Cose da piangere

“Ognuno si calma i nervi come può”
(Monsieur Collignon)

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Io piango.
Cose per cui ho pianto veramente tantissimo negli ultimi anni.

Un ragazzino tra i dieci e i tredici anni e suo padre siedono uno accanto all’altro sul bus navetta Eindhoven-Eindhoven aeroporto, mangiano uva bianca da una confezione da mezzo kg presa poco prima all’Albert Heijn della stazione. Chiacchierano, ma nemmeno troppo. L’autista del bus, sulla banchina,  si accende una sigaretta prima di partire. Io sono seduta al mio posto, imperscrutabile. La sigaretta dell’autista finisce ed è ora di partire ma sull’autobus ci siamo ancora solo io e la coppia padre e figlio, che continuano a spiluccare la loro uva. L’autista si rivolge al padre dicendo qualcosa che i miei rudimenti di olandese mi consentono di identificare come “scusate, visto che l’autobus è vuoto vi spiace se vado a prendere un caffè ché sono stanchissimo e partiamo tra cinque minuti?” “no, prego”. Cinque minuti dopo l’autista torna, ringrazia facendo un cenno con la mano e mezzo sorriso e si siede al suo posto. Il padre bisbiglia qualcosa al figlio, tira fuori dalla tasca un fazzoletto di carta e lo apre. Il ragazzino stacca un grappolino d’uva dalla confezione e lo porta, insieme al fazzoletto, all’autista. Il padre si rimette in tasca il pacchetto di fazzoletti e guarda fuori dal finestrino. L’autista ringrazia, dice che lo mangerà più tardi come spuntino e mette in moto mentre il ragazzino torna trionfante al suo posto, percorrendo al contrario il corridoio centrale.

Ho solo due euro, il distributore automatico a bordo degli autobus italiani non dà resto: ci rimetterò cinquanta centesimi ma pazienza, devo attraversare mezza città. Mentre aspetto che arrivi il 21 la mia attenzione viene attirata da una ragazza russa con la coda di cavallo, è piuttosto imbolsita e sta litigando al telefono con qualcuno, o almeno ne ha tutta l’aria. Però ha un viso dolce in modo quasi angosciante, uno di quei visi che sembrano forgiati a mio esclusivo uso e consumo dal dio del senso di colpa e del “datti una regolata, viziata di merda”, proprio da lui in persona. Insomma, sta chiaramente pelando la faccia a qualcuno che è dall’altro capo del filo e probabilmente anche dall’altro capo del mondo, ma se la guardi  senti comunque odore di casa e di autunno, di casa con qualcuno dentro com’è giusto che sia. Insomma, questa ragazza russa sale appena prima di me e anche lei deve fare il biglietto, quindi si ferma davanti al distributore e rovista nel borsellino. Io ho già pronti i due euro e voglio sedermi, dunque la precedo mentre è ancora impegnata nella ricerca degli spicci e mi allontano verso il fondo.
“Signora, signora”
Quand’è che smette di tirarti il culo quando ti chiamano signora?  Smetterà mai? Mi giro. La ragazza sta brandendo cinquanta centesimi dei quali io neanche ricordavo più di essere in credito con il trasporto pubblico urbano. “Fatto biglietto dopo di lei, avevo”, mi spiega. La cosa più strabiliante è che sorride. Anche io sorrido, la ringrazio come se invece che cinquanta centesimi mi avesse appena restituito il mio gatto ventenne che credevo smarrito nella tormenta, la ringrazio così tanto che sembro pazza.

La mia vicina di casa anziana non sa neanche come mi chiamo, ma credo abbia avvertito che non stiamo proprio attraversando quello che definirei il campo di spighe di grano con papaveri della mia vita. Da qualche tempo, quando mi incontra per le scale o all’ingresso mi dice che sono bella. Immagino che dopo i settanta (sia nel senso di settanta anni ma anche anni Settanta, insomma, ovviamente dipende da quanti anni avevi negli anni Settanta), salvo casi di evidente cessitudine a sonagli di stampo cancrenoso, quasi tutte le persone sotto i quaranta (in questo caso solo quaranta anni e non anni Quaranta) ti sembrino piuttosto belle a vedersi. Infatti io la ringrazio e le dico cose tipo “eh per fortuna che me lo dice lei, signora uh uh uh”. Qualche tempo fa però ha insistito e ha tenuto a precisare, guardandomi molto bene, che non me lo stava dicendo così tanto per dire qualcosa ma che era proprio vero e che io dovevo saperlo che era proprio vero. A quel punto io mi sono imbrarazzata e lei ha chiuso la questione regalandomi dei pomodori del suo orto sociale per anziani (proprietà della qual cosa non potrei essere più invidiosa).

Mentre pedalavo in salita sul ponte della ferrovia, una ragazzina coi capelli a spazzola sta slegando la sua bicicletta incatenata alla ringhiera nel punto più alto del ponte. Accanto a lei c’è un pelato che, voglio presumere, ha l’apparenza e soprattutto l’età di un padre. Ridono. La ragazzina arrotola la catena su se stessa. Il padre le soffia la bicicletta da sotto il naso, ci salta sopra e comincia a pedalare in discesa sul ponte, nella mia direzione. Quando uno usa l’espressione “era felice e dimentico del mondo”, ecco, quella. La ragazzina lo insegue a piedi, ridendo furiosamente.

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