Maglioni

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Nei momenti di passaggio o di mutamento, si dice, le donne cambiano taglio di capelli.
Poi c’è una minoranza che invece infeltrisce il proprio maglione preferito.

Il mio maglione preferito è sempre, invariabilmente, nero. Perché il nero sta con tutto, no? Nell’autunno del 2001, mentre il televisione spiegavano le mille e una tecniche per umettare i francobolli senza però leccarli ché c’è l’antrace, il mio maglione nero con scollo a barca marca sisley finiva in una lavatrice a 60° C e centrifuga a un milione di giri. Ogni tentativo di rianimarlo fu inutile, e quel cimelio degli ultimi tre anni di liceo finì così, in un cassonetto davanti alla prima di molte case in affitto, durante il primo di vari altri anni di università. Poi mi fidanzai col primo Enea della mia vita (a proposito, vogliamo parlare della vera tragedia? Che oggi – o anche nel 2001 – ti basta essere solo vagamente normale perché tu abbia nel tuo CV sentimentale almeno un paio di casi sociali analoghi, e passi comunque per la regina Didone. Eppure la cosa più cazzuta che hai fatto è stata solo tipo trovarti un lavoro a progetto come segretaria, mica fondare Cartagine) e dunque il dolore per il maglione perduto si fece ogni giorno più sopportabile, fino ad essere sostituito integralmente dalla consapevolezza di avere nel letto l’incarnazione perfetta dell’inetto sveviano. Che nemmeno puoi lavarlo a 60° sperando che si rimpicciolisca sufficientemente per lanciarlo in corsa dentro il camion dell’indifferenziata.
Poi venne il vestitino con i girasoli, comprato a 10 euro su una bancarella della montagnola e usato come abito di scena da una giovane attrice francese impegnata nelle riprese del capolavoro cinematografico del secondo Enea, questa volta con velleità da auteur e quindi necessariamente afflitto dalle sofferenze dell’anima e prostrazioni psichiche che sono purtroppo il prezzo da pagare per la genialità. La giovane attrice francere era bella, minuta, nervosa e dolce, affascinante e profondamente umana allo stesso tempo. Insomma, una nei panni della quale mai mi sarei immaginata, io. Eppure quell’unico mio panno, quel vestitino coi girasoli che puzzava di cantina, lei l’ha indossato e le stava bene proprio come stava bene a me. Il panno finì vittima di un piccolo incidente ciclistico: se non hai una pira a portata di mano su cui salire, ti tocca fare via Andrea Costa in bici alle tre del mattino su una bici da uomo con un solo freno funzionante (quello di dietro) dopo aver ingerito un numero imprecisato di ettolitri di sangiovese. Rovinai all’altezza dell’ufficio postale, il vestitino con i girasoli pagò il prezzo congiunto della fine della mia storia d’amore e della fine dell’università, con l’aggravante che la formazione non circense e i trascorsi non da bucaniere conferirono alla caduta e dunque allo strappo.
Infine fu il maglione nero a pipistrello, brutto e anonimo. Quello che però  in fondo mi donava nonostante i risultati della dieta mediterranea, quello che quando mi stava da schifo tutto comunque mi dava una parvenza di decoro. Come quel fidanzato che si innamora di te proprio quando sei al minimo storico del fascino, e mica perché gli piacciono le brutte. E poi resta con te anche dopo, e mica perché sei tornata gnocca. E nemmeno è uno cui piacciono le matte, anzi, però per qualche motivo ti tiene anche da matta. Quella roba lì, quella che resta, perché insieme siete due fighi nonostante tutto. Il maglione nero a pipistrello è morto ieri, in seguito a una lavatrice di sola lana, a freddo, con centrifuga inesistente e bacini di consolazione prima e dopo, e intere camionate di ammorbidente. La sua morte è inspiegabile. Come il resto delle cose che stanno accadendo nella mia vita in questo momento.