrosi di ieri oggi e domani.
Non danzerei mai e poi mai in un bar davanti a sconosciuti. Non senza essere a un passo dal coma etilico, almeno.

Voglio dire, non è che non mi piacerebbe essere come loro, ma non lo sono. Davvero,  posso empatizzare solo fino a un certo punto con Annie, Amélie e Nana, nonostante la mia gatta sia stata battezzata in onore di una di loro.

Se è per questo non ho mai neanche seguito i miei sogni fino al punto di rischiare l’indigenza. Però mi sono anche sentita sola da morire in alcuni posti davvero bellissimi. Non era proprio Parigi, ma insomma…
Ho smesso di fare ordine in giro appallottolando i miei vestiti in fondo all’armadio intorno al 2002 e non riesco neanche a lavarmi i denti se non rifaccio prima il letto. Però ho dei ridicoli e adorabili vestitini fiorati e mi ostino ad arrotolare i leggins a un terzo di polpaccio, che non è una grande idea se sei alta sotto il metro e ottanta.
Per quanto innamorata io sia di Adam Driver, gli avrei spaccato la testa a bottigliate già durante la cena. Cena che comunque difficilmente gli avrei offerto. Però ho tenuto le mie cose in una cantina di Bologna per 5 anni, per non fare mille traslochi in attesa di trovare un posto definitivo che chi lo sa se sarà qui o boh: intanto gli scatoloni sono fatti, sono in cantina, vanno solo spediti.
Ma soprattutto: io ho delle amiche.
Quasi nessuna cosa mi ha dato la stessa angoscia, lo stesso sentimento di disperazione, di quando che ho sentito davvero che una di loro era andata troppo avanti, o che invece era rimasta indietro, o che se ne stava fuori, o che magari fuori c’ero io.
Insomma, che questo posto mio e della mia amica fosse qualunque altro posto tranne che una accanto all’altra. Ecco, quasi nessuna cosa.

Aiutami a piangere

Oggi è il giorno in cui repubblica.it titolò “Austria, sparite 400 statue di gnomi col pugno chiuso. E’ giallo politico”.

Oggi è anche il giorno in cui finalmente parlarono di me in televisione e persino su repubblica.it: “Venezia 71°, lavoro, crisi, talento, bellezza: a Venezia una foto del paese”.

Ma soprattutto, oggi è il giorno glorioso in cui comparve la gallery Ciak si piange: i film più strappalacrime di sempre
Ci sono 40 fotografie nella gallery. Mettetevi pure comodi*.

UP
Ci sono casi di alcune persone deboli di mente che sono contemporaneamente sia lui che lei con identico grado di identificazione e identiche preoccupanti rassomiglianze. Queste persone non riescono neanche a menzionare la storia d’amore del prologo, intendo che non riescono neanche a raccontarla senza dare spettacolo. Non so proprio cosa dirvi.

Love story
Non mi fa piangere particolarmente, dal momento che sono lei. E poi neanche tanto: sono lei fino a un certo punto, perché io non ho mai avuto un padre simpatico nè i capelli così lisci. E soprattutto, lui non avrebbe mai conservato quelle chiome così folte e bionde tanto a lungo, se mi avesse fatto determinate brutte parti e io avessi avuto accesso a determinate forbici e lui avesse avuto un giorno molto sonno. Amare significa non dover mai dire “zac!”.

Elephant man
Non mi fa piangere affatto. In compenso mi fa un po’ piangere Agrado in Tutto su mia madre che chiede a Manuela, tutta gonfia e preoccupata “così sembro the elephant man?” mentre si sistema i capelli sulla fronte per cercare di coprire i segni del pestaggio della sera prima e poter tornare a battere possibilmente subito.

Toy story 3
Chiaramente la premessa logica del fortunato docu-reality Sepolti in casa sulla gente grassa che non è in grado di buttare la spazzatura.

Ok, facciamo una cosa veloce. Come faceva Rossinella, mia musa ispiratrice di ieri oggi e sempre, quando doveva dire la sua sulle stagioni.

Wall-e, Titanic, sussurrava ai cavalli e Schindler’s list: niente

Anche Bambi niente: quelle vocine ridicole del doppiaggio tolgono tutta la tensione di spirito. Tensione che invece rimane inalterata nelle immense gallery di repubblica sugli elefantini orfani che portano il guardiano del parco sul cadavere della madre uccisa da un bracconiere, con immaginabili conseguenze sulla psiche dello spettatore già fiaccata dal ricordo del prologo di Up.

Philadelphia, Cuculo (ah-ah empatizzare con Jack Nicholson, sì certo…) e piccolo Lord: niente

Cinema paradiso
Alfredo, vaffanculo!

Papà ho trovato un amico (My girl)
“Ci sentiamo domani, eh. E stai attento”
“Ma a cosa devo stare attento? Non devo neanche guidare”
“Tu stai attento lo stesso”
“Ma a cosa?”
“Stai attento alle api”

Monsieur Lazhar, Marley, Relazioni pericolose: niente

Ali della libertà
Solo un maniaco poteva concepire un anziano che rischia di essere arrotato da un’automobile perché quando l’hanno chiuso in galera non avevano ancora inventato nemmeno la ruota. Non preoccuparti, signor Brooks: il corvo Charlie è a casa con me e sta benone.

Pagine della nostra vita, Vita è bella, roba con Miley Cyrus, Mia Africa (Meryl, santo iddio…), ricerca della felicità (sempre dritto, poi un bicchiere di vino con un panino), il lago del tempo (“…e il cazzo coi piselli?”, direbbe mio padre), film con bambina di Little miss sunshine col cancro e Cameron Diaz senza capello gellato: niente

Into the wild
Ho dei problemi con la scena dell’alce, ma è per lo spreco.
Trucidate pure le mamme di bambi, purché le mangiate.

Miglio verde
Non sono mai andata oltre la scena della spugna asciutta. Però se c’è qualcosa di psicologicamente più devastante di mister Jingle il topo da circo, mi stupisce che questo film non sia stato vietato alle donne in gravidanza.

Incompreso, Colore viola (andiamo, quella è suor Maria Claretta), Madison County (Meryl, santo iddio di nuovo), Forrest Gump (muoiono la principessa stronza della Storia fantastica e la moglie stronza di mrs.Doubtfire…e allora?), Hachiko, City of Angels (finisce bene: il poliziotto di law and order può continuare a mangiare pancake ai grassi saturi, che c’è da piangere?), passi dell’amore, Ghost (piangerei se I have the time of my life nella mia testa non mi distraesse), Brockback mountain (Noi siamo triviali, ma voi l’avete fatto apposta quel titolo): niente

Come eravamo
Mi fa piangere che Hubbel non venga evirato con un cavatappi, sì.

Amabili resti e attimo fuggente: niente.

E.T.
Adesso saranno adolescenti, ma nel 2009 erano due bambine bolognesi di una decina d’anni ed erano andate coi genitori bengalesi a vedere il cinema in piazza maggiore, sedendosi dove si poteva perché era pieno così. Chissà se si ricordano di quella spostata che, accucciata sul crescentone accanto a loro, oscillava dalle più nere gramaglie alla più totale esaltazione. Picco della quale esaltazione fu raggiunto poco prima della scena delle biciclette, quando la povera inferma di mente si avvicinò loro biascicando tra le lacrime “Ve l’avevo detto prima: non è morto…visto? Adesso volano!”
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* E ora sono cazzi vostri, direbbe il mio fidanzato