Della domenica sera e della perseveranza

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Ho giocato con la Nana sul tappeto per mezz’ora, ho bevuto il fondo della bottiglia di vino e mangiato un pezzetto di formaggio puzzone.
Nel richiudere il frigorifero, mi è caduto l’occhio sul tubetto di senape Orco e ho avuto voglia di senape Orco e cavoletti di bruxelles, quindi ho pulito una confezione di cavoletti di bruxelles e li ho messi a bollire. Mentre bollivano, ho chiamato mio padre per la telefonata serale, durante la quale ho piegato uno stendino di panni asciutti.
Una volta riattaccato, ho coscienziosamente riposto i panni asciutti nei loro posti deputati, diversamente da quanto faccio di solito: lasciarli piegati in cima a una poltrona per una settimana, colpevolizzandomi per la sempre mancata attuazione del proposito di loro riponimento, fino a quando – sollecitato dalla crescente minaccia di un mio crollo nervoso – il mio fidanzato non li rimuove pietosamente.
Ho scolato i cavoletti di bruxelles e li ho conditi con olio, aceto e senape Orco come se non ci fosse un domani. Ne ho mangiati due, mi sono detta anche basta: gli altri domani, altrimenti troppa vita.
Visto che avevo già compiuto il gesto atletico di riporre i panni, e visto che ero in vena di inconsuetudini, ho disfatto la borsa della palestra domenicale e ho messo a lavare i panni sudacchiati con ben due giorni di anticipo rispetto a martedì mattina, giorno notoriamente deputato alla palestra e alla bonifica delle paludi.
Mi sono preparata un’insalata con arance, finocchio, radicchio, cipolla scalogno e aringhe. L’ho mangiata davanti alla tv guardando Fazio, Ligabue e De Gregori. Ho spento la tv. Ho lavato la scodella e anche la caffettiera così non devo farlo domattina.
Ho steso i panni e fatto un’altra lavatrice. Ho riacceso la tv ma c’erano ancora Fazio, Ligabue e De Gregori. Ho vagato per casa.
Ho telefonato a mia sorella ma non aveva voglia di parlare.
Ho rinfrescato la pasta madre.
Ho steso l’ultima lavatrice.
Ho riflettuto sulla possibilità di farne un’altra ancora con i maglioni ma avevo finito il posto sullo stendino.

Ecco quanto non mi andava di mettermi qui a scrivere stasera.

Come quando sai che l’estate sta ppe fini’

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Magari sto a parla’ e lei è distratta, ‘vasiva, con l’occhio perso chissà ‘ndove. Come faccio a spiegàttelo? Ce so cose che nun se spiegano, a Ughe’. Però te dico che Adelaide nun è più la donna de prima. Che è cambiato, dirai te. Eh, so cosette imparpabbili, che te devo di’. E’ come quando sai che l’estate sta ppe fini’: sì, il sole ce sta sempre però nun c’è gnente da fa, nun lo senti. Hai capito, Ughe’? Oh ma che fai, arzi gli occhi ar cielo? So cose serie, a Ugo!
Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca, Ettore Scola  (1970)

Mi rendo conto, non si tratta di un pensiero che cambierà le vostre vite in chissà quale modo, lo immagino. Ma cercate di capire che Oreste fa il muratore, e non il muratore barra filosofo: fa proprio il muratore trattino muratore, senza offesa. Eppure, tra una cazzuolata e l’altra in compagnia del riluttante e poco comunicativo Ugo, Oreste la spiega proprio bene la fine di un amore.
Dramma della gelosia è un film per ragazze confuse che tendono alla tristezza, ragazze come Adelaide, io invece sono una ragazza confusa che tende al panico. Le ragazze che tendono al panico, quando finisce loro l’estate non è una cosetta propriamente imparpabbile: forse ci fai meno caso se qualcuno ti nasconde un pagliaccio nella tazza del gabinetto. Insomma, dramma della gelosia non ha mai raccontato niente che mi riguardasse da vicino, niente con cui potessi empatizzare più di tanto. A dirla tutta, Adelaide m’è sempre sembrata un po’ scema: non riuscire in nessun modo a farsi passare l’amore per uno che è pulcioso, è povero, t’ha menata e ti costringerà a una vita di concubinato…certo, come no.
Eppure mai dire mai: siamo tutte un po’ Adelaide, anche quelle di noi che tendono al panico. Un Nello prima o poi ti arriva: quel fidanzato nuovo nuovo, ancora da aggiustare, un po’ troppo smargiasso forse, di difficile gestione, ma che da tempo ti manda segnali  inequivocabili e promettenti (tipo pizze a cuore o una vera vita lavorativa) nonostante tutti i tuoi sforzi di ignorarli. E poi lì è veramente un casino.
Come quando Nello bacia Adelaide per la prima volta, lei gli dice “aò, che ffai?” lui le dice “io ti amo” e lei lancia uno sguardo disperato nel vuoto, sussurra “che oròre…” e scappa via.
E’ così quando ti arriva un fidanzato nuovo che è evidentemente migliore di quello vecchio, che con la sua sola presenza nella tua mente evidenzia tutte le zozzerie di quel cretino che ti dorme accanto. Il problema è se tu quel cretino lì lo ami, in quel caso è proprio come dice Adelaide: è un oròre.
Bologna è il mio Oreste, è il fidanzato inetto dal quale sono sempre tornata nonostante tradimenti, delusioni, pure qualche manata in faccia, nonostante la nostra estate abbia cominciato a finire già verso il 2008 tipo. Mi sveglio tutte le mattine al suo fianco, la guardo nel suo pigiama di mattoni rossi, con l’alitosi di cantieri stradali che stanno lì da tre anni e sembra la tela di penelope.
Parla in continuazione, Bologna, insopportabile.
Parlano davanti al mio portone le madri quarantenni della scuola elementare sotto casa, dandomi una ulteriore conferma che sarà meglio affidare il sangue del mio sangue alle cure di un gattile piuttosto che alla scuola pubblica italiana inevitabilmente piena di figli di italiane ultraquarantenni.
Parla di immigrati, Bologna, di pakistani, di zingari, ne parla continuamente mentre ordina a ottobre i tortellini di Natale perché sia mai non si riesca ad averne in tempo per la vigilia. Bologna vuole la sfoglia sottile che si deve vedere san Luca in trasparenza, oppure la vuole che si deve sentire bella ruvida, oppure vuole più prezzemolo per favore li voglio quasi verdi, oppure il ripieno per favore senza noce moscata perché ho il bambino iperattivo e col deficit di attenzione e la noce moscata è eccitante, e attenzione mi raccomando a tagliare perché qui vengono gli apostoli della tagliatella e non sai mai chi sono e se le tagliatelle non sono perfette gli apostoli della tagliatella ti fanno una croce sopra e tu non lavori più. Bologna chiude le trattorie storiche con la mezza porzione ma apre locali baby friendly dove puoi comprare le piante da giardino mentre fai l’aperitivo e nessuna di queste cose (nè le piante, nè l’aperitivo, nè il baby) verrà interamente pagata dal frutto del tuo lavoro perché nessuna delle persone che conosco guadagna tanto da potersi permettere tutte queste tre cose contemporaneamente senza l’ausilio dei genitori, che probabilmente sono anche apostoli della tagliatella.
Io non lo sapevo, perché non ho mai smesso di amare un cretino (ho avuto un paio di cretini, anche tre, ma non amavo nessuno di loro) ma è proprio così: all’improvviso lo vedi per quello che è, cioè un cretino, e la sensazione è quella di mangiare la farina col cucchiaio.
O questa