Cose che non conosco

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Alcuni anni fa, il mio status di giovane studentessa universitaria mi permise di accedere in qualità di giurata a questo festival di documentari che oggi – forse anche per ragioni che hanno a che fare con questa completamente folle e aprioristica considerazione delle opinioni di chiunque – è andato un poco in disgrazia, con rispetto parlando.
Da qualche tempo non mi era più capitato di pensare all’esperienza, la parte più nitida del ricordo della quale è legata fondamentalmente a due faccende:
1) C’è un buco nel pavimento e un coso che manda acqua a pioggia che lo sovrasta. E tu potrai farti la doccia solo se saprai inserirti tra questo buco e il coso che lo sovrasta. Che sembra quello che fai di solito, ma non lo è.
2) Ho una camicia da notte con le bretelline con uno snoopy fucsia su fondo nero e devo dormire con un individuo amico ma non amicissimo al quale vorrei apparire rispettabile anche in seguito. Fare le zozzerie semplificherebbe tutto, ma chi ne ha voglia. La cosa viene risolta mediante l’utilizzo di leggins arrotolati a mezzo polpaccio, molto esistenzialisti, e grazie all’uso consapevole del reggiseno anche durante il sonno. E di una tizia che fa le zozzerie con lui in un’altra stanza.
Insomma, non mi ricordavo più di quel giovane valdostano incontrato il giorno delle presentazioni, mandato come me a giudicare le cose in virtù di quel candore misto a passione che si suppone debbano scaturire automaticamente dalla tua studentitudine al dams di Bologna. Chi poi abbia deciso questa storia della virtù, è per me un mistero tra i più oscuri.  Comunque, il valdostano aveva catturato la mia attenzione per due ragioni:
1) Era valdostano. E potrebbe bastare.
2) Davanti a una piadina, così dichiarava “io ho solo due modi per giudicare un film: è bello o è brutto”.
Davanti a questa affermazione, ogni mia volontà di raccogliere approfonditi aneddoti sulla sua infanzia bucolica trascorsa a rincorrere le mucche di Antey-Saint André – cosa che io avevo cercato di fare quando mi portarono lì in vacanza per due settimane, con l’entusiasmo che solo una novenne siciliana con un manuale delle giovani marmotte che dovrebbe aiutarti a identificare piante e fiori – capitolò per sempre. O è bello o è brutto? Scherzi? Inorridii. E, per i successivi tre giorni, ogni volta che questi si manifestava davanti ai miei nobilissimi occhi investiti dalla missione giudicatrice, assumevo l’espressione tragica e sconcertata di Maria Antonietta catturata dal popolo.
Poi successero altre cose e altre e altre ancora, e dimenticai l’episodio del valdostano. Anni dopo, andai al cinema e vidi La grande bellezza di Paolo Sorrentino e dissi “mbff…”, poi raggiunsi le mie amiche in via del Pratello e parlammo d’altro. E anche a casa col mio fidanzato, che non va mai al cinema, parlammo d’altro. E poi il giorno dopo ci avevo dormito su e me n’ero dimenticata e allora forse “mbff…” era il commento più azzeccato. Insomma, “mbff…” è davvero tutto quello che ho da dire su questa faccenda de La grande bellezza, ed è anche tutto quello che ho detto.
Il punto è che se io posso dire “mbff…” e sentirmi tutto sommato a posto con la mia autorappresentazione di raffinata intellettuale, per quale ragione uno che ha come categorie bello o brutto – cosa che, vorrei precisare, ora mi appare del tutto lecita, soprattutto se hanno smesso di farti fare il giurato ai festival di documentari  – insomma, perché uno così non può limitarsi a dire “mbff…” e deve invece spiegarsi tantissimo? Perché chiudersi in un dignitoso silenzio – del tutto simile a quello dietro al quale si chiude qualunque persona normale, se interrogata su cose che non conosce, per evitare di impersonare di fronte ad altri il perfettissimo pinòlo – è una prospettiva così odiosa quando si parla di argomenti tipo La grande bellezza o persino in generale del cinema?  A titolo di esempio, ecco un breve elenco di argomenti-tipo sui quali io trovo che sia perfettamente lecito non esprimere alcuna opinione, visto che non ne ho di precise, senza che questa cosa intacchi minimamente la percezione nè mia nè di altri sulla mia stessa intelligenza: fuorigioco, teorie e tecniche del ferro da stiro, origami, ritrovati tecnici successivi all’invenzione del fuoco, montaggio mobili, autoveicoli in generale, lego, Renzi, bondage.
Credo che tutto questo abbia in qualche modo a che fare con quella cosa per cui io posso dire che mi piace da morire Tutti insieme appassionatamente e che so a memoria ogni canzone e ogni dialogo di Aggiungi un posto a tavola, e resto comunque una persona meritevole di considerazione. Tu no. Se te ne frega che la gente di cultura ti rispetti – e, credimi, non ce n’è alcuna ragione – tu devi almeno fingere in maniera credibile di aver visto tutti e tre i colori di Kieslowski e devi dimostrarci che sai come si scrive Kieslowski senza l’ausilio di google: altrimenti, scusa, ma no.
Nel senso: fallo, ma sappi che ti stai rendendo ridicolo.
Insomma, per concludere, come sempre questa cosa è stata resa in maniera assai chiara da uno – non a caso – più titolato di me a parlare di quasi qualunque argomento.

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5 thoughts on “Cose che non conosco

  1. Ciao, ho letto tutto quello che hai scritto su questo blog (difficile da trovare se non cercando di proposito ed ostinatamente) e mi piace molto. Vorrei scrivessi di più, perché io sono una lettrice compulsiva…
    Cela

  2. … e ho visto davvero e per intero i tre colori di Kieslowski, tanto tempo fa (ecco perché ormai ricordo poco :-D)
    Cela

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