Tirapiedi (minarsela)

Ho letto per la prima volta la parola tirapiedi nel 1993, in una delle didascalie dell’ album di figurine del film Disney La bella e la bestia. Il tirapiedi in questione era LeTont: un giovane obeso e chiaramente deficitario a livello cognitivo, che idolatra Gaston il bulletto. La didascalia diceva proprio così “LeTont, il tirapiedi di Gaston”. Ricordo di aver cercato la parola sul dizionario Palazzi, di averla trovata, e di aver pensato le solite due cose che penso sempre – in rapida successione e sempre nello stesso ordine – quando mi trovo di fronte a qualcosa che mi fa ribrezzo:
1.”Poveretto, che schifo di vita”
2. “…Ma non è che anche io?”
Prese velocemente in esame tutte le relazioni amicali che avevo stabilito nel corso della mia giovane vita e stabilito che non ero stata fino a quel momento la tirapiedi di nessuno – fiiiuuuu… – decidevo una volta per tutte che mai lo sarei stata.

Ieri in negozio è entrato un giovane obeso e chiaramente deficitario a livello cognitivo. Aveva la sciarpa e il cappellino del bologna, coordinati. E’ venuto per annunciare – per ANNUNCIARE, permettetemi di scriverlo maiuscolo – l’imminente arrivo di un consigliere comunale eletto con la Lega Nord.
Ha proprio detto “Buongiorno, signore. Sta per arrivare il consigliere comunale eletto con la Lega Nord”.
E la mia titolare ha detto “Certo, lo aspettiamo”.
E il tirapiedi è andato via.
Cinque minuti dopo è entrato il consigliere comunale eletto con la Lega Nord e ha conversato con titolare e clienti.

Ultimamente mi è presa questa nostalgia del tutto inedita per alcune espressioni panormite di sopraffina bellezza. Forse, più che la bellezza delle espressioni, sopraffino è il disprezzo sotteso.
Di quel disprezzo non c’è traccia qui, tra questa gente così civile e bene educata. Non c’è speranza di trovare disprezzo tra quelli che mi raccontano, tra una chiacchiera e l’altra, di che bella serata è stata quando il presidente della nota fondazione bancaria è venuto a visitare la nostra casa di famiglia in campagna in quanto amico del marito della cugina Bruna, e che bella figura abbiamo fatto visto che avevamo appena cambiato i mobili del giardino, e poi la zia mamma della Bruna era una cuoca eccezionale, e mettici anche che la cugina Bruna non aveva ancora subito l’operazione di ricostruzione dell’esofago – che si era lacerata ingoiando dell’acido come protesta contro le corna che le metteva il marito n.d.r. – e quindi era magra e in formissima come non era mai stata.
Questa gente non disprezza, figurati.

Io sì che disprezzo.
E quindi, per tutta la permanenza del consigliere comunale eletto con Lega Nord in negozio, io ho fatto andare in loop la mia personale versione del precedente dialogo:
“Buongiorno, signore. Sta per arrivare il consigliere comunale eletto con la Lega Nord”
“Ora nna minamu”*

*Letteralmente, “Adesso ci masturbiamo”.
Espressione usata per esprimere aperto disinteresse verso un avvenimento annunciato invece come rilevante o addirittura spaventoso.
E.g. “Sta per arrivare il consigliere Manes Bernardini”  “Ora nna minamu”.

Che profumo Bologna di sera, le sere di maggio

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“Ma davvero a Bologna c’è una via che si chiama via Saragozza?”
Mi ricordo che l’avevo chiesto a un tizio, credo nel 1999, su non so quale chat di gruppo di ICQ o di IOL sulla quale si discuteva di Smashing Pumpkins. Era stata la lettura di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” a informarmi su determinati odonimi bolognesi, lettura che la nostra professoressa di italiano e latino Maria Gabriella Melluso – mossa da motivazioni pedagogiche che rimangono a tutt’oggi oscure e controverse – ci aveva assegnato durante le vacanze di natale del 1998 insieme a quella de “Il giovane Holden”.
Il fatto che un diciassettenne sfrecciasse in bici in piena notte per via Saragozza con in testa i Cure – non che io all’epoca conoscessi i Cure o fossi addirittura una loro fan, però avevo come intuito che non facevano affatto ska ovvero l’unico genere musicale che potevi sentire a Palermo città tra il 1998 e il 2001 – mi sembrava una trovata narrativa molto accattivante anche se per nulla plausibile. Infatti la domanda successiva che avevo fatto al tizio bolognese su ICQ, dopo essermi sincerata dell’ effettiva esistenza della via Saragozza, era stata “E tu ci vai in bici?”.
Il fatto che in piazza grande non ci sia alcuna panchina è una cosa che continua a riempirmi di sgomento, ma posso confermare che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, e neanche un’adulta con gli emisferi incasinati.
Ma prima di Jack Frusciante e prima di Dalla, prima di tutti loro c’erano Silvia lo sai e Mare mare mare di Carboni. Quelle basi da pianolina bontempi mi rimandano direttamente all’infanzia come un proiettile, come un odore. Quello che sapevo di Bologna – quello che sapevo fin dall’inizio, su Bologna – era che profumava nelle sere di maggio, che ospitava ragazzi più grandi innamorati e timidi (come quelli del tempo delle mele, però non francesi) e che lì il mare non era vicino come da noi a Mondello ma per raggiungerlo dovevi comprarti una moto e guidare per tutta la canzone.

Se vi state chiedendo se tutte queste cose su Bologna sono vere, io posso confermarlo. Dall’alto del mio cuore spezzato.

Sarei stupita quanto voi…

…se davvero una cosa del genere fosse stata scritta proprio da me medesima.
In realtà lo è  stata, scritta proprio da me medesima, ma per uno scopo diverso da quello – nobilissimo, tra l’altro – di intrattenervi.
Domani ho un colloquio in una scuola, una di quelle dove fanno sul serio: una di quelle non in Italia.
Se avete altri materiali didattici altamente motivanti per spiegare la differenza tra imperfetto e passato prossimo, io vi ascolto.

I cestini degli altri – un antefatto

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Dall’archivio delle margheritine.

Amsterdam, ottobre 2009
E va bene, sono qui solo da una settimana.
Per i primi tre giorni ha piovuto ininterrottamente.
Trovare una sistemazione definitiva si sta rivelando difficile e io non sono una persona paziente, sono incline all’ansia e al panico, detesto la precarietà e sono in costante modalità nostalgia. Quindi il fatto di avere casa per un mese, sapendo bene che è SOLO per un mese, mi impedisce di fare cose basilari. Come per esempio una vera spesa con cibi da donna adulta.
Insomma, tutto migliorerà ma adesso non va affatto bene.
Sabato pomeriggio, ero appena uscita da HEMA quando mi è venuta in mente una cosa: posti come HEMA dovrebbero monitorare quello che la gente paga alle casse. Non per indagini di mercato o cose simili ma come servizio per la clientela: l’assistenza psichiatrica. Funziona così: tu vai alle casse e paghi. Il contenuto del tuo cestino viene analizzato da un computer supersonico che, in base ai tuoi acquisti, calcola il tuo livello di stabilità emotiva. Se il livello è molto basso, tu vieni seguito da un consulente psicologo che probabilmente eviterà il tuo suicidio.
Sono sicura che a qualcuno sarà molto utile questo servizio, magari lo scriverò al signor Hema e gli racconterò la storia di quella ragazza che  domenica pomeriggio è entrata nel suo negozio ad Osdorp. Povera ragazza: aveva i capelli come un carciofo come una delle streghe di Eastwick, aveva la pelle verde come quella del Grinch e indossava cappotto umido che puzzava come uno stagno di anatre. Si aggirava per gli scaffali con una faccia da condannata a morte. Alla fine ha percorso il miglio verde, è andata alle casse e ha pagato i seguenti oggetti:
– Un pettine
– Una confezione di cioccolatini colorati a forma di fiore
– Una confezione di salsicce

Sì, sottoporrò sicuramente questo progetto al signor Hema, sono sicura che lo troverà geniale.
I cioccolatini a forma di fiore mi rendono molto più creativa.

Sono solo scatolette?

L’altro giorno il mio fidanzato ha insistito per uscire apposta per comprare il cibo giusto per la gatta. Fosse stato per me, la gatta avrebbe avuto le scatolette marca Radames che vende il pakistano sotto casa e che – come suggerisce il nome – contengono esclusivamente sottoprodotti di animali murati vivi. Ho appena alimentato adeguatamente la gatta grazie a lui, questa cosa mi ha profondamente commossa. Ma perché esattamente?
Questo standard calibrato su  dei maschi inetti, quando l’abbiamo stabilito e ufficializzato? Perchè, dalle testimoniante raccolte, mi sembra di capire che funzioni così:

-10 ——————– 0 ——————– +10

– 10 = barbablu, ma alcolizzato e inseguito da equitalia
0 = Massimo, il marito della mia titolare. “Pronto? ciao amore! Ah già. Riesci a farlo tu? Te lo spiego, è facile. Per spegnere la lavastoviglie devi aprirla. L’hai aperta? Devi tirare, tirare la maniglia verso di te. Ecco, ora devi spingere il pulsante illuminato. Lo vedi? Certo che c’è! Ok, vengo su io”
+ 10 = No, ma  lui sparecchia…

E’ forse colpa di brani musicali di immortale bellezza come grande grande grande? E’ forse colpa di Alain Delon? E’ forse colpa delle esperienze sentimentali di Mia Martini? il piccolo uomo che la manda via e che successivamente va a casa sua quando vuole nelle notti più che mai? Perché lo sappiamo che si tratta dello stesso stronzo. E’ colpa di quello che, almeno lui nell’universo, è diverso? Perché è stata messa in giro la voce che Linda balla serenamente mentre il suo fidanzato si sente autorizzato a pensare nostalgicamente a un’altra meno confortevole di lei eppure più gnocca?  Ok, gli uomini non cambiano può essere un’affermazione sciocchina – e secondo me lo è – ma quello che voglio dire è: chi l’ha deciso di statuire una volta per tutte che quella maschile è quella condizione sperimentando la quale tu, maschio, sei ontologicamente ‘nammerda. E però se ti innamori allora forse cambi ,e di conseguenza diventi meglio. Chi l’ha deciso?

Siccome c’entra chiaramente qualcosa l’impatto culturale della musica leggera italiana, ci terrei a sapere la vostra opinione così da potermi dare delle arie con le mie amiche durante la visione di Sanremo.

Il mac 2008-2015

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Era agosto 2008, poco prima di partire per la prima volta per dove, chissà chi lo sa, sto (forse) per tornare per la terza volta.

Ecco alcune cose rilevanti che sono successe

Prima del 2008:
Ho avuto un fidanzato lucano che, durante un litigio, riportò l’indignata testimonianza di sua madre. “Mia madre è ancora sconvolta per quella volta che abbiamo fatto il fritto di mare e io ho dovuto comprare la farina – uscendo apposta, di domenica! – perchè tu in casa non ce l’avevi!” sibilò affinché i sospetti sulla mia inadeguatezza come femmina di sesso femminile si trasformassero in fatti. Alla mia rimostranza “Ma perché dovrei avere la farina in casa se non cucino?” – pronunciata con la stessa espressione disarmata e incredula che potrebbe avere chi dovesse difendersi dall’accusa di non possedere un becher e un becco bunsen “Ma perché dovrei possedere un becher e un becco bunsen se non ho intenzione di impiantare un laboratorio chimico?” – mi rispose “Perché Pasqualina la farina la tiene!”.
Pasqualina era la fidanzata del fratello.  Lì per lì ebbi tanto rispetto per lei.

Io e due miei amici venimmo quasi investiti in un vicolo di Palermo: un tizio ci venne addosso a millemila all’ora in retromarcia e frenò a cinque centimetri da noi. Purtroppo non era stuntman mike ma un italiano qualsiasi. Uno che probabilmente aveva ascoltato la conversazione tra me e i miei amici sui recenti risultati elettorali (era il 2006, in primavera) nel bar che avevamo appena lasciato. Uno che, quando gli avevo gridato “coglione pezzo di merda!” aveva risposto, ridendo “Vota per i comunisti, buttana”.

Nel 2008
Ho comprato un paio di doctor martens 14 buchi con la zip al mercato di waterlooplein. Le volevo da quando le avevo viste ai magazzini lafayette nel 1996.

Ho fumato.

Mi sono sentita autorizzata, senza alcun senso di colpa e senza prima aver fumato, a comportarmi in maniera irriguardosa e moralmente deprecabile. Tipo vita batte morte. Godimento batte noia.

Dopo il 2008:
La farina è il mio lavoro.

Ho comprato un altro computer.

Oggi
Grande voglia di avere notizie di Pasqualina.

I cestini degli altri

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– Succo di frutta gusto mela e kiwi

– Smacchiatore

– Detersivo bio presto

– Additivo igienizzante napisan

– Aringhe affumicate (2 confezioni)

– Bietole

– Farina di grano tenero 00

La scuola sta facendo la pausa invernale, quindi ho un po’ più di tempo libero. In particolare, per due giorni a settimana – quelli che, tradizionalmente, mi vedevano impegnata a preparare le lezioni – vado via dal negozio addirittura alle 13.30. Il tempo libero, mi dicono le mie ricerche, è quell’intervallo tra una cosa e l’altra durante il quale sei autorizzata a non fare assolutamente nulla senza sentirti in colpa: l’assenza del senso di colpa è l’unica caratteristica che distingue, nettamente e senza possibilità di fraintendimento, il tempo libero dal tempo non libero.

Il senso di colpa è per me una condizione esistenziale imprescindibile, mi definisce, mi contiene, mi disciplina: senza senso di colpa andrei in autocombustione e mi consumerei nel giro otto secondi. Certo, questo mi preclude ogni possibilità di avere tempo libero ma, del resto, da incenerita del tempo libero te ne fai poco.

Sembra un cul de sac, ma uscirne è in realtà molto semplice: basta riempire il mio tempo libero con occupazioni che poi non avrò voglia di intraprendere in maniera regolare, questo mi garantirà un senso di colpa costante ed estremamente rassicurante.

Quindi, a gennaio ho resuscitato la pasta madre che credevo morta già a fine novembre.

Quindi ora devo fare il pane due volte a settimana.

Ieri pomeriggio la madre era più vitale di un branco di cheerleader del Winsconsin. Mi è venuta fuori una pagnotta da 1 kg e mezzo, dorata, bellissima. Avrei chiamato i vicini per fargliela vedere, davvero: era uno spettacolo.

Poi ho pensato che avrei potuto invitare degli amici a cena, così l’avrebbero anche assaggiato il pane, oltre che ammirarlo. Quindi ho invitato 5 amici.

A quel punto ho dovuto cucinare, perché mica potevamo mangiare solo il pane. Quindi ho deciso che avrei cucinato un risotto alla zucca. Però col pane non puoi mica accompagnarci il risotto, ed era per il pane che avevo deciso di avere ospiti a cena, no?Quindi il mio fidanzato ha predisposto i salumi delle grandi occasioni. Io, nel frattempo, avevo anche gratinato dei finocchi e fatto una guacamole con un avocado ormai prossimo al trapasso che avevo rinvenuto fortuitamente in una fruttiera dimenticata. L’insalata con cappuccio, sedano rapa e arancia si rendeva dunque superflua, e soprattutto sarebbe servito altro pane che non possedevo.

A quel punto sembrava necessario tirare fuori una tovaglia decente: quella bianca, ricamata dalla nonna, quella del corredo. Una tovaglia vergine per onorare il pane, e il risotto, e i salumi, e i finocchi, e la guacamole.

I miei amici hanno portato il vino, io ho insistito perché il mio fidanzato mettesse anche i sottobicchieri per evitare spargimenti di vino, lui l’ha fatto ma questo non ha minimamente leso la mia efficacia nel macchiare irrimediabilmente la tovaglia prima che il gallo cantasse tre volte.

I miei amici hanno mangiato tutto il pane, e anche tutto il resto, ed io con loro.

Questa mattina, al risveglio, mi è venuto in mente che pane fa ingrassare, che sono gonfia, devo assolutamente depurarmi, devo assumere il succo di aloe in maniera più regolare e coscienziosa. Quindi che devo procurarmi del succo di frutta, perché bevitelo tu il succo di aloe puro…

Mi è venuto anche in mente che avrei dovuto smacchiare la tovaglia con qualche nuovo ritrovato della tecnica.

E disfare la borsa della palestra, quella di giovedì. E magari lavarne il contentenuto. E possibilmente igienizzarlo, prima di procedere alla bonifica con alcol e accendino.

E mangiare le due arance che non avevo usato per l’insalata che non si era resa necessaria, quindi comperare delle aringhe. Fanno bene, no, le aringhe? Hanno gli omega 3, devo prenderne un bel po’ da tenere in casa, ultimamente mi dimentico.

E comunque domani lascio pronta della verdura bollita, basta mozzarelle come unico cibo veloce: bietole bollite già pronte in frigo, oh.

Diamine, il pane è finito e devo rifarlo. E’ finita la farina.

Questo è quello che avrei voluto raccontare all’addetta delle casse veloci della Pam che ha dovuto contare uno ad uno tutti gli articoli da me acquistati in questo pomeriggio festivo – operazione che si è resa necessaria per colpa del codice a barre delle aringhe, forse reso difettoso dall’umidità del banco frigo – e che con così preoccupata affettazione mi ha augurato buona domenica.