Lauto ritratto

Non sarà facile ma sai
si muore un po’ per poter vivere…
(Insieme a te non ci sto più, P. Conte-M. Virano-V. Pallavicini, 1968)

Chi mangia fa briciole
(Anonimo)

E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via
(Caterina, F. De Gregori, 1982)

Ma anche questa.
E soprattutto questo, ma proprio tutti e 107 i minuti, con un particolare trasporto durante le operazioni di fracassamento del vasellame.

Questa cosa di non sapere cosa succederà.
Il fatto che (e dico sul serio, ci ho pensato fino ad eliminare quasi del tutto lo spazio tra le mie due orecchie) quasi qualunque scelta – escluse quelle che sarebbe preferibile evitare, contenute in una breve lista che ho stilato, tra le quali l’animazione per bambini, la cavia umana e l’emigrazione nell’estremo oriente – davvero, quasi qualunque scelta ha le stesse, identiche possibilità di sortire in
trionfo o
sventura o
niente di niente.
Ma proprio le stesse possibilità. E il fatto che se ne verifichi una o un’altra è impossibile da prevedere e da ponderare e di conseguenza anche da influenzare, almeno al netto di una potente fede nella spiritualità e nell’ultraterreno (e nei poltergeist e nei criceti zombie e nei gremlins, aggiungerei).
E quindi pace, insomma.
Ecco, questa cosa ha dei risvolti a tratti esilaranti, e credo che quando tutto questo sarà finito, in uno qualunque dei modi di cui sopra, potrò finalmente farmi esplodere un embolo a furia di ridere. Tuttavia non è ancora quel momento. E, se insieme a te è nata una certa fantasia galoppante e difficilmente imbrigliabile, le circa 18 ore di veglia possono diventare impegnative.

LA MENTA

INFESTANTE
Può succederti ad esempio di vedere le cose. I segni, santiddio.
Tipo, la menta che durante la scorsa estate prosperava sul vaso in balcone, ormai da mesi è ridotta a un cumulo di rametti mummificati e completamente secchi. Non è grave, pensi tu, tanto muore ogni autunno. “La menta è infestante”, dice Elena accarezzandosi un gran pancione che cresce di giorno in giorno da otto mesi, ininterrottamente. Se lo dice lei, che sta sperimentando la storia del miracolo della vita, lei che tra poco potrà affermare con lo stesso piglio polemico e consapevole che ha Molly in Senti chi parla  quando dice al tassista James “provi lei a far passare una cosa grande come un cocomero da una cosa grande come un limone”, insomma, se lo dice Elena che la menta è infestante, io le credo. Eppure io ero proprio convinta che la menta iniziasse a prosperare verso marzo – tipo quando la compri a 1 euro al vasetto e la pianti nel vaso di quella dell’anno prima opportunamente bonificato dai cadaveri – e che si suicidasse a ottobre coi primi freddi per lasciare posto a quella del marzo successivo e così via. Ciclotimia portami via. Invece no: la menta non muore, dice Elena, anzi è infestante. E com’è che le mie mente invece sono sempre morte? Sono stata io a soffocare l’altrimenti indomito istinto di sopravvivenza della menta con il solo mio crasso ignorare che questo istinto ci fosse? Le mie mente sono morte per mancanza di fiducia? Tra questi dubbi mi dibattevo il mese scorso, guardando attraverso i vetri il vaso pieno di sterpi e sentendomi parecchio cretina.
Ieri mattina, colpo di scena dei colpi di scena, tra un lungo filo mummificato e l’altro ecco dei germogli verdissimi e fragranti: la menta è infestante, persino la mia.
E quindi oggi via a liberare i germogli nuovi dai cadaveri. Via tutti i cadaveri, respiro per i germogli nuovi. Ma da dove comincio? E’ pieno di mummie rinsecchite, faccio prima a piantare quella nuova. Eh no, dai, sei sempre la solita, la tua è cattiva volontà, indolenza mascherata da strafottenza: comincia a tagliare da qualche parte e poi verrà da sè. Sì, ma le hai viste queste forbici? Come niente decapito qualcuno dei nuovi e addio. Se fai piano e senza panico non decapiti nessuno.
Capisci? Ma vaffanculo! Tutta un’intera formazione avvenuta DOPO il secolo dei lumi, buttata così perché ti serve di vedere i segni.
Comunque, qualcuno l’ho decapitato. Ma tanto è infestante.

 

Gianchi

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Gianchi mi scioglie i capelli che avevo dignitosamente raccolto in una crocchia. Mi toglie le forcine, una ad una. Come solo lui sa fare, come se fosse una cosa normale guardare in quel modo una donna in disordine senza che questa si senta giudicata. Non si scompone minimamente di fronte all’immagine di Medusa che inizia a formarsi sotto le sue mani, anzi sta lì farsi girare dolcemente le serpi tra dita. Gianchi parla a voce bassissima, e sussurra le parole a pochi centimetri dalla mia faccia per farsi sentire meglio.
Gianchi sembra il forzuto dei vecchi manifesti del circo. Con quella pelata a sfera perfetta, quei baffoni neri neri sopra un naso camuso e gli occhi allungati. Ti immagini che da un momento all’altro si infilerà una tutina a righe bianche e rosse e si metterà a sollevare un manubrio da 50 kg con una mano sola.
Gianchi mi accarezza i capelli senza paura di venirne inghiottito, mi guarda fisso negli occhi attraverso lo specchio, senza paura di finire pietrificato. A un certo punto mi dice “sai, oggi è l’ultima volta che ci vediamo”.

Gianchi è il mio parrucchiere, e non è affatto un lutto banale.
Perché se per buona parte della tua vita da donna con i capelli ricci sei entrata Medusa e sei uscita sosia del dottor Frank N Furter – sfortunatamente solo nell’acconciatura e quindi senza quelle chiappe meravigliose – o di Jo March dopo l’eroica vendita delle trecce, e se la spiegazione che ti è stata data, prima che tu procedessi ad appiccare fuoco al negozio, è “ma tanto sono ricci e poi vanno dove vogliono loro”, no che non è un lutto banale.
Gianchi è diverso.
Gianchi rispetta i capelli ricci e ne ha cura perché, dice, suo padre potava gli alberi. E pare che tra le due cose ci sia un rapporto di conseguenza logica e diretta.
Si trasferisce a Rimini perché apre un negozio tutto suo, e per questo genere di cose definitive dice che gli serve di stare al mare.
A lui auguro tutto il mare del mondo e anche di più.
A me auguro un’alopecia che mi liberi per sempre da tutti i mali.
A voi, potenziali miei parrucchieri, auguro la saggezza e la misura. E degli arredamenti ignifughi.

 

Suvvia

E_Gorey
Nell’inverno del 2001 uscì nelle sale L’Ultimo bacio. Io non andai al cinema a vederlo perché – allora come ora – non ho mai subito il fascino di Accorsi in quanto sono fermamente convinta che sarebbe preferibile fosse la donna, all’interno di una coppia, a detenere non dico l’esclusiva ma almeno un certo oligopolio sulle seguenti cose:
la produzione dei suoni ad alta frequenza
i dolori e gli sbalzi d’umore
le paure delle ipocondrie e i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Tuttavia, durante le vacanze di natale dell’anno successivo, il capolavoro veniva dato su Tele+ e io e la mia amica Lavinia* lo guardavamo, nonostante anche a lei le sopracitate caratteristiche incarnate dal maschio accorsiano fossero assai invise.
Poiché la programmazione di Tele+ non era così strabiliante, e nemmeno la vita nel capoluogo isolano lo era, durante quelle due settimane di vacanza lo guardammo spesso.  Tanto spesso da poter formulare alcune riflessioni. Il film, per chi fosse uscito dal bunker ieri l’altro dopo esservi entrato nel 1989, parla fondamentalmente di alcuni trentenni che, in maniera varia ma universalmente e inconfutabilmente pirla, rispondono alle sollecitazioni e agli sbattimenti che comporta l’ingresso ufficiale nell’adultità.
“Noi non saremo così”
“Credi che sia il caso di stipendiare un killer per controllare ogni anno, per i prossimi dodici anni, la mia estraneità a questo affresco e che possa freddarmi, in caso contrario?”
“No, perché tanto noi non saremo così”
“Mi fai tu il killer?”
Noi non siamo così, in effetti. Nè io, nè Lavinia, nè tutti quelli che nel 2001 avevano diciotto anni o anche venti e hanno pensato di assoldare un monitoratore pronto a uccidere.
Ci siamo portati sfiga.
Secondo me c’erano degli adolescenti che negli anni Trenta sono andati a vedere Gli uomini che mascalzoni… e hanno detto “Santo Iddio, no, no e poi ancora no”, e infatti all’età di Mariuccia e Bruno non saltavano su e giù tra taxi e profumerie milanesi ma erano o in montagna a sparare, o a sparare a quelli che stavano a sparare in montagna, o morti sparati.
A noi è andata un po’ meglio, in fondo: siamo solo forzatamente esclusi dalla trama ideale per una commediola altoborghese ma, insomma, suvvia.
Resta il rosico di non poter provare l’ebbrezza di  dimostrare di essere diversi da quelli del film – insomma, ci dovete credere sulla parola – ma, anche qui, suvvia.

*La mia amica Lavinia, per chi non lo sapesse, è l’autrice di una lettera manoscritta che conservo ancora oggi e che è datata novembre 2001. Eccone un brano.
“L’altra sera sono andata con Giovanna al cinema e abbiamo visto Il diario di Bridget Jones, non so se l’hai visto, è un po’ una cazzata ed è tipo la storia di una veramente sfigata che poi si riscatta. Comunque io non capisco: nei primi 30 minuti di film (quando ancora dovrebbe essere sfigata) Bridget pesa 20 kg meno di me, ha un tasso di consumo alcolico e nicotinico molto inferiore al mio, lavora in una casa editrice e si scopa Hugh Grant. E in effetti è sfigata. Ma allora cosa sono io?”

Detesto citarmi (feat. lo zio Angelo)

DSC_7532Bologna, 18 marzo 2014. Baretto in via Galliera.
– …No, perché io una volta ho conosciuto una ragazza che, insomma, era femminista. E insomma, questa, voglio dire, stava con noi. Cioè, intendo, parlava NORMALMENTE. Se eravamo al tavolo tutti insieme, voglio dire, parlava con tutti ABBASTANZA tranquillamente.
– Lo immagino, è una patologia ancora non riconosciuta ufficialmente.

Palermo, 1989. Tinello di casa. Un anziano classe 1920 e una bambina classe prima elementare guardano la tivvù. In tivvù c’è  “no Vasco, no Vasco, io non ci casco. Per quelli che la notte ritornano alle tre. Andiamo a farci un giro, fossi in te io ci starei”.
– A me piacciono di più i Righeira. A te piace lui?
– …
– Non ti piace, zio?
– …
– Allora non ti piace? Ti piace di più vamos alla plaia o-o-o-o-o pure a te, vero?
– Mio padre aveva ragione quando mi diceva “Quant’è bello mio figlio”.

Bettina la contrariosa – 2^ puntata

(Nelle precedenti puntate)
Mauro Floriani è il marito di un’esponente dell’estrema destra da sempre impegnata in prima linea contro l’affermazione dei diritti civili. Un giorno, questi viene beccato a prendere accordi con una prostituta minorenne e per questo indagato.
I media e la rete si scatenano non contro il signor Mauro cui è contestato il fattaccio, ma contro la signora Alessandra, sua moglie, che di fatto non ha commesso alcun illecito ma che
a) di cognome fa Mussolini ( a livello giornalistico ciò è rilevante)
b) ha avuto sempre&persempre – per citare un idolo dei Bettini e delle Bettine, immagino suo malgrado – posizioni da grandissima stronza nei confronti di un sacco (e, a livello umano o disumano – vale a dire il livello su cui si muove l’internauta medio – anche questo è rilevante).
Diciamo che, abbastanza trasversalmente, il tenore dei commenti del pueblo unido è “ti sta bene, stronza boccalarga”. Il che, mi rendo conto, è sciocco dalla seconda media in poi.

Ora, tutta una serie di Bettine contrariose della sinistra radicale, educata, equa e solidale si sono scagliate duramente contro questo atteggiamento perché – dicono – è sciocco e sessista. In alcuni casi è vero.
In alcuni casi.
In altri casi invece, ho come l’impressione che l’unico vero problema delle Bettine nei confronti di questo atteggiamento è, semplicemente, che esso sia ritenuto poco nobile: tutto qui.
Nel caso specifico dell’Alessandra, spiego meglio il mio ignobile punto di vista così da non imbizzarrire nessuno: sono le conseguenze dell’amore. In questo senso povera lei e povere tutte quelle che si mettono con uno stronzo. E, ovviamente no, non è colpa sua: lei è una fascista che si è innamorata di un porco criminale e andrebbero entrambi perseguiti per i rispettivi aggettivi che li contraddistinguono. Detto questo, ribadito che non è lei la criminale (o almeno non per quanto riguarda questo crimine specifico) sarebbe carinissimo capire quando è successo che è passata questa idea assurda che l’umana compassione sia un diritto di serie e non, invece, un optional molto costoso e di difficile manutenzione. Quando è passata tra quelli che si professano atei – per altro ad altissima voce – questa cosa invece cattolicissima del rispetto del prossimo come valore in generale e non, invece, o come merito (io ti rispetto se sei meritevole) o come eccezionale virtù (io rispetto qualcuno indipendentemente da quanto questi se lo meriti perché sono gesùcristo in persona)?
Dunque, tornando al discorso di prima, se abbiamo deciso che nei socialnetworks e nelle dichiarazioni pubbliche noi di sinistra dobbiamo essere nobili, va bene. Solo diciamolo. Diciamo una volta per tutte che la priorità è la nobilità: la nobiltà è tutto, poi le battaglie politiche, poi i diritti civili.
La veemenza è sbagliata, se intralcia la nobiltà e l’educazione.
Ditelo se fate sul serio, veramente, l’importante è saperlo e noi ci organizziamo di conseguenza: nessuno è più nobile di me: io mi sento Maria Antonietta.
E un’altra cosa.
Per quanto mi riguarda, sono una femmina eterosessuale di estrazione borghese: posso sposarmi, posso non sposarmi, posso fare bambini, posso non fare bambini, posso adottare bambini (certo, una volta sposata), non ho malattie genetiche che debbano farmi ricorrere ad alcuna fecondazione assistita. Non rientro in nessuna minoranza meritevole di tutela e/o non adeguatamente tutelata. Io sono tutelatissima, sulla carta, in virtù di puro santissimo culo. Quindi, di fatto, sarebbero fondamentalmente affari vostri che siete nati gay o malati o poveri o tutte queste cose insieme. E sono affari dei VOSTRI rappresentanti che teoricamente dovrebbero battersi per voi. Io non sono tra questi rappresentanti, non sono  un’opinion leader nè sono a capo di alcuna fazione, partito, comitato, club a tutela delle minoranze non tutelate.
Tutto questo per dire che, in fondo, chi meglio di me può permettersi il lusso di dire “pfui, pietà l’è proprio morta, perché non prendiamo invece in considerazione cosa sta passando lei, povera ragazza?”.
Eppure, nonostante tutte le cose che non sono e che ho elencato sopra,  io trovo che da parte di un politico o di un personaggio pubblico che fa dichiarazioni di valore politico a favore di determinati diritti blablabla sia abbastanza idiota come atteggiamento quello di non cavalcare un’onda che il tuo nemico politico diretto – e sottolineo politico – ha contribuito attivamente a creare e che ora gli si sta rivoltando contro.
Voglio dire: non stiamo parlando di una democraticissima sfiga, di un lutto causato da un pirata della strada o da un incidente aereo o da un’anestesia fatta male, stiamo parlando che c’è una tizia che di mestiere fa l’ostacolo all’affermazione dei diritti civili in questo Paese, questa tizia ha un marito e questo marito paga delle minorenni (o delle maggiorenni, o degli unicorni, o delle sirenette, non fa tantissima differenza) per fare sesso. Mi stai dicendo sul serio che vuoi darle il tuo numero nel caso lei voglia sfogarsi in piena notte? Io credo che tu possa anche darglielo, certo, e questo ti fa onore e hai tutta la mia stima, ma fallo in privato.
Perché non credo affatto che, allo stato attuale dei diritti civili in questo paese, possiamo permetterci il lusso dell’educazione, della clemenza e del fair play: perché, semplicemente, sarebbe stupido. Chi, come la Mussolini, fa dichiarazioni di un certo tipo – che sono dichiarazioni politiche e l’umanità grazie al cielo non c’entra proprio niente – e sbatte il muso PROPRIO su faccende che hanno DIRETTAMENTE a che fare con quelle dichiarazioni, in pubblico va trattato da avversario politico SEMPRE, che abbia le braghe al loro posto o meno, che sia in piedi salda o in terra a quattro di bastoni. E questo dovrebbe essere valido anche in periodo di vacche grasse. Per capirci, un periodo di vacche grasse è un periodo in cui non c’è una parte dell’elettorato e dei contribuenti che non può beneficiare di alcuni diritti civili solo e unicamente per via delle proprie preferenze sessuali. Un periodo in cui non è reso quasi impossibile (o comunque molto difficoltoso, o comunque più doloroso in maniera non necessaria) l’esercizio di un diritto sancito dalla legge e cioè quello scegliere o meno di portare avanti una gravidanza.
Vi sembra un periodo di vacche grasse, questo?
Vi sembra che possiamo permetterci di essere blasé? di sventagliarci il viso davanti ai nostri tè al latte facendo finta che sia colore locale?
Com’è che voi, dirigenti, opinion leader, giornaliste donne,  riuscite ad avere questa nobiltà che vi deriva da non so quale visione a volo d’uccello e che vi consente questo splendido lusso della clemenza?
Sintetizzando, e usando il consueto machete da ragionamento a me tanto caro: nonostante i privilegi che mi derivano dal fatto di appartenere per diritto di nascita a una borghesia eterosessuale priva di malattie genetiche, io credo che andare in giro con una maglietta con lo sfondo di un bel mulino bianco barilla, il faccione tumefatto della Mussolini e la scritta a fumetti “siamo per la famiglia tradizionale dove ci sono una moglie e un marito che va a troie”, non sia per niente giusto. Tuttavia, credo che sia utile.

Bettina la contrariosa – 1^ puntata

arroseur-arrose-Una premessa di natura biografica:
giro spesso per la rete e leggo molto, come la maggior parte di voi che siete capitati qui nonostante io non sia esattamente un drago nell’autopromozione. Siccome credo di essere affetta dalla sindrome del classificatore, e siccome non sono abbastanza intelligente da classificare più di due categorie per fenomeno, per quanto riguarda il fenomeno “blog&bloggers” sono riuscita ad individuare due categorie:
1) Quelli che abitano nella parte bella del mondo
2) Quelli che abitano nella parte brutta del mondo
Siccome sono cresciuta con una grande ammirazione per il punto di vista di Daria Morgendorffer, tendo ad amare di più i secondi e a riconoscemisivicici, come diceva la mai troppo amata Marchesini. Tuttavia leggo molto volentieri i primi, li apprezzo, hanno il dono di alleggerirmi e, se sono bravi come ad esempio lei, non mi viene neanche voglia di rincorrerli con un liquidator caricato ad acido muriatico.
Quando ho cominciato questo blog – dopo non aver scritto per un paio d’anni su quello vecchio – ho deciso di fare questo esperimento frutto della milleeunesima visione di Aprile del mio faro nella notte Nanni Moretti: scrivere solo di cose che mi piacciono, niente indignazione, niente brutture, niente ironia distruttiva su quella carne da cannone mancata che ci circonda tutti i giorni e cui dobbiamo anche prenderci il disturbo di dire buongiorno e buonasera (come vedete, non ho mai perso l’allenamento). Insomma, vivere dalla parte bella del mondo, ma con l’esperienza di chi è abituato alla parte brutta. Come Tom Hanks in Cast Away quando lo ritrovano e gli prudono un po’ i calzini.
Ora, ultimamente ho un po’ di tempo libero e purtroppo solo lunedì avrò la prima lezione da apprendista dalle gentili signore che, mosse a compassione, si sono offerte di insegnarmi a tirare la sfoglia a mano così che io possa dire di avere almeno una abilità precisa e non debba replicare all’infinito la scena di Aldo Giovanni e Giacomo al ristorante quando ci mettono 800 parole difficili a dire che semplicemente fanno i commessi nel negozio di ferramenta del suocero.
“Che lavoro fai?”
“Faccio la sfoglia, vuoi un kg di tortellini a 36 euro?” Questo è il piano.
Ma torniamo a noi, torniamo a me che per ora ho un sacco di tempo libero.
Sulla rete ho potuto constatare una certa tendenza propria dei pensatori molto radicali che, con uno sforzo veramente estremo di semplificazione, mi sentirei di mettere nella sinistra radicale, equa e solidale, più realista del Re e più cattolica del Papa. Questa tendenza non so bene con che parole spiegarla, mi viene in aiuto lo zio Angelo, mai troppo compianto mio prozio del cuore, che quando voleva dirti che stavi facendo il contrario di quello che avresti dovuto fare in un universo governato dalla ragion pratica diceva “Sei come Bettina la contrariosa, che annaffia le piante quando piove”. Ora, questa tendenza che riscontro in determinati pensatori della sinistra radicale blabla è simile al comportamento della Bettina di zioangeliana memoria, ma ha qualcosa in più: Bettina dice “sticazzi” e annaffia, per ragioni sue che non è sua premura nè suo interesse farci conoscere. Questi altri personaggi, invece, fanno un’operazione che io mi sono spiegata così nel suo manifestarsi, ma della quale non riesco a spiegarmi nè la genesi nè la ragione, e su questo vi pregherei di esprimervi numerosi. Esempi tra parentesi in corsivo.
– Scovano con testardaggine e pervicacia un argomento sul quale la maggior parte delle persone ha una reazione de panza o de core o de dove hanno sede i tuoi sentimenti meno presentabili nell’alta società (le quindicenni della Borromeo che la danno via come non fosse loro)
– Individuano qual è il giudizio tipico della volgar massa su questo argomento (buttane loro e buttane le madri. E cornuti i padri)
– Posizionano il proprio giudizio all’opposto di quello della volgar massa [ (ma che buttane! Sono vittime della nostra disattenzione, è la Borromeo la buttana!) e su questo giudizio mi trovo in parte d’accordo]
– Radicalizza questo pensiero controtendente su posizioni che sarebbero comiche se non fossero inquietanti (Sono piccole donne libere e liberate, padrone del proprio corpo, adulte consapevoli, siamo noi ad essere un condensato di nevrosi e sessofobie)
Non credo ci sia bisogno di specificare che l’unica posizione che mi sento di assumere sulla Borromeo – riguardo a questa presunta inchiesta e riguardo a molte altre cose – è quella del rolling thunder che rese celebri alcuni wrestler americani. Però insomma, amica ultrafemminista che amiche lo siamo sul serio, fino a due giorni fa parlavamo di corpi delle donne, aspiranti miss bambine che per legge devono smettere di aspirare, e ora (ammesso che sia vero, non lo credo, o almeno non credo – purtroppo –  che la questione sia così semplice) le quindicenni che fanno le zozzerie con altri quindicibarradiciottenni, che si sono preparati all’evento con un tutorial su x-hamster il pomeriggio precedente, sono un modello desiderabile e pionieristico di autodeterminazione della propria sessualità? Daje. Anzi, come direbbe lo zio Angelo, amunì.
Ma questa è già storia vecchia.
Ieri era la faccenda del marito della Mussolini a scatenare tafferugli uterini tra i più appassionanti. Riassumo per chi fosse appena tornato da una vacanza ad Alicudi in cima a un albero o fosse appena sceso da qualche torre eburnea. Mauro Floriani è un ex ufficiale della guardia di Finanza che ha sposato Alessandra Mussolini, nipote del fu Benito. Visto che i treni in orario come loro nessuno mai,  qualche tempo dopo il matrimonio con la nipote del Duce, Floriani è diventato dirigente delle Ferrovie dello Stato. Pochi giorni fa viene fuori che la voce di questo signore compariva, insieme alle voci di altri signori, tra quelle che interloquivano con le prostitute ragazzine dei Parioli del noto scandalo di qualche tempo fa. Floriani e gli altri non stavano esattamente cercando di redimerle, mi par di capire. Mauro Floriani è indagato, insieme agli altri. Fine della storia, per il momento.
I media e la rete si sono scatenati – com’era, non dico auspicabile, ma certamente  comprensibile sia a livello giornalistico sia a livello biecamente e barbaramente umano – non contro il signor Mauro cui è contestato il fattaccio, ma contro la signora Alessandra che di fatto non ha commesso alcun illecito ma che a) di cognome fa Mussolini ( a livello giornalistico ciò è rilevante) e che b) ha avuto sempre&persempre – per citare un idolo dei Bettini e delle Bettine, immagino suo malgrado –  posizioni da grandissima stronza nei confronti di un sacco ma proprio un sacco di categorie (e, a livello biecamente e barbaramente umano, anche questo è rilevante).
Diciamo che, abbastanza trasversalmente, il tenore dei commenti del pueblo unido è “ti sta bene, stronza boccalarga”. Il che, mi rendo conto, è sciocco in generale e anche in particolare.
Ma c’è un’altra cosa che trovo, oltre che estremamente sciocca, anche estremamente dannosa, e questa cosa è latteggiamento di questi Bettini i contrariosi di stampo radicale, equo e solidale, su faccende come questa. Perché su faccende come questa che, data la natura dei protagonisti coinvolti, vanno a pescare direttissimamente nella questione dei diritti civili in questo Paese, non credo che possiamo ancora permetterci nè il lusso della solidarietà nè alcun tipo di atteggiamento blasé.
E su questo mi dilungherò nella prossima appassionanta puntata.

Vera, bella vera (su Vera Chytilovà, non una pussy riot)

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Pochi giorni fa è morta Vera Chytilovà, una regista ceca, l’esponente di punta del nuovo cinema cecoslovacco della fine degli anni Sessanta. Sentite anche voi che sta per partire da qualche parte la famosa dichiarazione fantozziana cui seguirono i 92 minuti di applausi? Sentite anche voi la disperata invocazione morettiana “noooo, il dibattito nooo”. Beh no, infatti no.
La scorsa estate, gli illuminati organizzatori del Riesumato, decisero di presentare in proiezione una retrospettiva anomala: solitamente sono i restauri quelli che trovano posto nei cinema di Bologna e in piazza in quel periodo, sia in pellicola sia in digitale 2 o 4 k. In questo caso no. In questo caso, in cabina sono arrivate delle pizze anche piuttosto malandate, le copie migliori rimaste tra quelle proiettate nei cinema cechi a cavallo degli anni Sessanta, così come le hanno trovate. Perché? Non solo perché fa figo. Perché sono film a colori girati da gente che aveva una trentina d’anni ed era appena uscita dalla scuola di cinema: insomma, non puoi pretendere che facciano scelte normali tipo comprare un mega stock di pellicola agfacolor berlinese e fare un paio di filmini. Quindi questi tizi comprano un po’ di  pellicola negativa Estmancolor e un po’ di bianco e nero Kodak – che sono occidentali, di qualità superiore, care come il sangue – ma poca, girano il film, e poi sviluppano e stampano su positivi Orwocolor, una pellicola che è prodotta a Lipsia, e non ti dico che la trovi anche al Lidl ma quasi. Il punto è che i registi e i direttori della fotografia si accorsero strada facendo che l’uso di due diversi tipi di pellicola colore aveva reso la forografia dei film abbastanza pazzesca, ma usarono quell’espressione tipicamente ceca traducibile più o meno come “sticazzi, tanto pure le trame mica sono normali”, e fecero un tot di film che fate conto di mangiarvi una fetta di torta all’origano (‘blink blink’ occhietto) e poi entrare al cinema. A margine si potrebbe aggiungere che quando avranno voglia e soldi per restaurare questi film ci sarà da riderissimo, perché come la restauri una cosa se non sai che diamine è successo ai colori? Se non sai se quell’effetto era voluto dall’autore, o è un caso, o  è un’alterazione frutto del decadimento? Non conterei sul direttore della fotografia, ad occhio e croce: l’ultimo rimasto in vita è talmente lucido che ha preteso di trascorrere 50 dei 60 minuti di seminario dedicato a lui in persona LEGGENDO le cinque pagine di manifesto degli archivi della Repubblica Ceca e impedendo agli altri relatori qualsiasi intervento. Finito di leggere è andato via e la moderatrice ha avuto un’ischemia.
Purtroppo anche la Vera ci ha lasciati, e dispiace molto.
Perché, a fine giugno dell’anno scorso,  vedere sedmikràskyle margheritine o daises, fate voi – è stato come farsi un paio d’ore di ipnosi collettiva, io lo so perché c’ero. Ma non quell’ipnosi à la Tarantino o à Scorsese o à la Leone , dove sembra che prima di entrare al cinema ti abbiano impiantato dietro al collo i cavi tipo ghost in the shell e quindi tu non sei altro che una bambola di lattice abitata da un sistema operativo che poi sarebbero Tarantino o Scorsese o Leone e sono loro a dirti quando ridere, quando trattenere il fiato, quando dire “nooooo, attentooo!”. Un’ipnosi collettiva diversa: sei fatto, semplicemente fatto, e qualcuno lì sullo schermo davanti a te ti sta facendo vedere una cosa che proprio non sapevi di te, oppure sì ma non l’avevi capita tanto bene come la sta dicendo lui. Penso che ognuno ci abbia visto la sua, di cosa di sè, tutta colorata strana, diversa da quella di tutti gli altri.
Insomma, le margheritine è la storia di Maria e Maria, una è bionda e una è mora. Non sappiamo niente di loro e non ne sapremo mai niente, sono due qualunque, senza storia, due bambole: falle abitare da qualunque cosa ti piace che le abiti. Nel caso non fosse abbastanza chiaro, caro spettatore, la Vera te le fa vedere nella sequenza di apertura, abbandonate contro una parete di legno come marionette senza fili.
“La gente non capisce niente” convengono Maria e Maria
“Da ora in poi saremo cattive”
“ok, diventiamo cattive”.
Non immaginatevi cose particolarmente truci, la cattiveria come la intendiamo noi implica una presa di posizione precisa, e prendere posizione è proprio l’ultima cosa che hanno in mente le nostre ragazze. Maria e Maria si mettono a gironzolare per il film, da un capo all’altro, in città, in appartamento, in campagna, abitate solo da una sorta di bisogno primario di qualità superiore: mangiare bene (e tanto), bere tantissimo, fare un bagno (magari nel latte, magari inzuppandoci il pane) provarsi dei vestiti che stanno bene alle ragazze (perché alle ragazze carine stanno bene i vestiti carini), fare a pezzi i vestiti carini con delle forbici, sprecare, rompere le cose, dormire. Senza motivo, senza malizia, senza urgenza: così tanto per fare, perché tanto chi se ne frega, tanto la gente non capisce niente.
In una delle ultime scene, Maria e Maria si intrufolano in un gran banchetto e letteralmente lo sventrano: non mangiano per fame, non distruggono per rabbia: giocano. E giocando sventrano. Vengono punite, qualcosa (qualcosa cosa? qualcosa chi? Ognuno decida per sè) le trascina in acqua alta, “aiutateci, non vogliamo morire, non vogliamo più essere cattive, aiutateci”. Fermo immagine. Una macchina da scrivere (manovrata da chi? Ognuno decida per sè anche qui) dattiloscrive sullo schermo questa frase “Anche se avessero una possibilità, probabilmente andrebbe così…”. Maria e Maria tornano nel banchetto che hanno devastato, si mettono a ricomporre alla bell’e meglio torte di quaglie, gelatine, cadaveri sventrati di carpe e trote, riassemblano cocci giustapponendoli e dando loro la forma che dovrebbe avere un piatto e apparecchiano il tutto in tavola.
Io ci ho visto il relitto dell’aereo di Ustica, prima ancora di vederci la mia vita tutta intera.
E dietro tutta questa scena, le voci di Maria e Maria che sussurrano, rincorrendosi, come un mantra “Puliamo, puliamo tutto. Se lavoreremo sodo e saremo buone saremo felici. Quando avremo fatto tutto saremo buone e saremo felici”.