I carciofi

Quando ero più giovane di così facevo una fantasticheria sulla malinconia.
Stando alle mie ricostruzioni dev’essere stato tra il quarto e il quinto ginnasio, quindi avrò avuto quattordici o quindici anni. Lo so con certezza perché nella mia fantasticheria studiavo da veterinaria, quindi dev’essere stato necessariamente prima del mio incontro con la professoressa di scienze Marcella Militello la quale fugò ogni dubbio sul fatto che io fossi in grado – in presente o in futuro – di poter affrontare non dico uno studio ma neanche una banale conversazione che implicasse una qualche conoscenza delle scienze naturali.
Insomma, nella mia fantasticheria io sto viaggiando da Palermo (dove ho appena trascorso il fine settimana) verso Messina, città nella quale sto studiando appunto veterinaria. Sono in treno, questo mi fa pensare che la fantasticheria sia stata formulata in un periodo di veramente totale innocenza, quando ancora vivevo in un mondo iperuranico fatto di studi di veterinaria che portano – come è naturale e inevitabile – all’accudimento di cuccioli di elefante e di treni che si muovono all’interno della Sicilia.
E’ buio, nella fantasticheria. E’ una domenica pomeriggio, io viaggio in uno scompartimento vuoto, ho con me dei libri da studiare e un trasportino con dentro il mio gatto. Guardo fuori dal finestrino buio, talmente tanto buio che posso decidere di mettere a fuoco il mio riflesso e specchiarmi,  sono malinconica perché è domenica pomeriggio, è buio appunto – quindi tardo autunno o inverno, quindi freddo – e sto andando in un posto in cui va bene stare perché c’è qualcosa da fare, ma è il posto in cui vai e non il posto in cui torni. Non riesco bene a definire i contorni di questa malinconia  ma la malinconia è proprio la protagonista di questa fantasticheria, dove l’unica cosa che faccio è essere triste in treno con un gatto. Ma non tanto triste, un po’ triste. Una cosa che non è neanche disagio, e non è le pigne in testa: è tipo come avere nel cervello il retrogusto dei carciofi.
Ovviamente per capire questa cosa che ho appena scritto si dovrebbe avere un rapporto bizzarro coi carciofi (e io naturalmente ce l’ho) quindi non è solo questione di un retrogusto dolciastro, no. E’ un retrogusto dolciastro che fa abbastanza schifo, ma solo dopo un po’. Il carciofo è buono in sé, e quando lo hai appena masticato e mandato giù sembra fatta: pensi che il dolciastro schifoso quella volta non arriverà, o che se arriverà tu saprai fartelo andare bene comunque e quindi potrai continuare a mangiare il carciofo ignorando il retrogusto.
Quando ero bambina, i carciofi erano l’unico cibo che rifiutavo in qualunque forma me lo si presentasse. Ciò era ovviamente accettato e rispettato, ma siccome si trattava di una cosa fuori dal comune – sia perché a parte quello io ho sempre mangiato anche le gambe dei tavoli, sia perché il resto del mio clan familiare era accomunato da un dissennato amore per i carciofi – veniva sottolineato come una bizzarria, come un elemento caratterizzante della mia personalità: lei è quella che odia i carciofi, e in più è anche stranetta.
Negli anni ho sempre provato ad assaggiare i carciofi di tanto in tanto, per vedere se avevo cambiato idea, ma niente: pensavo ogni volta di avercela fatta – “ehi, mi piace! Sono adulta!” –  fino a che non arrivava il dolce che poi montava e montava e montava, e non c’era modo di farlo andare via.

Fin qui mi piaceva molto quello che avevo scritto. Ora da qualche parte devo mettere che oggi potrei mangiare carciofi ad ogni pasto e che il loro odore mentre cuociono mi calma istantaneamente, e questo sputtanerà irrimediabilmente tutto il componimento rendendolo un’ignobile favoletta.

Sola

Leggo questa frase: “Ovviamente questi sono solo alcun@ dei\delle tant@ artist@ che hanno trattato nelle loro canzoni questo argomento”.
L’argomento è la masturbazione, quella femminile in particolare. L’articolo si scandalizza per il fatto che l’uomo della strada si scandalizzi dell’ultimo video della Nina Zilli. A me sinceramente m’importa ‘na sega, visto che siamo in argomento.
Quando leggo cose come questa – scritte così, certo, ma anche nel contenuto –  a me viene sempre in mente la madre di Rose mentre allaccia il corsetto e nel frattempo cazzia spietatamente la figlia perché l’ha sorpresa a scaracchiare dal ponte del Titanic con Di Caprio, e Rose sospira esalando un esausto “basta mamma…ti farai venire un’emorragia nasale”. Ecco, non avrei saputo dirlo meglio.
Ora pioveranno decurie di giovani che mi spiegheranno che, certo, cambiare il pensiero passa dal cambiare le parole. Certo. E perché invece non fare una gara a prendere a testate dei sassi?
Purtroppo, in questa decuria di cui parlavo prima, ci sono alcune mie amiche. Non amiche tipo le mie migliori amiche, non amiche che mi caverebbero le castagne dal fuoco, anzi forse neanche comunicherei loro di possedere delle castagne. Pero, insomma: se vedi me e poi vedi loro è abbastanza automatico che pensi che almeno ci siamo simpatiche. Se invece vedi me e poi vedi una della curva nord della Lazio col piumino glitterato, probabilmente pensi che magari anche no.
Questo per dire che il motivo per cui sono tanto stanca – ma tanto stanca , tanto come se avessi 200 televisioni accese nel cervello da mesi – il motivo è essenzialmente questo: ho smesso di trovare credibili quelli come me.
Sono una ben più che alfabetizzata elettrice di sinistra, mi sono formata col femminismo – ma ancora prima mi hanno formata tre generazioni di borghesissime donne lavoratrici e molto conservatrici – sono in grado di fare citazioni di sbigottente arguzia, se partecipassi ad una manifestazione è probabile che finirei in una gallery fotografica di un giornale schierato*.  Ma soprattutto, fino a pochi anni fa mi sono riconosciuta fortissimamente in QUESTA cosa, avevo pure il poster in camera.
La cosa veramente tragica è che io credo ancora a questa cosa della minoranza, penso di riconoscermi ancora moltissimo in questa minoranza, ma trovo ridicoli e grotteschi i miei compagni di minoranza. Io posso farmi agevolmente una ragione del fatto che siamo male o per nulla rappresentati – anche perché non ho mai sperimentato il contrario, sarebbe come se mi crucciassi del fatto di non saper inabissarmi e respirare sott’acqua come una balena – ma non accetto di provare del reale disagio fisico nei confronti dei miei pari. E invece, ad oggi, queste persone come me mi fanno vergognare di ciò cui sento di appartenere. Quando leggo o ascolto le loro opinioni su qualcosa, sperimento ogni volta l’identico stato d’animo del quindicenne che legge sul giornale locale la notizia del proprio nonno sorpreso a fare sesso con un asino nella pompa di benzina del paese: “Oh cazzo, adesso tutti sapranno che siamo parenti”.
Quando sento Lella Costa che dibatte con Salvini, io sto con Salvini.
Io non posso stare davvero con Salvini, quindi naturalmente non è così: l’ho detto solo perché sono arrabbiata, ok?  Però è verissimo che affermare che mi sta simpatico uno come Salvini mi fa vergognare molto meno davanti a me stessa piuttosto che affermare che sono dalla stessa parte di una come Lella Costa.
Non va bene.
Il mio saggio fidanzato barbuto sostiene che l’unica minoranza cui dovrei sentire di appartenere è quella minoranza di persone che fa meno cacare rispetto alla maggioranza delle persone, che invece fa cacare-cacare. Probabilmente ha ragione lui, ma io non lo so fare.
Quindi in questa fresca serata di primavera, ho statuito che da grande farò l’eremita: perché tra il nichilismo e la solitudine, io scelgo valsoia. E pure la Nina, mi sa.

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*Quest’ultima affermazione purtroppo non posso provarla, perché sono scesa in piazza un’unica volta e nessuno fotografa il lancio di generi alimentari contro Giuliano Ferrara. Perché in fondo chi se lo incula Giuliano Ferrara? Giusto io, nel 2006-2007.

Avere torto (averlo?)

Pochi giorni fa mi sono imbattuta casualmente nel mio fidanzatino dei tempi dell’università. Dopo quasi 5 anni, come recita l’antico testo del buon Riccardo Sinigallia che tuttavia egli ignora completamente dal momento che è metallaro, anarchico, vegano e che ha altresì frequentato il dams cinema a Bologna e trascorso in erasmus a Gotham City gli anni dal 1999 al 2005.
Ora, egli è un po’ testa di minchia per una serie di ragioni. A spanne, mi sa che si tratta di quelle stesse ragioni che devono avermi convinta a lasciarlo via skype in una fredda notte d’inverno. Tuttavia non fatevi ingannare: egli è persona degnissima e ha molto (molto, davvero) più da recriminare su di me come essere umano di quanto io possa avere su di lui.
Ed è anche più dotato di me, e pure tanto. Io però sono più intelligente, e sono anche parzialmente cieca e motivata a sopravvivere, e quindi vinco io: la prossima volta ti concentri e nasci blatta pure tu, amico colibrì.
Comunque niente, io ordino un tè. Lui chiede se hanno il latte di soia, la barista iperventila in una busta di carta, prendiamo due tè.
Io comincio il mio resoconto degli ultimi anni che naturalmente finisce con la litania lamentatoria che è di gran moda su questi schermi ultimamente, sul tema “questo posto fa schifo e io lo disprezzo eppure lo amo e dunque soffro”. Egli deve avere nasato la faccenda e dunque mi ha più o meno interrotta per prendere parola.
Che villano, ho sentenziato dentro di me in quell’istante di silenzio. Tuttavia tutto questo riguardo e tutto questo senso di perdita e tutta questa serietà nel vivere il distacco che adesso sto mostrando per la città. Tutte queste cose non le ho mai mostrate nei suoi confronti, all’epoca, quando ho concluso che si muore un po’ per poter vivere e quindi gli ho comunicato che anche basta così. E’ così quando altro da te ti fa schifo e lo disprezzi e però non lo ami più: non soffri per niente.
Comunque va be’, mi chiede scusa per avermi interrotta durante la mia migliore interpretazione di Michele Apicella. Io gli dico “ma figurati, dimmi pure”, fingendo una magnanimità che non possederei neanche dopo avere tirato della colla.
Lui mi fa: “Senti, se tu vuoi andartene secondo me fai bene ed è un’ottima idea. Però se vuoi andartene solo perché non ti piace quello che vedi intorno a te, tanto vale che resti qui. Se non ti piace quello che vedi lo devi cambiare come puoi, anche pochissimo, oppure devi fregartene. Non c’entra niente traslocare per questo”.
E ha dato una sorsata al tè.

Naturalmente ha torto, devo solo dimostrarlo.
Il più è fatto.

Avere il nido sotto il tetto al fresco dei portici

* (vedi nota)

Mia sorella dice che devo prendere queste due settimane come due settimane di vacanza, tanto l’ora X arriverà comunque e quindi tanto vale fare cose che ti piacciono e che poi non avrai più tempo di fare.
Purtroppo, l’unica cosa sulla quale riesco a concentrarmi è che poi non avrò più MODO di fare queste cose, il tempo l’avrò sempre. Ma io sono fatta così, sono una palla, vorrei che mi scambiaste per la mamma di Bambi, davvero. Mi merito solo di essere impallinata.
Comunque ecco un elenco delle cose che mi piace fare, e che farò nei prossimi giorni, seguendo il consiglio della mia sensatissima sorella.

– Andrò tantissimo al cinema, tutti i giorni, come quando andavo all’università e vedevo due film al giorno in cineteca perché costava solo 3 euro e a volte ci facevano rimanere dentro tra un film e l’altro.
– Andrò in cerca di utensili per la pasta da portarmi via e li collauderò tutti.
– Userò i due taglieri nuovi, prima di spedirli. Quello grande l’ha persino fatto il falegname su misura.
– Inviterò amici a cena per smaltire i prodotti dei miei collaudi e il contenuto del mio freezer.
– Cercherò un vestito per un matrimonio assolutamente imperdibile per il quale ho addirittura già preso un biglietto Amsterdam-Palermo a/r, vi dico solo questo. Oh datemi dei consigli, diamine.
– Farò delle foto alla città con la macchina fotografica vera, non mi vergognerò di sembrare una turista o un’artistina.
– Andrò a vedere la mostra su Escher a Palazzo Albergati in Saragozza.
– Quando sarò triste batterò san vitale e strada maggiore, fino a che non mi cadranno i piedi. Perché sono le mie strade preferite e tutta l’infelicità che è venuta dopo non è riuscita a entrarci, nemmeno una volta, nemmeno per un minuto.
– Salirò a San Luca e mangerò le caramelle gommose al camioncino in cima. Ma mi porterò anche una birra.
– Farò sempre la sauna in palestra.
– Berrò uno spritz da miki e max, che è stato il mio bar per tantissimi anni, ed è anche il primo bar in cui ho portato il barbuto quando ancora era solo un tizio molto fico a caso.
– Berrò almeno 3 caffè con la Rosa.
– Ciondolerò in sala borsa.
– Mangerò la pita keftes da babilonia in via del pratello
– Farò la spesa al mercato, sempre. Mangerò tantissime mozzarelle e pomodori merinda.
– Vedrò le mie amiche più che potrò, e non sarò arrabbiata perché loro restano mentre io vado via.

Questo post è stato scritto in meno di 30 minuti e fa parte di un grande progetto sperimentale dal titolo “Datti tregua”, il cui scopo è evitare che io venga internata a Villa Baruzziana prima dei 45 anni.
Parte integrante del progetto è abbracciare l’umanità così com’è, persino la mia**.
Quindi insomma: è un blog, non il grande romanzo americano.
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* Questa canzone è Bologna per me. Senza virgola: Bologna per me, è la mia Bologna, quella che non è mai esistita veramente e dalla quale quindi non posso andare via.

* * Quando penso a questa cosa di abbracciare l’umanità mi viene spesso in mente un episodio di The big bang theory. E’ la scena-flashback in cui si vede il primo incontro tra Sheldon e Leonard, mentre Sheldon gli sta facendo l’intervista per vedere se può diventare il suo nuovo coinquilino:
S “last question, when do you pee?”
L “I’m sorry…what?
S: “when-do-you-pee?”
L “ehm…when I have to, I guess”
S “I’m sorry, I do not rent to hippies”

Il nonno russo

In realtà non volevo veramente scrivere ‘sto pistolotto qui. Cioè, un po’ sì, ma non profondamente con ogni fibra del mio corpo.
Quello che volevo veramente scrivere, quello che veramente è degno di essere registrato è questo.
Oggi sono tornata a casa dal negozio intorno alle 15.30. Come spesso accade quando torno a quell’ora e in particolare quando, come oggi, c’è il sole e il cielo azzurro, nel giardino della palazzina ho trovato Andrea e il suo nonno russo. Andrea ha poco più di un anno e vive al pianoterra insieme a suo papà, sua mamma e il suo fratello maggiore Michele di circa 8 anni. Andrea e Michele, per usare l’espressione usata dalla mia famiglia per lodare i bravi bambini: “sono due bambini che non si sentono”. Il bambino c’è ma non si vede, insomma: ecco la chiave dell’approvazione.
Andrea e Michele in effetti non si sentono. Michele gioca in giardino dopo cena in estate, cattura formiche ed è molto intelligente. La mamma di Andrea e Michele ha la mia età credo, lavora per un’impresa di pulizie e secondo me è una mamma bravissima, è stanca ma non sfibrata, quando sorride sta sorridendo sul serio e sta sorridendo proprio a te. Ogni tanto compare questo nonno russo, che sta sempre col piccolo in giardino quando c’è il sole. Mi vede solo e unicamente quando sto portando giù o portando su la bici dalla cantina, questa cosa lo diverte immensamente ma, visto che non parla quasi niente di italiano, è molto parco nelle esternazioni verbali. Ultimamente abbiamo stabilito un contatto grazie al fatto che mi vede con la bici, ha pietà di me e mi dà il tiro, come di dice a Bologna: mi apre il cancelletto esterno col pulsante. Io lo ringrazio, lui mi dice prego, io porto giù la bici in cantina e lui appare divertito. Già un paio di volte mi ha chiesto “lavoro?” io ho detto di sì e ho spiegato cosa, ma non so se ha capito.
Oggi, quando sono rientrata in casa, c’erano Andrea e il nonno russo in giardino. Il nonno russo mi ha aperto, io ho ringraziato, Andrea si è interessato alla bici mentre io scaricavo la spesa, io ho temuto che la bici gli crollasse addosso, Andrea aveva un irresistibile cappello rosso e mi guardava con sospetto, io ho riflettuto sull’opportunità di sollevare Andrea fino al sellino ma avevo paura che si mettesse a urlare e in più avevo mal di schiena. Ho portato giù la bici, ho fatto ciao ciao ad Andrea e ho ringraziato il nonno. A quel punto si è svolta la seguente conversazione:
“Lavoro?”
“Sì, ho appena finito”
“Mio lavoro è lui” indica Andrea
“E’ un lavoro bellissimo”
“Anche tu bambini?”
“No”
“Perché?”
“… Perché per ora non si può” sono scioccata, da noi a Downton non si usa conversare col vicinato in merito alla riproduzione, ma il suo è interesse autentico.
“Non può?” è genuinamente dispiaciuto per la mia sterilità
“No, cioè sì posso”  sono in difficoltà
“Allora non vuoi?” ora è sospettoso
“Sì, voglio. Ma i soldi…”
“Soldi!” esclama lui, e ride con lo stesso divertito sgomento che se gli avessi confessato che non faccio bambini perché ho paura di accumulare adipe sul punto vita (cosa che comunque mi preoccuperebbe)
“Eh” faccio io, sentendomi cretina già per la dodicesima volta in questa giornata.
“Ah-ah-ah” fa lui salutandomi con la mano e facendo il gesto internazionale del vattene a casa, scimunita.

Bologna la scema

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La cosa che mi provoca più tiramento di culo è che, comunque io la racconti, la storia di questi mesi sembrerà sempre scritta da Pif.
Pif – e quelli come Pif – hanno il rarissimo dono di farmi provare imbarazzo per persone e/o concetti che invece teoricamente dovrei apprezzare e/o caldeggiare, e viceversa.
Pif mi fa venire voglia di affiliarmi alla malavita organizzata. Dopo la puntata in cui Pif – novello maestro del sospetto – insolentiva Fabio Volo, mi è venuta voglia di essere Fabio Volo.
Comunque questa premessa era per dire che mi dispiace per tutti voi che usavate venire qui in cerca di ottima prosa e di cronache scanzonate: per quanto la possiamo fare leggera, quello che ho da dire in questo periodo è che il summenzionato tiramento di culo è grande. Tira un casino. Tira come un camino.
Quindi, se non sei Pif e/o non stai raccogliendo materiale autentico sulle trentenni bonissime con gli occhi come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre: cambia pure canale e risintonizzati quando sarò nuovamente in grado di intrattenerti e scanzonarti. Se invece sei Pif: suca Pif, ti detesto.

L’altro giorno pensavo a mia zia Ina che, anni fa, così commentò le lamentele di una coppia di suoi conoscenti che avevano votato per Berlusconi un paio di volte e che adesso erano delusi ma adducevano la seguente giustificazione per il loro voto: “siamo stati ingenui”. La zia Ina scosse la testa “se sei ingenuo devi andare a fare la dama di carità in chiesa, allora”.
L’altro giorno è venuta la NHK in negozio a riprendere le mie titolari. Per chi non lo sapesse, la NHK è la televisione pubblica giapponese.
La NHK ha deciso di fare un servizio su Bologna e ha deciso di dedicare ampio spazio alla pasta fresca e ai tortellini. Siccome l’interprete della produzione conosceva le mie titolari, dalle quali aveva già accompagnato un’altra troupe tempo fa, ha suggerito alla produzione di concentrare le riprese in QUEL particolare negozio. E’ così, per puro e semplice culo, che rischi che il mercato internazionale venga a conoscenza di quello che fai nel tuo negozio e si convinca che quello è il miglior tortellino di Bologna, che tu sei simpaticissima e che insegnerai a tutto l’estremo oriente a mangiare bolognese se solo ti invitano in trasmissione, ti pagano un cachet in yen e ti permettono di dire il nome del tuo negozio ogni 200 parole: è solo culo.
Ma noi non abbiamo corso questo rischio perché, per la successiva ora di permanenza della troupe in negozio, una delle mie titolari ha sbuffato perché le ingombravano il negozio e perché non aveva voglia e doveva finire il ripieno, quindi ha dato direttamente le spalle alla camera e si è rintanata nel retrobottega. L’altra ha trascorso venti minuti al telefono col marito cercando di approntare una strategia di marketing per lanciarsi nel mercato internazionale – ma che, davéro? sì ragazzi, davéro – e creare un franchise per esportare quell’esclusivissimo brand che è un negozio di pasta fresca di 35 mq. Nell’indifferenza generale, la televisione nazionale giapponese continuava a riprendere me e la Rosa al lavoro.
Ad un certo punto è entrata la signora S., moglie di un ricco mercante d’arte nonché amica personale di Vittorio Sgarbi, entrambe le mie titolari si sono ovviamente staccate dalle precedenti occupazioni perché bisogna riconoscere le priorità. E leccare il culo per mezz’ora a una miliardaria nullafacente moglie di un massone è certamente una priorità.
Intanto, la NHK finiva di riprendere me e la Rosa, sempre nella più cortese delle indifferenze, quindi salutava e andava via. La signora S. otteneva una chiarissima spiegazione a due voci sulla migliore ricetta per il pollo in gelatina.
A chi ha chiesto “ma chi erano tutte quelle persone in negozio stamattina? C’era la televisione?” hanno risposto “Sono venuti quattro cinesi a fare delle riprese, sono stati tra i piedi un’ora. Quattro mostri, uno sembrava il figlio dell’uomo lupo. Ma quanto sono brutti i cinesi?”

Ecco, ho deciso che mi sento molto vicina a Gesù come stile, quindi d’ora in poi scriverò delle brevi parabole per spiegare dei concetti molto complessi. Questa che avete appena letto, per quanto mi riguarda, esaurisce tutto ciò che ho da dire sul berlusconismo degli italiani.
E anche sulle dame di carità.
E anche sul chitemmuorto, visto che siamo in tema di tiramenti di culo.

Se i cretini fossero fiori

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“Ma sei contenta?”
“Sono stanca”

“E’ una buona notizia, che bello!”
“Sì, è una buona notizia”

“Il barbuto è contento?”
“Sì, lui è contento”

“Ma perché non stai saltando di gioia?”
“Perché non volevo questo”

Ho iniziato a comunicare alle persone che incontro e di cui mi frega qualcosa che tra un mese esatto noi due non vivremo più qui, almeno per qualche mese e forse mai più. Per ora mi concentro sulla versione “almeno per qualche mese” che mi viene meglio come esecuzione e mi dispensa dalla cosa dei saluti.
La mia amica Giuliana, che è l’unica fino ad ora ad avermi vista realmente arrabbiata e vagamente lacrimosa, ha detto che è come se avessi pescato la carta “vai avanti di cinque caselle” nel grande gioco da tavolo cui stiamo tutti giocando, mentre tutti gli altri stanno ancora a tirare i dadi e se la chiacchierano sfumacchiando e finendo la bottiglia di amaro del capo.

Io non volevo andarmene, volevo restare. Non sono contenta di andarmene, perché non volevo andarmene: sarei stata contenta di restare. Purtroppo, restare avrebbe significato zero possibilità, invece andarsene significa qualche possibilità, e quindi me ne vado. Ma quello che io volevo fare era restare, non andare. La buona notizia sarebbe stata restare, non andare.
Non me ne sto andando perché è andata bene qualcosa “di là”, me ne sto andando perché è andato tutto male “di qua”.
Chiara la differenza?
Ditemi ancora “beata te” e vi trasformo in un fiore, ve lo giuro: ditemelo e sarete dei tulipani del cazzo per il resto della vostra vita.

In questi giorni, tra l’altro, sto maturando questa nuova convinzione del tutto inedita.
Fino a questo momento ho sempre sperimentato questa sensazione di essere circondata da cretini. Questo mi faceva soffrire: percepisco l’idiozia del prossimo come un attacco personale contro di me, non ci posso fare niente. Mi sembra una forma di tradimento del tipo “ma come? Mi avete detto che avrei dovuto essere BRAVA, mi avete giurato che se lo fossi stata sarebbe andato tutto BENE. E allora che diamine è QUESTO?”.
E’ tradimento, cazzo.
Negli ultimi tempi invece si sta facendo strada una nuova percezione: la gente non è cretina. La gente è pazza. Tutto qui.