Oggi no – No cars go

La mia amica Lavinia è la donna più pigra del mondo.
Quando andavamo a scuola, l’ultimo anno, Lavinia poteva firmarsi le giustificazioni da sola, quindi le sarebbe bastato uscire per andare a scuola e poi non andare a scuola.
Ma perché uscire? Non c’era motivo.
Quindi faceva così – i suoi genitori si svegliavano circa un’ora dopo di lei – Lavinia si alzava, andava in bagno e fingeva di lavarsi, apriva e richiudeva la porta. Dunque, in punta di piedi, tornava in camera sua, e si rimetteva a dormire sotto il letto – un lettone matrimoniale alto – dove aveva predisposto tutto il necessario: un paio di coperte, musica in cuffia, cibo e acqua. Quando i suoi genitori uscivano per andare a lavorare, lei usciva dal suo nascondiglio e proseguiva la sua mattinata casalinga in santa pace. A volte anche per tre giorni di fila, senza mai uscire di casa.
Un giorno, rintronata dal sonno, Lavinia si rintanò sotto il letto subito dopo il passaggio in bagno, dimenticando la faccenda di aprire e chiudere la porta. Quando suo padre, valigetta da docente universitario alla mano, si avviò ad uscire, trovò la porta di casa chiusa dall’interno: il mistero era fitto.
Ci misero dieci minuti a trovarla, Lavinia disse che le loro ultime parole prima di sollevare il copriletto furono: “No, non è possibile”.

Questo aneddoto mi torna spesso in mente perché capisco perfettamente lo stato d’animo della mia amica. E capisco che la sua scelta, all’epoca, non aveva più di tanto a che fare col sonno o con la pigrizia.
Per come me la figuro io, è come se lo spazio in cui ci muoviamo fosse attraversato continuamente da proiettili vaganti che però viaggiano solo tra il metro e il metro e venti dal suolo: se restiamo sdraiati non ci colpiranno mai. Dev’essere per questo che tutte le sante mattine, ma tutte, ho il nodo alla gola quando suona la sveglia. Il mio fidanzato barbuto sostiene che questo non accadrebbe se io sostituissi no cars go con un’altra canzone da sveglia magari non di merda, parole sue. Non so, forse.
Ad ogni modo, ogni mattina, il monologo è questo: “No, dai. Non può essere capitato di nuovo. Devo rifarlo VERAMENTE?!
No, oggi no, oggi NO.
No dai, sì. Sì, ma solo per oggi: domani no.
Domani però no, promesso, domani a casa: dico che sto male.
Oggi vado, ma solo oggi. Così se vado oggi domani posso non andare”.
Sempre.
Mi passa durante la colazione, di solito. E il giorno in cui veramente “oggi no”, non arriva mai.

L’ultimo anno e mezzo bolognese è stato come un eterno giorno dell’oggi no, come stare sotto il letto di Lavinia.
Questi primi mesi qui sono un po’ come vivere il momento del “Dai, solo per oggi, domani no. Domani resto a letto, promesso”, ma tutto il giorno, durante ogni singolo istante delle mie attività da sveglia, con la stessa intensità.

E’ una rottura di coglioni, vi dirò. Ma tanto domani resto a letto.

Andarsi

Starmale - marzo 2015

Starmale – marzo 2015

Una cosa che si dice spesso di questo posto è che qui puoi essere chiunque tu voglia. Non mi sono ancora ben chiari i termini di questa libertà: si tratta di una libertà da giudizi morali (tipo “prego, fai pure entrare tua figlia piccola scalza di un bagno pubblico di Vondelpark, nessuno ti giudicherà per questo”)? O forse è una libertà materiale dovuta a un maggiore benessere economico (tipo “sentiti libero di proporre un corso di danza per tetraplegici – true story – magari il comune te lo finanzia”)? Oppure sono tutte queste cose insieme che creano una cosa tipo “ehy, il mercoledì e il venerdì sera tengo un corso di danza per tetraplegici, il lunedì, il martedì e il giovedì faccio la segretaria da un medico che riattacca i piedi ai bambini che camminano scalzi nei cessi di Vondelpark”.
Tratto da una storia vera della quale ho recentemente raccolto testimonianza: faccio l’insegnante per bambini, faccio la doula, faccio la ceramica, ho un piccolo orto pubblico, l’anno prossimo vorrei imparare a lavorare l’argento.

Io ascolto, mi guardo in giro, pedalo sui ponti, mi perdo in continuazione. Dovrei pensare che è assolutamente normale ascoltare, guardare, pedalare e perdersi: non solo è normale, è pure una fortuna. E’ una possibilità che non a tutti capita, è un lusso.
Invece ho costantemente in mente il signor Brooks di The Shawshenk redemption. E, davvero, non voglio essere melodrammatica, ma è proprio così: avere paura di tutto è logorante. Ci sono momenti in cui darei qualunque cosa per tornare nella mia gabbia e tenere duro è, come suggerisce l’espressione, duro. Assai.
Non avere nessuna possibilità era molto rassicurante, in fondo. Lo dice anche Starmale di marzo: “sostituiamo gli stati ansiosi con una negatività piatta e gestibile”.

Qualche anno fa mi hanno fatto un’anestesia totale. Tutti i miei amici, nelle settimane precedenti, mi avevano magnificato gli effetti dell’addormentamento dicendo che era la sensazione più bella del mondo, che senti il tuo corpo senza peso e poi non capisci più niente e poi buio. Quindi ero pronta e molto curiosa. La storia finisce con me che nei cinque secondi prima di perdere coscienza urlo “sto morendo, aiuto, no no no” e con l’anestesista che prende l’infarto.

Sembra che tutta la risoluzione delle nevrosi universali – e mie in particolare – si riduca al lasciarsi andare.
E allora, se tutto si riduce al lasciarsi andare, io la penso come il buon Nanni Moretti in Caro diario quando torna avvilito dall’ennesima visita dermatologica: “Oggi mi sono convinto che la causa del mio prurito è solo psicologica. Dipende da me, è colpa mia, è solo colpa mia. Tutto dipende da me, il medico mi dice che devo collaborare, che mi devo sforzare di non grattarmi. Tutto dipende da me. E se dipende da me, sono sicuro che non ce la farò”.

Ebony

Anni '60, bambina russa aspetta il proprio turno durante l'ora di ginnastica

Anni ’60, bambina russa aspetta il proprio turno durante l’ora di ginnastica

E’ primavera! E’ il momento migliore per cominciare un corso pre parto e per ricoprirti di deliziosi comodi camicioni che contengano la tua ottava di seno e la tua pancia di sette mesi.
E’ quello che probabilmente pensa la mia amica A, che ormai ha avuto qualche mese per stabilire una relazione di causa-effetto tra quella fugace storia di solo sesso avuta a fine estate e quella donna che, qualche mese dopo, le parla di come probabilmente a un certo punto farà la cacca davanti a dei perfetti sconosciuti.
Ma a noi di questo che importa? Assolutamente niente. La bambina di A nascerà a fine giugno e non ha ancora un nome. Io la chiamo la bionda, caratteristica che certamente svilupperà dal momento che A, sua madre, è nata in Etiopia. Le altre amiche la chiamano ebony e anche io sto cominciando a sperare che anche A decida di scegliere una categoria del porno amatoriale come nome per la sua biondissima figlia.

Fiep Westendorp

Fiep Westendorp

Ho suggerito alle mie amiche di regalare tutte insieme ad ebony una scatola di cose utili. Ognuna di noi metterà dentro la scatola qualcosa che pensa le servirà prima o poi, soprattutto in futuro, cose che potrebbero servirle ma magari ebony non lo sa. E allora, all’occorrenza, può vedere se dentro la scatola ce n’è qualcuna che fa al caso suo.
Non ho ancora deciso cosa metterò io nella scatola. Penso che farò fare delle piccole stampe dei disegni della mia adorata Fiep Westendorp, penso che ci sarà Jane Eyre  e anche La campana di vetro, così non si sentirà sola né nella furia cieca dell’ eroismo cazzimmoso né nella tristezza profonda e sciocca delle ragazze non eroiche e non cazzimmose. Credo che ebony avrà i capelli ricci, è molto probabile, quindi le regalerò una specie di bacchetta per districarli senza aprire il riccio, nella speranza che l’ingovernabilità tricologiaca non diventi anche per lei una ragione di esclusione sociale.
Penso che le lascerò anche un biglietto.

Fiep Westendorp

Fiep Westendorp

Cara ebony,
Ecco una lista di nomi che ho proposto a tua madre:
Anita
Irma
Isabella
Amelia
Irene
Se tra questi nomi trovi il tuo, non c’è di che. Sappi che il tuo destino sarebbe stato quello di una Maya, se io non avessi sollevato la questione traumi da scuola media. Una questione che credo sarebbe stata all’ordine del giorno nella tua vita, prima o poi, a meno che tua madre non avesse stabilito di istruirti in casa con un precettore evitando così che tu venissi chiamata affettuosamente MayaLA fino a che si fosse posta fine a questa pratica uccidendo qualche adolescente a colpi di estintore.
Se alla fine si fossero rivelati vani tutti i miei sforzi, mi dispiace Maya: skypami quando vuoi e ti faccio vedere due trucchetti con l’estintore che possono tornarti utili.
Ecco alcune altre cose utili:
– Se ti senti grassa e sei infelice per questo, allora dimagrisci. Sei perfetta così come sei se sei felice, altrimenti col cavolo: quindi cambia.
– Non ci sono i fotografi appostati dietro i cespugli, non c’è il filtro earlybird, non c’è la cornicetta di instagram. Non ci sono  tutte queste cose nella realta e, soprattutto, non sei su un manifesto. Ok? Se stai facendo una cosa perché viene bene in foto ed è bella da dire, allora stai facendo una cosa che viene bene in foto ed è bella da dire. Tutto qui. Se vuoi fare una cosa che ti piace e ti fa stare bene, allora devi fare una cosa perché ti piace e ti fa stare bene. E’ un concetto molto semplice che però si va perdendo come lacrime nella pioggia (come, del resto, questa inutile citazione), credo che ti sarà utile conoscerlo.
– Non ho potuto regalarti la raccolta completa degli scritti di Dorothy Parker perché non è più in stampa e la mia copia vorrei tenermela finché sono in vita, ma magari nel frattempo hanno inventato qualcosa per cui sono riuscita a regalartene una copia digitale o a trasmettertene la conoscenza con la sola forza del pensiero o sailcazzo e quindi questo punto è inutile. Comunque il succo è: leggi Dorothy se hai dei dubbi sulle cose, Dorothy sa tutto.
– Nel dubbio, mena.

Zia M