Analfabétere

“…Credo che mettersi a lanciare bombe a mano potrebbe 
essere interpretato come un segno di maleducazione”
Daria Morgendorffer, 2002

L’altro giorno ho origliato una conversazione in tram, erano due ragazze italiane.
Una stava dicendo all’altra “…perché sai, io ho sempre pensato di poter contare più sulla mia intelligenza che sulla mia bellezza”.
Un grande classico.
Questo episodio – identico a decine di altri episodi analoghi origliati sui mezzi pubblici italiani e rimasti impuniti per sciocche convenzioni sociali che impediscono al saggio di redarguire e talvolta addirittura sanzionare l’idiota – ha insinuato in me il forte sospetto che l’assenza di fastidio che sperimento ormai da qualche mese (sostituita, non temete, da una grande tristezza) sia da mettere direttamente in relazione con il fatto che, nella maggior parte dei casi, non comprendo la lingua di queste persone.
Questa consapevolezza mi spinge a considerare con meno entusiasmo uno dei grandi propositi per l’anno venturo – che, come tutti sanno, comincia a settembre con la riapertura delle scuole – ovvero iscrivermi al corso gratuito per immigrati.

Poi adoro anche tantissimo quando dico qualcosa tipo “eh, com’era bello quando la normalità era un valore” e una degli astanti mi risponde “intendi quella normalità secondo cui gli omosessuali andavano incarcerati? eh? eh? eh?” con cigolii ovarici a profusione.
Quella stessa astante che non mangia quando ha fame perché “eh, noi mamme siamo abituate a soffrire”. E che “..Fellini chi?”. E che “l’olio di palma”. E che “ora mi coniughi tutto il verbo! Sai chi parla usando l’infinito, in Italia – segue imitazione di negro parlante italiano stile mami, governante di Rossella ‘O Hara – eh? sai chi? Gli immigrati! Vuoi parlare come un immigrato, tu?!”.

Che due coglioni, guarda.

La piazza è mia, la piazza è mia! (Alfredo, vaffanculo)

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Proprio ieri la stagista bionda e hippie della scuola mi ha detto, esclamativa: “sei come il bambino di Nuovo Cinema Paradiso!”.
Vi siete impressionati? Io non molto, lì per lì: ho sempre empatizzato di più con Alfredo, anche quando in effetti avevo l’età di Totò. Anzi, soprattutto in quel periodo.

Nuovo Cinema Paradiso circolò in casa mia in un’edizione vhs piratata dal misterioso collega di mio padre denominato “quello delle cassette”, personaggio mitico e dall’ancor più mitica fama di duplicatore di film, al quale i figli dei dipendenti dell’azienda del gas di Palermo debbono la visione di svariati classici Disney e le loro mogli quella di Patrick Swayze all’apice della carriera.
Comunque, il film venne visto una domenica pomeriggio. Io e mia sorella venimmo allontanate dal luogo della proiezione durante la scena dell’incendio, che era ritenuta eccessivamente violenta.
Negli anni successivi ho consumato la cassetta pirata di quello delle cassette, letteralmente: adoravo quel film. Tra l’altro, quella copia era quella della primissima edizione: quella prima dell’oscar, quella con i 40 minuti più superflui della storia del cinema. Da adolescente provavo una intima vergogna per questa storia di Nuovo Cinema Paradiso, mi sarei sentita molto più a mio agio se avesse smesso di piacermi a un certo punto, ma purtroppo non accadde. Ancora oggi non è che proprio abbia fatto pace con questa passione: Tornatore è pur sempre lo stesso regista di Malena e di altre stronzate successive di sorprendente coefficiente di nullità. Ma soprattutto, è autore di tutta quella enorme parte del film che va ben oltre i sopracitati 40 minuti e che è altrettanto trascurabile. Insomma, i minuti veramente buoni di Nuovo Cinema Paradiso – tipo quelli dell’esame di licenza elementare – sono forse una trentina e io resto tutt’ora convinta che li abbia scritti il fratello talentuoso di Tornatore, quello rinchiuso nella cantina della casa come Johnny Freak.
Quel film mi piace perché non c’è alcun particolare talento ma un amore immenso. Che questo amore sia di Tornatore o di Johnny Freak, m’importa assai.

Ma poi, posso mai perdere tempo io a giustificarmi per Nuovo Cinema Paradiso quando c’è in giro gente che sostiene di avere un cervello e contemporaneamente sostiene che Dallas Buyers Club è un bel film e in tutto ciò nessuno fa irruzione in casa loro, li trascina fuori, li denuda e li cosparge di pece e piume?
Veramente?

Ieri la stagista ha commesso l’imperdonabile errore di chiedermi quale secondo me sia il migliore cinema di Bologna. Quale vuoi che sia? La piazza, dannazione. Anzi “santo diavolone!”, come direbbe Alfredo. Non riesco neanche a descriverla a parole agli studenti, la piazza quando c’è il cinema, senza che mi si rompa la voce. E allora lei ha esclamato quello di cui sopra.
Domani danno il restauro di Nuovo Cinema Paradiso in piazza maggiore, e io non potrò andare a vederlo perché non vivo più lì. E mi viene da piangere da quanto non è giusto.

Una nobilissima ignavia

11.07.2015 "Aspettami qua che giro la macchina"

11.07.2015
“Aspettami qua che giro la macchina”

Ieri ha avuto luogo la mia prima violenta aggressione verbale in questo Paese: ho urlato “STRONZA!” a un’automobilista che aveva appena tentato di uccidermi.
Sono seguiti festeggiamenti, applausi, ovazioni, congratulazioni e rallegramenti da parte del commerciante turco e del suo socio che avevano assistito a tutta la scena dal giardinetto del loro piccolo negozio di panini con lo shoarma.
A differenza della violenta aggressione verbale, che è avvenuta in italiano, i rallegramenti e compagnia bella sono invece stati trasmessi in un oscuro dialetto credo della Cappadocia. Tuttavia l’entusiasmo è stato grande e allora, come diceva la mia adorata Dorothy Parker, tanto vale vivere.
Il fatto che il turco cappadoco e il suo amico abbiano accolto con tanta gioia la mia protesta contro il mio stesso tentato omicidio mi spinge a credere che, se era finalmente la misura nelle reazioni quella che volevo, ho scelto il posto giusto.

Qualche tempo fa parlavo con una mia amica, anche lei vive qui da qualche anno. Io mi lamentavo contro gli italici e lei mi rispondeva con analoghe lamentazioni sui ducci: gli italici stanno sviluppando un tasso di follia che manco i Rougon-Macquart, sì ma i ducci mangiano le patatine bollenti sotto il tuo naso in treno. Cose così.
Ok, quello che diceva lei non aveva più tanto a che fare con le patatine, a un certo momento. Aveva più a che fare con le assicurazioni sanitarie, con determinati sistemi di valutazione nella scuola pubblica che spesso tendono a favorire il permanere del figlio del turco cappadoco nel medesimo negozio di panini shoarma di suo padre, con il fatto che i ducci avevano le colonie e mantengono nei confronti degli ex coloni il medesimo atteggiamento, che hanno una inesistente tolleranza verso eventuali scarse performance (vere o presunte) da parte di qualcuno che stanno pagando e quando dico inesistente intendo inesistente. Ecco.
Io ho risposto, punto per punto, ma a un certo punto lei era in vantaggio e io dovevo prendere il treno per tornare a casa e allora ho issato bandiera bianca e ho detto “Sì, lo so, lo immagino che è così come dici tu. Ma per me va bene che siano così, loro sono liberi di fare schifo: perché tanto loro non sono miei“.

Quindi sul treno ho avuto questa illuminazione.
Almeno un pochino, la scelta di andare via ha in effetti a che fare con una nobilissima ignavia, col non volersi sentire tirati in mezzo, con l’essere autorizzati a schifare aristocraticamente tutti: gli uni perché tanto li hai rifiutati e gli altri perché tanto sono altro da te. Questo status mi rende liberissima di non fare assolutamente niente di faticoso per agire positivamente su qualsivoglia comunità di esseri umani superiore alle 25 unità.
Mi è tornata in mente l’affermazione un poco irriguardosa del mio ex innamorato metallaro, vegano e depresso: “Secondo me fai bene. Ma se vai via solo perché non ti piace quello che vedi intorno a te , tanto vale che resti qui. Non c’entra niente traslocare per questo”.
In effetti non c’entrava proprio niente.
Maledetto stronzo.

Zaandam (zan zan!)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Rae Earl, My Mad Fat Diary, SS 01-03 (UK, 2013-2015)

Mi rendo conto che la mia guarigione dalla psicosi e il mio ingresso nel mondo dei sani passa per l’accettare che questo è solo un blog, non il grande romanzo americano. Non c’è la regia di Sergio Leone.
Del resto nessuno di voi, immagino, si aspetta nè sospetta il contrario, no?
E, nel caso in cui invece sì, sareste voi quelli da ricoverare: non io a dover aspettare di avere due o trecento ore a disposizione per poter produrre ottima prosa. No?
Ad ogni modo.
Una delle monomanie preferite dai miei familiari è sempre stata quella di coltivare la convinzione che fuori dall’isola non sia presente tutta una serie di cose. Una serie molto lunga, molto. Negli anni è stata ridimensionata, ma restano incrollabili tre punti: fuori dall’isola non c’è il pane, non c’è il sole e non c’è il gelato. Dunque a che vale vivere?
Io ho sempre trovato molto ridicola questa cosa: tenetevi il cazzo di gelato, ho sempre pensato, così avrete qualcosa di buono da leccare mentre date il soldino al parcheggiatore che a sua volta dà il soldino a uno che sua volta dà il soldino a uno che a sua volta dà il soldino a uno che però ha anche un panificio dove fanno il pane buono. E andate anche a cacare, aggiungevo, se non aveste almeno clima mite e picchi glicemici si mobiliterebbe Amnesty International, il Live Aid l’avrebbero dedicato a voi.
Questo per dire che mi sono stupita molto quando ho cominciato realmente a sentirmi un poco meglio il giorno in cui ho scoperto che le ciliegie olandesi sono buone proprio come quelle italiane, e ne ho mangiate talmente tante da non ricordarmi se il plurale si scrive con o senza “i”.

Zaandam 29.06.2015

Zaandam 29.06.2015

A parte questo, due giorni dopo il mio compleanno qualcuno mi ha lasciato dei mandarini nella borsa della bicicletta. La prima cosa che ho pensato è stata “Ma i mandarini?! Siamo a luglio quasi!”. Questo pensiero stronzo mi pone ancora di fatto in salvo dalla zona-cucciolosa delle Amelié Poulain di stocazzo.

A fine maggio sono andata all’anagrafe di qui per chiedere di fare una cosa, salta fuori che serve il mio certificato di nascita in originale.
“In cartaceo, mi raccomando!”, mi ammonisce l’impiegata comunale zaandamese, “lo so che ormai è tutto informatizzato e digitalizzato ovunque, ma purtroppo per questo tipo di pratiche ci serve ANCORA la carta…mi dispiace, spero DAVVERO non sia un problema”.
E’ mortificata, letteralmente.
“No”, vorrei risponderle, “per me non è assolutamente un problema. Per voi invece è un problema ospitare il cavallo del messaggero che il Comune di Carini (PA) invierà per trasmettervi ufficialmente il mio certificato di nascita? Il messaggero può dormire da me”.

Lo scorso mese ho deciso di fare la sauna in palestra, anche a Bologna la facevo ogni tanto. E’ la mia prima sauna qui, quindi leggo con molta attenzione il regolamento prima di entrare, perché qualcuno potrebbe notare la mia inadeguatezza e darmi così un brutto voto. Insomma per fortuna lo leggo, perché viene fuori che bisogna entrare nudi. Io penso “ok, meno male che l’ho letto altrimenti sai che figura tutte nude e io l’unica col costume” (perché alla fine ho sempre, sempre, SEMPRE ragione), ed entro.
Come prima cosa c’è un uomo nudo davanti a me.
Io non ho grossi problemi con la nudità di nessuno, in generale – anche se non so proprio come facciano gli uomini ad accettare di essere così ridicoli e indifesi quando sono nudi. Dico davvero: per quanto uno possa essere fico, immaginarlo nudo mi fa sempre venire voglia di mettergli addosso una coperta e dargli una tazza di brodo – men che meno con la mia.
Tuttavia, devo ammettere che mantenere la compostezza e il piglio autoritario non è stata proprio una cosa da ridere in quei 35-40 secondi che sono passati quando ho infine intravisto la prima bernarda à la Jackson Five, prova che no: non mi ero infilata per sbaglio nella sauna degli uomini. O che almeno non ero la sola ad averlo fatto.

Zaandam, 01.07.2015

Zaandam, 01.07.2015

Comunque prima o poi mi calmerò e farò le cose una alla volta. Quel tizio grasso che mi si è seduto sul petto finalmente se ne andrà. Andrà tutto bene, e i miei studenti a fine corso mi regaleranno mazzi di fiori: sarò un’insegnante da mazzo di fiori.
Ma va bene anche se resto quella da vino e formaggio.