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Del 1992  io ricordo:
La mia prima comunione. Ricordo anche che per dare un’idea della mole di grazia e felicità che aspettava noi bambini ancora non comunicati, la catechista ci disse che alla domanda “quale è stato il giorno più bello della tua vita?” persino Napoleone Bonaparte rispondeva senza indugi “Il giorno della mia prima comunione”.
La pubblicità degli emenèms con una canzoncina che ricordo ancora oggi.
La doppia compilation di Sanremo piena di fantastiche canzoni. I miei  successi preferiti, oltre agli indimenticabili Non amarmi e Brutta erano: Piccoli giganti, Favola blues, Come una Turandot e Zitti zitti (il silenzio è d’oro).
I miei primi animali domestici: due pesci rossi uno dei quali – la femmina o quella che io avevo statuito essere tale – da lì a pochi mesi iniziò a scolorire irreversibilmente fino a raggiungere un elegante color rosa cipria che avrebbe sancito una volta e per sempre la sua appartenenza di genere.
La prima volta che ho visto una mucca, un lago, un bosco, una baita e dei fiori che ero riuscita ad identificare come dei crochi grazie all’aiuto del maximanuale delle giovani marmotte che mio padre mi aveva comprato una domenica in cui eravamo andati insieme dal cretino. Il cretino era il nostro edicolante di fiducia, un uomo buono ma con chiare carenze a livello cognitivo che ci aiutavano a distinguerlo dall’ altro nostro edicolante che invece aveva un’edicola più grande e al quale ci si riferiva  dunque come a “quello grande”.
Il 1992 è, nella mia memoria, l’anno più felice della mia infanzia.
Nello stesso 1992 era abitudine di alcune signore, tra le quali mia madre, ospitare in casa a turno delle dimostrazioni di prodotti. Non ricordo come si svolgessero questi congressi e ne ignoro completamente le dinamiche e le regole di base. So soltanto che di tanto in tanto facevano la loro comparsa in famiglia dei beni di consumo inediti tra i quali ricordo distintamente un balsamo per capelli ricci color latte e menta, profumatissimo ed incredibilmente efficace, che inutilmente chiesi di ricomprare una volta finito – non avevo ancora compreso la natura irripetibile di questi acquisti – e che non ho mai finito di rimpiangere.
A dire il vero non ho più pensato a queste riunioni fino a un anno e mezzo fa quando la realpolitik di mia nonna ha avuto la meglio sul suo romantico rispetto per le tradizioni consentendomi l’accesso ai beni tenuti in serbo per me da sempre per quando avessi deciso di mettere su famiglia.  Oltre ad asciugamani, qualche tovaglia, grembiuli da cucina, innumerevoli centrini e varie altre biancherie comprate appositamente negli anni in previsione del fausto giorno in cui sarei stata una padrona di casa, mi vengono consegnati con una certà solennità anche alcuni esemplari di natura particolare: i frutti delle raccolte punti del supermercato e i frutti delle dimostrazioni casalinghe. Viene fuori che per tutti gli anni che ha avuto a disposizione, mia madre ha collezionato un certo quantitativo di presenze al rito delle dimostrazioni, cosa che le ha fruttato un discreto arsenale di beni di lusso a prezzi scommetto stracciati. Considerato il suo francescanesimo, non si spiegherebbe altrimenti la presenza del lussuosissimo completo da letto matrimoniale di puro cotone di Cacharel all’interno di un corredo tutto sommato abbastanza casalingo quando non addirittura manufatto.
Per un anno e mezzo il completo è rimasto lì, impacchettato come il giorno in cui qualcuno lo aveva consegnato a mia madre la quale lo aveva consegnato a mia nonna che, in quanto dotata di un armadio più capiente oltre che di uno sgabuzzino, avrebbe potuto conservarlo finché non fosse servito al suo solo e unico scopo: ospitare i miei sonni e quelli di mio marito.
Non sono riuscita ad usarlo subito, nonostante il lasciapassare nonnesco mi è sembrata una mancanza di rispetto un po’ troppo sfacciata verso le aspettative di una donna che nemmeno ricordo troppo bene ormai, e che pure qualche preferenza sulle mie future scelte di vita l’aveva manifestata se aveva tenuto in serbo per me quell’oggetto così lussuoso. Quindi ad ogni cambio di biancheria temporeggiavo e alla fine optavo per il completo ikea che avrebbe coperto il letto ikea dentro il quale io e il mio non-marito avremmo fatto tutte quelle cose che si fanno in un letto, compreso dormire.
Domenica mattina mi sono svegliata presto. Forse perché ero reduce da una tipica serata da donna matura trascorsa in un centro sociale che ospitava una serie di concerti tra i quali la reunion dei Blue Vomit. Forse perché un ragazzino vestito da sid vicious però biondo,  che aveva fatto la colletta di monetine tra il pubblico per tutta la sera, a un certo punto è entrato nel mio stesso bar cinese dove stavo religiosamente bevendo una birra e ha comprato UNA INTERA bottiglia di vodka alla pesca a 18 euri. Insomma, mi sono svegliata presto ed era improvvisamente il momento di cambiare le lenzuola e di mettere quelle lì.
Fine della storia.

Filtro affettivo

C’è quella specie di freddura simpaticona per giovanotti, quella che fa il verso all’area di competenze linguistiche del curriculum vitae
“Inglese
Comprensione scritta e ascolto: ottima
Produzione scritta e orale: buona
Da ubriaco: madrelingua”

Ecco, quella cosa lì è il filtro affettivo: quel sentenziatore più o meno arcigno che ci dice cosa è accettabile e cosa no, possibilmente prima che lo facciano gli altri. A volte molto prima. Insomma, se avete un filtro affettivo alto, potreste trovare delle difficoltà a fare cose come appunto parlare fluentemente una lingua che tuttavia conoscete molto bene. Parimenti, potreste ritenere che la prospettiva di alzare la mano e fare una domanda ad alta voce durante una conferenza sia per voi realizzabile quanto per un cane imparare ad arrotolare gli spaghetti con la forchetta.
Elenco delle attività rese quasi impossibili dal mio filtro affettivo (oltre alle due sopra citate):
Rollare sigarette
Fare le porzioni
Darmi l’eyeliner
Qualunque genere di sport tranne la corsa
La corsa, se osservata
Danze, tutte
Esecuzione canora
Acquisto di abiti visibili o, peggio ancora, vistosi
Partenza da ferma in bicicletta e incatenamento della bicicletta al palo
Versare acqua durante tavolata con più di 8 persone me compresa
Ordinare da bere
Chiedere un libro al commesso di feltrinelli
Chiedere cose, in generale

Oggi vorrei che fosse ricordato per due cose:
Uno) Il giorno in cui mi ricordai di quel poncho di lana colorata che mi era appartenuto, che avevo abbandonato nella cantina di una vecchia casa al momento del trasloco e che avevo dimenticato per anni. Fino ad oggi, quando l’ho rinvenuto in una cesta di vestiti usati al mercato del sabato.
Due) Il giorno in cui, ad un concerto, sentii odore di bruciato. Mi voltai, e la mia borsa stava andando a fuoco perché qualcuno ci aveva lanciato dentro una sigaretta.

Cose da piangere

“Ognuno si calma i nervi come può”
(Monsieur Collignon)

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Io piango.
Cose per cui ho pianto veramente tantissimo negli ultimi anni.

Un ragazzino tra i dieci e i tredici anni e suo padre siedono uno accanto all’altro sul bus navetta Eindhoven-Eindhoven aeroporto, mangiano uva bianca da una confezione da mezzo kg presa poco prima all’Albert Heijn della stazione. Chiacchierano, ma nemmeno troppo. L’autista del bus, sulla banchina,  si accende una sigaretta prima di partire. Io sono seduta al mio posto, imperscrutabile. La sigaretta dell’autista finisce ed è ora di partire ma sull’autobus ci siamo ancora solo io e la coppia padre e figlio, che continuano a spiluccare la loro uva. L’autista si rivolge al padre dicendo qualcosa che i miei rudimenti di olandese mi consentono di identificare come “scusate, visto che l’autobus è vuoto vi spiace se vado a prendere un caffè ché sono stanchissimo e partiamo tra cinque minuti?” “no, prego”. Cinque minuti dopo l’autista torna, ringrazia facendo un cenno con la mano e mezzo sorriso e si siede al suo posto. Il padre bisbiglia qualcosa al figlio, tira fuori dalla tasca un fazzoletto di carta e lo apre. Il ragazzino stacca un grappolino d’uva dalla confezione e lo porta, insieme al fazzoletto, all’autista. Il padre si rimette in tasca il pacchetto di fazzoletti e guarda fuori dal finestrino. L’autista ringrazia, dice che lo mangerà più tardi come spuntino e mette in moto mentre il ragazzino torna trionfante al suo posto, percorrendo al contrario il corridoio centrale.

Ho solo due euro, il distributore automatico a bordo degli autobus italiani non dà resto: ci rimetterò cinquanta centesimi ma pazienza, devo attraversare mezza città. Mentre aspetto che arrivi il 21 la mia attenzione viene attirata da una ragazza russa con la coda di cavallo, è piuttosto imbolsita e sta litigando al telefono con qualcuno, o almeno ne ha tutta l’aria. Però ha un viso dolce in modo quasi angosciante, uno di quei visi che sembrano forgiati a mio esclusivo uso e consumo dal dio del senso di colpa e del “datti una regolata, viziata di merda”, proprio da lui in persona. Insomma, sta chiaramente pelando la faccia a qualcuno che è dall’altro capo del filo e probabilmente anche dall’altro capo del mondo, ma se la guardi  senti comunque odore di casa e di autunno, di casa con qualcuno dentro com’è giusto che sia. Insomma, questa ragazza russa sale appena prima di me e anche lei deve fare il biglietto, quindi si ferma davanti al distributore e rovista nel borsellino. Io ho già pronti i due euro e voglio sedermi, dunque la precedo mentre è ancora impegnata nella ricerca degli spicci e mi allontano verso il fondo.
“Signora, signora”
Quand’è che smette di tirarti il culo quando ti chiamano signora?  Smetterà mai? Mi giro. La ragazza sta brandendo cinquanta centesimi dei quali io neanche ricordavo più di essere in credito con il trasporto pubblico urbano. “Fatto biglietto dopo di lei, avevo”, mi spiega. La cosa più strabiliante è che sorride. Anche io sorrido, la ringrazio come se invece che cinquanta centesimi mi avesse appena restituito il mio gatto ventenne che credevo smarrito nella tormenta, la ringrazio così tanto che sembro pazza.

La mia vicina di casa anziana non sa neanche come mi chiamo, ma credo abbia avvertito che non stiamo proprio attraversando quello che definirei il campo di spighe di grano con papaveri della mia vita. Da qualche tempo, quando mi incontra per le scale o all’ingresso mi dice che sono bella. Immagino che dopo i settanta (sia nel senso di settanta anni ma anche anni Settanta, insomma, ovviamente dipende da quanti anni avevi negli anni Settanta), salvo casi di evidente cessitudine a sonagli di stampo cancrenoso, quasi tutte le persone sotto i quaranta (in questo caso solo quaranta anni e non anni Quaranta) ti sembrino piuttosto belle a vedersi. Infatti io la ringrazio e le dico cose tipo “eh per fortuna che me lo dice lei, signora uh uh uh”. Qualche tempo fa però ha insistito e ha tenuto a precisare, guardandomi molto bene, che non me lo stava dicendo così tanto per dire qualcosa ma che era proprio vero e che io dovevo saperlo che era proprio vero. A quel punto io mi sono imbrarazzata e lei ha chiuso la questione regalandomi dei pomodori del suo orto sociale per anziani (proprietà della qual cosa non potrei essere più invidiosa).

Mentre pedalavo in salita sul ponte della ferrovia, una ragazzina coi capelli a spazzola sta slegando la sua bicicletta incatenata alla ringhiera nel punto più alto del ponte. Accanto a lei c’è un pelato che, voglio presumere, ha l’apparenza e soprattutto l’età di un padre. Ridono. La ragazzina arrotola la catena su se stessa. Il padre le soffia la bicicletta da sotto il naso, ci salta sopra e comincia a pedalare in discesa sul ponte, nella mia direzione. Quando uno usa l’espressione “era felice e dimentico del mondo”, ecco, quella. La ragazzina lo insegue a piedi, ridendo furiosamente.

How to explane revolution to a broken robot

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“Let’s clear all this up, quickly”
“When we’re hard-working and good, we’ll be happy…”
“We have got to tidy it up”
“Let’s make it all nice”
“We’ll be happy because we are hard-working…”
“We’ll be hard-working and everything will be clean”
“When we’ll do everything, we’ll be good and happy…”
Maria e Maria
Sedmikràsky,  Věra Chytilová (Cecoslovacchia 1966)

Maturità classica. Sempre studiato meno di quanto avrei dovuto, di quanto avrei potuto e soprattutto molto meno di quanto sembrasse.
Laurea in comunicazione di massa o, come fece giustamente notare il primo relatore che rifiutò di laurearmi,  in comunione di massa. Presa così, sull’onda dell’emozione.
Un’abilitazione come insegnante di italiano a stranieri. Presa così, perché mi annoiavo e non avevo amici italiani e neanche stranieri ma avrei voluto averne.
Una specializzazione in cinema. Presa perché guardavo un sacco di film e mi piaceva dirlo.
Una tesi scritta meglio di quanto avrebbe potuto e peggio di quanto sembrasse. Incredibilmente osannata e che apriva le porte per.
Ricerche all’estero.
Un tirocinio molto prestigioso in Italia.Un tirocinio molto prestigioso all’estero.
Convegni e articoli.
Un lavoro che non c’entra niente ma paga l’affitto, quando pensavo che ormai mi avessero smascherata.
No, forse non mi hanno smascherata. Altro lavoro presso ente prestigiosissimo, per svolgere il quale è necessario mettere su una tale impalcatura che chiunque avrebbe desistito. Posso tirarmela un casino.
No, forse no. Corso base di catalogazione del libro moderno, che se non posso tirarmela almeno si mangia.
Anzi no, quel corso non serve, posso tirarmela ancora per un anno.
Posso tirarmela potenzialmente all’infinito: mi hanno ammessa nella classa A dell’ente prestigiosissimo, se sono brava abbastanza mi tengono.
No, non mi tengono: questa volta sono più brava di quanto sembra, probabilmente più di quanto serva, sicuramente più di quanto sia opportuno sembrare.
Da gennaio sono a casa.
Questa è la mia prima settimana da fumatrice.