Vera, bella vera (su Vera Chytilovà, non una pussy riot)

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Pochi giorni fa è morta Vera Chytilovà, una regista ceca, l’esponente di punta del nuovo cinema cecoslovacco della fine degli anni Sessanta. Sentite anche voi che sta per partire da qualche parte la famosa dichiarazione fantozziana cui seguirono i 92 minuti di applausi? Sentite anche voi la disperata invocazione morettiana “noooo, il dibattito nooo”. Beh no, infatti no.
La scorsa estate, gli illuminati organizzatori del Riesumato, decisero di presentare in proiezione una retrospettiva anomala: solitamente sono i restauri quelli che trovano posto nei cinema di Bologna e in piazza in quel periodo, sia in pellicola sia in digitale 2 o 4 k. In questo caso no. In questo caso, in cabina sono arrivate delle pizze anche piuttosto malandate, le copie migliori rimaste tra quelle proiettate nei cinema cechi a cavallo degli anni Sessanta, così come le hanno trovate. Perché? Non solo perché fa figo. Perché sono film a colori girati da gente che aveva una trentina d’anni ed era appena uscita dalla scuola di cinema: insomma, non puoi pretendere che facciano scelte normali tipo comprare un mega stock di pellicola agfacolor berlinese e fare un paio di filmini. Quindi questi tizi comprano un po’ di  pellicola negativa Estmancolor e un po’ di bianco e nero Kodak – che sono occidentali, di qualità superiore, care come il sangue – ma poca, girano il film, e poi sviluppano e stampano su positivi Orwocolor, una pellicola che è prodotta a Lipsia, e non ti dico che la trovi anche al Lidl ma quasi. Il punto è che i registi e i direttori della fotografia si accorsero strada facendo che l’uso di due diversi tipi di pellicola colore aveva reso la forografia dei film abbastanza pazzesca, ma usarono quell’espressione tipicamente ceca traducibile più o meno come “sticazzi, tanto pure le trame mica sono normali”, e fecero un tot di film che fate conto di mangiarvi una fetta di torta all’origano (‘blink blink’ occhietto) e poi entrare al cinema. A margine si potrebbe aggiungere che quando avranno voglia e soldi per restaurare questi film ci sarà da riderissimo, perché come la restauri una cosa se non sai che diamine è successo ai colori? Se non sai se quell’effetto era voluto dall’autore, o è un caso, o  è un’alterazione frutto del decadimento? Non conterei sul direttore della fotografia, ad occhio e croce: l’ultimo rimasto in vita è talmente lucido che ha preteso di trascorrere 50 dei 60 minuti di seminario dedicato a lui in persona LEGGENDO le cinque pagine di manifesto degli archivi della Repubblica Ceca e impedendo agli altri relatori qualsiasi intervento. Finito di leggere è andato via e la moderatrice ha avuto un’ischemia.
Purtroppo anche la Vera ci ha lasciati, e dispiace molto.
Perché, a fine giugno dell’anno scorso,  vedere sedmikràskyle margheritine o daises, fate voi – è stato come farsi un paio d’ore di ipnosi collettiva, io lo so perché c’ero. Ma non quell’ipnosi à la Tarantino o à Scorsese o à la Leone , dove sembra che prima di entrare al cinema ti abbiano impiantato dietro al collo i cavi tipo ghost in the shell e quindi tu non sei altro che una bambola di lattice abitata da un sistema operativo che poi sarebbero Tarantino o Scorsese o Leone e sono loro a dirti quando ridere, quando trattenere il fiato, quando dire “nooooo, attentooo!”. Un’ipnosi collettiva diversa: sei fatto, semplicemente fatto, e qualcuno lì sullo schermo davanti a te ti sta facendo vedere una cosa che proprio non sapevi di te, oppure sì ma non l’avevi capita tanto bene come la sta dicendo lui. Penso che ognuno ci abbia visto la sua, di cosa di sè, tutta colorata strana, diversa da quella di tutti gli altri.
Insomma, le margheritine è la storia di Maria e Maria, una è bionda e una è mora. Non sappiamo niente di loro e non ne sapremo mai niente, sono due qualunque, senza storia, due bambole: falle abitare da qualunque cosa ti piace che le abiti. Nel caso non fosse abbastanza chiaro, caro spettatore, la Vera te le fa vedere nella sequenza di apertura, abbandonate contro una parete di legno come marionette senza fili.
“La gente non capisce niente” convengono Maria e Maria
“Da ora in poi saremo cattive”
“ok, diventiamo cattive”.
Non immaginatevi cose particolarmente truci, la cattiveria come la intendiamo noi implica una presa di posizione precisa, e prendere posizione è proprio l’ultima cosa che hanno in mente le nostre ragazze. Maria e Maria si mettono a gironzolare per il film, da un capo all’altro, in città, in appartamento, in campagna, abitate solo da una sorta di bisogno primario di qualità superiore: mangiare bene (e tanto), bere tantissimo, fare un bagno (magari nel latte, magari inzuppandoci il pane) provarsi dei vestiti che stanno bene alle ragazze (perché alle ragazze carine stanno bene i vestiti carini), fare a pezzi i vestiti carini con delle forbici, sprecare, rompere le cose, dormire. Senza motivo, senza malizia, senza urgenza: così tanto per fare, perché tanto chi se ne frega, tanto la gente non capisce niente.
In una delle ultime scene, Maria e Maria si intrufolano in un gran banchetto e letteralmente lo sventrano: non mangiano per fame, non distruggono per rabbia: giocano. E giocando sventrano. Vengono punite, qualcosa (qualcosa cosa? qualcosa chi? Ognuno decida per sè) le trascina in acqua alta, “aiutateci, non vogliamo morire, non vogliamo più essere cattive, aiutateci”. Fermo immagine. Una macchina da scrivere (manovrata da chi? Ognuno decida per sè anche qui) dattiloscrive sullo schermo questa frase “Anche se avessero una possibilità, probabilmente andrebbe così…”. Maria e Maria tornano nel banchetto che hanno devastato, si mettono a ricomporre alla bell’e meglio torte di quaglie, gelatine, cadaveri sventrati di carpe e trote, riassemblano cocci giustapponendoli e dando loro la forma che dovrebbe avere un piatto e apparecchiano il tutto in tavola.
Io ci ho visto il relitto dell’aereo di Ustica, prima ancora di vederci la mia vita tutta intera.
E dietro tutta questa scena, le voci di Maria e Maria che sussurrano, rincorrendosi, come un mantra “Puliamo, puliamo tutto. Se lavoreremo sodo e saremo buone saremo felici. Quando avremo fatto tutto saremo buone e saremo felici”.

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2 thoughts on “Vera, bella vera (su Vera Chytilovà, non una pussy riot)

  1. quindi, se ho ben capito…
    dovessi mai trovare ‘sto film da qualche parte, potrei non scapicollarmi per cercare di vederlo?
    se anche me lo, perdo non ne avrò un gran danno?
    però sento che tu sei uscita migliore, più forte da questa esperienza!

    • se incappi è un bellissimo incappare, anche se è un po’ difficile da reperire: so che c’è una bella edizione francese. Comunque credo appartenga a quel genere di exploit creativi che non fanno di te necessariamente un grandissimo regista: in questo caso la Vera aveva qualcosa da dire e ha trovato un modo fantastico per dirla, pare che gli altri suoi film non siano “all’altezza”. Boh, personalmente le sono molto grata.

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