Disaffezione

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Proprio come Frances Ha, ad un certo punto anche io mi sono risolta a tirare fuori dalla cantina la mia vita in perenne assetto da trasloco. Non è stata esattamente una passeggiata di salute, capire di essere tra quelli che rimangono. Io ci ho messo un anno, non esattamente il migliore della mia vita, tre anni fa. Dopo quell’anno è arrivato un quadro lungo tre metri e alto circa uno, il quadro che c’era nel salotto della casa in cui sono cresciuta, regalo di mio padre. E’ arrivato dentro una grossa cassa inchiodata che il salvatore delle mie penne ha schiodato, un chiodo alla volta, mentre io mi facevo venire una crisi isterica in cucina farneticando su eventuali noleggi di seghe elettriche.
Abbiamo attaccato il quadro. La cassa non l’abbiamo buttata perché non avevamo voglia di chiamare quelli dei rifiuti ingombranti, quindi l’abbiamo messa in cantina.
Forse mi sono concentrata un po’ troppo sul portare a termine l’obiettivo, cosa che del resto mi capita piuttosto spesso, lasciando completamente fuori fuoco tutto il resto. Dunque, mentre mi guadagnavo la felicità stanziale, mentre mi affezionavo ad alcune persone, proprio quando per ben due cambi di stagione dell’armadio la vertigine del pensiero “chissà se sarò ancora qui quando avrò bisogno di questi vestiti” non mi aveva più stuzzicata, proprio allora si rendeva evidentissimo un fatto: il lavoro – quella cosa che si fa da grandi – non è qui, non ancora, e non è detto che lo sarà.
“Se non lo sarà, dovrai rifare gli scatoloni, tata. Lo sai, vero?”
“Ma io non posso, ho il quadro. Che ne faccio del quadro? Non posso portarmelo in giro”
“Lo so che hai il quadro ma nessuno continua a fare tre lavori contemporaneamente di cui neanche uno vagamente certo perché non ha voglia di staccare un quadro e rispedirlo indietro. Non è tempo per appendere quadri”
“Ma non posso rispedirlo indietro!”
“La cassa è ancora in cantina, ti ricordi? Siete stati previdenti, per una volta”.
Questo contributo ci è stato gentilmente offerto da Sally Albright e Joey Potter, entrambe autrici della parte più controversa della mia personalità, quella che sarà rivalutata dai fan solo dopo la mia morte.
Insomma, da qualche tempo c’è un nuovo obiettivo ed è la disaffezione: ci sono altri odori per le stesse stagioni che cambiano, altri mercati il sabato mattina, altro sole, altra nebbiolina, altre strade belle, altri bar del cuore, sei sicura di volerti tenere questi?
Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, non ti mette ansia? Un po’ sì, confessa. Non hai voglia di una città con una metropolitana? Con dei tram, magari, così è proprio sicuro che ti perdi.
Quella libreria scura che hai ficcato dentro casa a suo tempo – perché i libri dovevi pur posarli da qualche parte – è orrenda e lo sai. Era la tua prima libreria e non avevi alcuna competenza per scegliere un oggetto del genere. Nella casa nuova potrai averne una fatta a modino, per scegliere la quale avrai frequentato corsi serali di arredamento d’interni e avrai battuto tutti i mercatini delle pulci della tua regione. Se resti qui ti devi tenere quel casciabanco nero che ogni volta che lo guardi ti si rivolta lo stomaco e ti ricordi di quando l’hai ordinato in piena notte dal sito Ikea sperando di beccare le misure e che il muro fosse largo abbastanza.
Magari scegliere un posto con la testa – quel grosso bozzo che hai sopra al culo – porta a risultati migliori. Magari le viscere e i muscoli involontari dovrebbero rimanere quello che sono: carne di ultimo taglio, non strumenti che dovresti usare per scegliere dove vivere e cosa fare da grande.
Magari, in un altro paese, un tizio promotore di eventi che introduce un cortometraggio in un cinema non farnetica di prossime venture proiezioni cinematografiche baby-friendly grazie alle quali i genitori di bambini da zero a tre anni saranno incoraggiati a portare i propri pargoli in sala – sala che sarà attrezzata con fasciatoi e cuscini morbidi per le zone allattamento –  grazie a una geniale idea avuta di concerto da lui, da sua moglie e dal loro bambino di un anno e mezzo e trovata sensazionale dal gestore del cinema che se ne è detto entusiasta. Magari, in un altro paese, il gestore del cinema avrebbe chiamato la neuro deliri, il telefono azzurro, il telefono rosa, telefono giallo come per le rivelazioni sulle stragi di stato, i carabinieri, batman. O magari no, ma certamente non avrebbe consentito che il co-ideatore di un anno e mezzo rimanesse in sala a gorgheggiare per tutti e 25 i minuti di cortometraggio. Forse, in un paese diverso, il pubblico avrebbe trovato assurdo da parte dei genitori costringere un bambino di un anno e mezzo (per quanto co-ideatore) in sala anche per i successivi 92 minuti di Still Life di Uberto Pasolini.
Se da qui non te ne vai, questi prodotti di un’ educazione impartita da padri porto alegre social forum a ridosso dell’andropausa e da madri ben più che quarantenni stritolate dai trattamenti per la fertilità, ecco, questi prodotti cresceranno. E poi voteranno. E il loro voto varrà quanto il tuo. Pensaci.

“I sound stoned, I’m not stoned” – Frances Ha

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A me non è mai successo di telefonare a un ex fidanzato per fargli uccidere un ragno. Anche se lo avessi fatto, è probabile che nessuno di loro mi avrebbe chiesto, trovandomi in lacrime subito dopo l’esecuzione della quale ero stata mandante, “Che fai, cosa c’è da essere tristi? Cosa volevi, che lo catturassi e lo riabilitassi?”
E se avessi un padre con una perversione per il nano da giardino, difficilmente rapirei il nano e lo farei viaggiare per il mondo affinché il rosicamento per il fatto di avere una vita meno interessante di quella di un soprammobile spingesse mio padre a diventare normale. Più probabilmente – dopo un opportuno percorso di psicoterapia – mi godrei la mia scusa passe-partout per tutte le manie e le nevrosi di ieri oggi e domani.
Non danzerei mai e poi mai in un bar davanti a sconosciuti. Non senza essere a un passo dal coma etilico, almeno.

Voglio dire, non è che non mi piacerebbe essere come loro, ma non lo sono. Davvero,  posso empatizzare solo fino a un certo punto con Annie, Amélie e Nana, nonostante la mia gatta sia stata battezzata in onore di una di loro.

Se è per questo non ho mai neanche seguito i miei sogni fino al punto di rischiare l’indigenza. Però mi sono anche sentita sola da morire in alcuni posti davvero bellissimi. Non era proprio Parigi, ma insomma…
Ho smesso di fare ordine in giro appallottolando i miei vestiti in fondo all’armadio intorno al 2002 e non riesco neanche a lavarmi i denti se non rifaccio prima il letto. Però ho dei ridicoli e adorabili vestitini fiorati e mi ostino ad arrotolare i leggins a un terzo di polpaccio, che non è una grande idea se sei alta sotto il metro e ottanta.
Per quanto innamorata io sia di Adam Driver, gli avrei spaccato la testa a bottigliate già durante la cena. Cena che comunque difficilmente gli avrei offerto. Però ho tenuto le mie cose in una cantina di Bologna per 5 anni, per non fare mille traslochi in attesa di trovare un posto definitivo che chi lo sa se sarà qui o boh: intanto gli scatoloni sono fatti, sono in cantina, vanno solo spediti.
Ma soprattutto: io ho delle amiche.
Quasi nessuna cosa mi ha dato la stessa angoscia, lo stesso sentimento di disperazione, di quando che ho sentito davvero che una di loro era andata troppo avanti, o che invece era rimasta indietro, o che se ne stava fuori, o che magari fuori c’ero io.
Insomma, che questo posto mio e della mia amica fosse qualunque altro posto tranne che una accanto all’altra. Ecco, quasi nessuna cosa.

‘a rricerca

Dopo 12 giorni a Palermo, posso affermare pubblicamente alcune cose. Altre cose, al contrario, preferisco tenerle per me.
Tra quelle che mi sento di affermare pubblicamente:

La bruttezza può essere considerata bella, certo. Purtroppo è altrettanto facile che, per qualche incomprensibile ragione, anche la bellezza venga all’improvviso considerata brutta. E’ una possibilità che andrebbe tenuta in maggiore considerazione dai panormiti. Se non si fidano di me di me potrebbero almeno chiedere, che so, a Sandra Milo.
C’è gente che va in bicicletta.
C’è gente che fa bambini.
C’è gente che apre negozi nel centro storico.
C’è gente che apre negozi fuori dal centro storico.
C’è gente che esce di casa anche se è buio e non passa molta gente da questa strada.
C’è gente che usa la cintura di sicurezza. Davvero.
C’è gente che va a correre alla Favorita, perché correre fa bene e se ci sono gli alberi è meglio. Davvero.
C’è gente che cresce bambini.
C’è gente che va al lavoro, tutti i giorni. O lo cerca, al limite, tutti i giorni. Davvero.
C’è gente che attraversa la strada con dei passeggini. Davvero.
C’è gente che usa gli anticoncezionali. Sempre. Davvero.
C’è gente che getta il sacco dell’immondizia dentro il bidone dell’immondizia. O ce la mette tutta per farlo, al limite. Davvero.
C’è gente che fa cioccolatini e torte fatte in casa, in un piccolo bar. Da ben 5 anni. Davvero.
C’è gente che fa la dieta.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde. Davvero.
C’è gente che conosce l’uso delle rotonde ma sa che non funzionerà.
C’è gente che va a limonare a villa Trabia, anche oggi. Davvero.

C’è gente che cerca parcheggio. Davvero.
C’è gente che paga tutte le tasse, anche quelle su cose come i rifiuti o la sanità. O il possesso degli unicorni. 

C’è tutta questa gente, insomma, che si comporta come se vivesse in un posto normale.
Davvero.

E poi c’è la pasta coi tenerumi, il mio alimento proustiano. Sì, Proust. Quel francese che si è impossessato della paternità di un libro, altrimenti scritto da un palermitano e ambientato a Partanna Mondello. Quello che comincia con un tizio che mangia una pasta coi tenerumi – forse cucinata da tale Maddalena, nome che infatti viene furbescamente mantenuto anche nel plagio del francese – e inizia a ricordare cose. Il titolo originale era ” ‘a rricerca rú tiempu pirdùtu”.